26 maggio 2021 11:35

Quando i militari arrestano il presidente e il primo ministro di un paese e li privano delle loro funzioni si può parlare di colpo di stato. Ma se i funzionari in questione erano arrivati a loro volta al potere attraverso un golpe la faccenda si complica.

La situazione è tanto più complessa se consideriamo che l’arresto e l’esautorazione del presidente Bah N’Daw e del suo primo ministro Moctar Ouane è stato annunciato dal colonnello Assimi Goïta, il capo della giunta che aveva rovesciato il presidente civile nell’agosto del 2020. La colpa di N’Daw e Ouane è quella di aver estromesso due militari da ruoli chiave all’interno del governo.

Ufficialmente Goïta aveva rinunciato alla presidenza a beneficio di N’Daw per rispondere alle richieste dei paesi della regione, che reclamavano una transizione verso la democrazia. Ma i fatti hanno confermato ciò che tutti sapevano e che resterà invariato a prescindere dai prossimi sviluppi: i golpisti hanno sempre conservato il potere.

Un quadro più vasto
Il dietro le quinte non avrebbe grande importanza se il Mali non si trovasse nel Sahel, una regione destabilizzata dalla presenza di vari gruppi jihadisti. Per questo l’argomento è stato evocato in occasione del vertice europeo di Bruxelles, dove il presidente francese Emmanuel Macron, a nome dei ventisette paesi membri, ha definito il colpo di stato “inaccettabile” minacciando il Mali di sanzioni.

Una delle cause profonde della destabilizzazione di questa parte dell’Africa è l’incapacità degli stati di assumere il loro ruolo e di proteggere, sviluppare e coinvolgere tutte le regioni e tutte le componenti della società.

Sette anni dopo l’intervento francese che ha salvato Bamako da una colonna jihadista, e in un momento in cui oltre cinquemila soldati francesi e altri contingenti europei sono ancora presenti nella regione, la Francia ripete che sarà impossibile vincere la guerra finché gli stati africani non faranno la loro parte, in campo sia militare sia civile.

Sono estremamente instabili tre dei cinque paesi del Sahel che la Francia aiuta nella guerra contro i jihadisti

I ripetuti colpi di scena ai vertici dello stato maliano vanno letti nel quadro di un’instabilità più vasta e regionale. Nel corso degli ultimi mesi in Niger c’è stato un tentativo di colpo di stato contro il presidente appena eletto. Idriss Déby, presidente del Ciad, è morto in combattimento durante l’offensiva di una colonna di ribelli arrivati dalla Libia, ed è stato sostituito alla guida del paese dal figlio, in una successione di tipo dinastico che ha sorpreso molti osservatori.

Tre dei cinque paesi del G5 Sahel, la coalizione di stati che la Francia aiuta nella guerra contro i jihadisti, sono in una condizione di estrema instabilità.

Questa situazione indebolisce considerevolmente la strategia antijihadista, che ufficialmente dovrebbe comprendere un progressivo passaggio di testimone dalla Francia agli eserciti e agli stati africani. Purtroppo, ogni brusca deviazione dal programma rimanda questo avvicendamento, che appare sempre più una chimera.

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Difficile non farsi domande sulle cause di questa instabilità cronica e sulla natura degli stati ereditati dal colonialismo, incapaci di trovare un equilibrio.

Ad aprile, la Coalition citoyenne pour le Sahel, che riunisce associazioni e rappresentanti della società civile del Sahel ha pubblicato un rapporto allarmante sul numero di civili morti nel conflitto, per mano dei jihadisti ma anche, in proporzioni inammissibili, per opera delle forze armate nazionali e delle milizie loro alleate. La coalizione ha chiesto ai governi di cambiare approccio per proteggere meglio i civili e per risolvere quella che ha definito “la crisi di governo in Sahel”.

Due colpi di stato nell’arco di pochi mesi in Mali mettono in luce quanto siano importanti queste raccomandazioni, soprattutto a Parigi, dove si teme di sprofondare in una situazione senza via d’uscita.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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