15 febbraio 2021 09:48

Il vertice in programma a N’Djamena, in Ciad, il 15 e 16 febbraio, spostato in videoconferenza perché il presidente francese Emmanuel Macron ha annullato il viaggio a causa della pandemia, avrà un tema dominante: come convincere l’opinione pubblica francese che la Francia non si è impantanata in Sahel in una guerra impossibile da vincere e molto costosa in termini di denaro e vite umane?

La principale difficoltà sta nel fatto, comune a tutte le guerre di questo tipo, che la risposta è più politica che militare. I successi militari annunciati, infatti, non possono cambiare la realtà sul campo se la situazione politica, economica e sociale non si evolve.

Come ha ricordato la settimana scorsa il capo della diplomazia francese Jean-Yves Le Drian davanti al parlamento europeo, il precedente vertice organizzato un anno fa a Pau (nel sudovest della Francia) tra la Francia e il “G5 Sahel”, il gruppo dei paesi della regione (Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad) aveva deciso un aumento della pressione militare nei confronti dei gruppi jihadisti, che c’è effettivamente stata. Ora il nuovo vertice di N’Djamena dovrà seguire lo stesso approccio nel campo della politica e dello sviluppo.

I paesi del Sahel.

Più facile a dirsi che a farsi, soprattutto considerata la necessità di agire rapidamente per ottenere un impatto reale su una guerra che dura da otto anni. Questa è la posta in gioco a N’Djamena.

Al centro di tutto c’è la questione degli stati e dei sistemi politici e amministrativi ereditati dall’epoca coloniale. Questi sistemi sono stati l’anello debole della resistenza contro i jihadisti, perché alle avanzate militari non ha fatto seguito un ritorno del controllo statale. Se le scuole, gli ambulatori e i progetti di sviluppo non riprenderanno, se non sarà ristabilita la presenza forte del governo e se le forze governative continueranno a essere temute tanto quanto i jihadisti la partita sarà persa in partenza.

Il vertice cercherà di convincere l’opinione pubblica che la guerra abbia un senso

A Parigi vogliono credere che le cose vadano nella giusta direzione e che dal prossimo vertice usciranno impegni concreti in tal senso. I leader africani, dal canto loro, seguono i dibattiti in Francia e temono una situazione in cui Parigi, sotto la pressione dell’opinione pubblica, possa non avere altra scelta se non quella di ritirare le truppe da una guerra impopolare. A gennaio un sondaggio ha fatto scattare l’allarme indicando che il 51 per cento dei francesi è contrario alla guerra, anche se va detto che è stato condotto dopo una serie di perdite militari.

Macron si aspetta risultati entro un anno, un arco di tempo molto breve considerando che parliamo di problemi governativi mai risolti. Ma il calendario politico francese ha un ruolo importante.

Sforzo europeo
Il vertice cercherà di convincere l’opinione pubblica africana e francese che la guerra abbia un senso, che sia vincibile e che tutti gli attori coinvolti siano mobilitati.

All’atto pratico si potrebbe verificare una leggera riduzione della presenza militare francese. Il vertice di Pau aveva sancito un aumento di 600 effettivi, e il rientro di alcuni soldati potrebbe inviare un messaggio rassicurante ai francesi.

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In ogni caso sono attesi rinforzi provenienti dal Ciad e da diversi paesi europei nell’ambito di Takuba, una nuova struttura operativa composta da soldati delle forze speciali. Estonia, Svezia e Repubblica Ceca hanno già inviato alcuni militari, e altri ne arriveranno da Danimarca e Grecia. Gli Stati Uniti, dopo aver minacciato di ritirare il proprio contingente sotto Donald Trump, hanno confermato il loro impegno dopo l’elezione di Joe Biden.

Evidentemente si sta facendo di tutto per far apparire il vertice di N’Djamena come un successo. Nei prossimi mesi, sul campo, scopriremo se lo sarà davvero.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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