In questo momento ci sono decisamente molte navi da guerra in manovra nei mari asiatici, impegnate a mostrare i muscoli per impressionare i potenziali avversari. Sono navi statunitensi, indiane, cinesi, giapponesi, australiane e perfino francesi, perché la Francia si considera a tutti gli effetti una potenza della zona indo-pacifica e intende dimostrarlo.

Nessuno dei paesi coinvolti vuole scatenare un conflitto, ma oltre al fatto che le guerre a volte scoppiano per imprudenza, è innegabile che esista un reale aumento della tensione in questa zona che concentra buona parte delle minacce di guerra del globo.

Dal 5 aprile la marina francese esegue un’esercitazione navale chiamata La Pérouse (dal nome di un ufficiale ed esploratore francese del diciottesimo secolo) nel golfo del Bengala, nel nordest dell’oceano Indiano. All’operazione partecipano anche le marine di India, Stati Uniti, Giappone e Australia, i paesi che compongono il Quad, un coordinamento che la Cina considera l’embrione di una “Nato indo-pacifica”.

Toni inaspriti
Evidentemente nei pensieri di tutti c’è la minaccia cinese. Non fa eccezione l’obiettivo di queste manovre, che secondo il ministero delle forze armate sono destinate a “esercitarsi insieme per la libertà di navigazione”, una formula che allude al costante espansionismo di Pechino nel mar Cinese meridionale.

Da anni il regime cinese, invocando vecchie carte di epoca imperiale, opera in una zona rivendicata da tutti i paesi costieri. Pechino ha perfino costruito vere e proprie basi su alcuni isolotti, nonostante l’impegno preso dal leader Xi Jinping a non militarizzarli.

La stessa tattica viene adottata anche in prossimità delle coste filippine, dove centinaia di pescherecci cinesi, ritenuti dal governo filippino “una milizia navale”, sono assembrati attorno ad alcune rocce in mare aperto senza alcuna intenzione di allontanarsi. Il governo di Manila, in passato compiacente con Pechino, ha deciso di inasprire i toni.

L’altra ossessione del governo cinese è naturalmente Taiwan, l’isola rivendicata da Pechino da ormai settant’anni. All’inizio della settimana l’esercito cinese ha avviato una serie di manovre esplicite, con una portaerei e navi di accompagnamento a est di Taiwan e l’aviazione a ovest.

“Questa tattica”, hanno spiegato i mezzi d’informazione cinesi, “permette di isolare le forze dell’isola da qualsiasi intervento straniero e di cancellare l’illusione dei secessionisti taiwanesi che le forze statunitensi o giapponesi possano aiutarli in caso di bisogno”.

Sangue freddo
Nel frattempo alcune navi della settima flotta degli Stati Uniti si preparano a passare nello stretto di Formosa per far rispettare la famosa “libertà di navigazione”.
Se un giorno Stati Uniti e Cina dovessero affrontarsi, eventualità che nessuno può escludere, accadrà certamente nelle acque del mar Cinese meridionale a causa di Taiwan o nel mar Cinese orientale verso il Giappone, dove si trovano altre isole contese.

Da qualche giorno Pechino mette in guardia il Giappone alla vigilia della visita del primo ministro giapponese a Washington, prevista per la prossima settimana. Yoshihide Suga sarà il primo leader straniero ricevuto da Joe Biden.

La concentrazione di forze militari nell’area e l’animosità crescente tra i paesi che si contendono l’influenza in Asia non lascia presagire niente di buono. D’altronde chi potrebbe allentare la tensione considerando il clima attuale? Servirà grande sangue freddo per evitare che queste manovre siano la prova generale di un conflitto che nessuno, almeno ufficialmente, vuole scatenare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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