02 maggio 2022 15:54

Il governo cinese di Xi Jinping è alle prese con due sfide simultanee di natura diversa: la guerra in Ucraina e il ritorno del covid-19. In entrambi i casi Pechino si trova nell’impasse. Un regime la cui capacità di adattamento è stata citata così spesso per spiegarne la sopravvivenza, laddove tanti altri partiti comunisti sono crollati, oggi si dimostra incapace di cambiare rotta. E così cominciano ad arrivare critiche sorprendenti.

I due temi hanno chiaramente diversa natura. Il covid-19 è un argomento estremamente delicato fin dalla sua comparsa a Wuhan, poco più di due anni fa. Il Partito comunista cinese ha scelto la strategia “zero covid” – contrariamente alla maggior parte dei governi del mondo, che si sono rassegnati a “convivere con il virus” appoggiandosi alla vaccinazione di massa – e ha presentato il suo apparente successo nel contenere l’epidemia sul suo enorme territorio come la prova “scientifica” della superiorità del suo sistema politico su quello dell’occidente, dove il numero di vittime registrato è infinitamente superiore rispetto alla Cina (stando alle cifre ufficiali, naturalmente).

Ma la variante omicron ha cambiato tutto: molto più contagiosa delle altre ha costretto le autorità cinesi a isolare decine di milioni di abitanti anche in caso di un numero limitato di contagi. A Shanghai sono in isolamento 26 milioni di persone, con una rigidità che ha sconvolto la classe politica di una metropoli che si credeva una vetrina della Cina moderna. Le conseguenze umane, economiche e politiche sono enormi, tanto più che Pechino, capitale teoricamente “inviolabile”, rischia di subire la stessa sorte.

Obiettivi in discussione
L’invasione russa dell’Ucraina solleva altri interrogativi. La Cina ha mostrato un relativo riserbo astenendosi alle Nazioni Unite anziché sostenere apertamente Mosca, e sta cercando di non diventare una vittima collaterale delle sanzioni occidentali aiutando la Russia ad aggirarle. Tuttavia gli organi della propaganda cinese trasmettono da settimane la retorica antiamericana della Russia, veicolando perfino le grandi operazioni di disinformazione come quella che sostiene l’esistenza di laboratori per la guerra biologica sviluppati dagli Stati Uniti in Ucraina. Senza dubbio Pechino pensava (come tanti altri) che la guerra si sarebbe conclusa rapidamente con una vittoria della Russia e che la perturbazione economica e diplomatica mondiale sarebbe stata passeggera. Non è stato così. Oggi il regime cinese si ritrova alle prese con una crisi mondiale imprevista che sommata agli effetti del covid-19 rimette in discussione i suoi sacri obiettivi della crescita economica.

Questo contesto particolarmente difficile ha spinto figure solitamente concilianti a manifestare con decisione il proprio disaccordo. È uno sviluppo inatteso, anche perché mancano pochi mesi al fondamentale congresso del Partito comunista previsto per ottobre e le critiche non saranno né perdonate né dimenticate. La prima notizia è la presa di posizione di Weijian Shan, dirigente di un fondo d’investimento e in passato, come ricorda il Financial Times, allineato al governo rispetto al trattamento degli uiguri, alle rivendicazioni su Taiwan e alla gestione del covid-19. Tuttavia, in occasione di un incontro con un gruppo di investitori a Hong Kong (che non avrebbe dovuto essere reso pubblico ma alla fine ha conquistato le prime pagine in tutto il mondo), Weijian Shan ha dichiarato: “Abbiamo una leadership che crede di sapere cosa è meglio per l’economia e per la vita delle persone. Purtroppo sono convinto che le loro conoscenze e i loro ragionamenti abbiano dei limiti”. Queste parole potrebbero sembrare banali alle orecchie occidentali, ma in Cina sono esplosive.

Critiche come quelle del presidente della Camera di commercio europea in Cina rivolte ai vertici di Pechino non si erano mai sentite

Il secondo attacco, ancora più esplicito, è stato rivolto direttamente a Xi Jinping, il numero uno intoccabile, il “presidente di tutto”, come viene soprannominato sui social network. La critica, in questo caso, arriva da uno straniero, Joerg Wuttke, presidente della potente Camera di commercio europea in Cina, un imprenditore tedesco che vive e lavora in Cina da trent’anni e dunque non parla a cuor leggero o senza sapere a cosa si espone. In un’intervista concessa alla rivista economica The Market, Wuttke dipinge un panorama catastrofico delle conseguenze della politica “zero covid”, aggiungendo che “nelle riunioni private, particolarmente nei ministeri che gestiscono l’economia, incontro dirigenti ben informati e dallo spirito aperto. Il problema è che non possono usare le loro conoscenze per cambiare la politica. Fino al ventesimo congresso del partito dovranno attenersi alla politica ‘zero covid’. Xi vuole essere confermato per un terzo mandato, dunque in questo momento non può cambiare le sue affermazioni. Ma il presidente si trova in una doppia impasse: non può modificare la sua politica sul covid e non può cancellare la sua amicizia con Vladimir Putin”.

Secondo l’imprenditore tedesco le conseguenze economiche di queste due crisi simultanee saranno considerevoli: le centinaia di container bloccati al largo di Shanghai annunciano gravi carenze nelle prossime settimane, in Europa e altrove. Molte fabbriche sono ferme, mentre alcune amministrazioni comunali impediscono l’accesso ai camion provenienti da altre città, perché basta un caso di covid-19 per giocarsi la carriera. Intanto diverse aziende si stanno affrettando a delocalizzare la produzione in altri paesi asiatici per rispondere alle richieste dei clienti, anche accettando un aumento dei prezzi. Tutto questo, continua Wuttke, sarebbe stato evitabile se la Cina avesse modificato la sua strategia anticovid come hanno fatto altri paesi asiatici che per molto tempo avevano seguito il rigido approccio cinese. I leader di Pechino fanno notare che il paese ha una popolazione molto più consistente, un sistema ospedaliero più precario e un tasso di vaccinazione debole. Ma è innegabile che tutto questo sia il risultato di scelte politiche che non possono essere discusse pubblicamente.

Anche in merito all’Ucraina il presidente della Camera di commercio (di cui fanno parte migliaia di imprese del vecchio continente) sottolinea alcune realtà problematiche: “Mi sembra che i componenti della direzione a Pechino non capiscano come mai la guerra e la vicinanza tra la Cina e Putin provochino un grande stress nelle aziende europee. Non comprendono quali siano gli effetti della guerra di Putin sulla aziende europee, così come non si rendono conto che dal punto di vista occidentale esiste un legame tra l’Ucraina e Taiwan. Questo rapporto può anche non esistere – personalmente penso che i leader cinesi sappiano che un’invasione di Taiwan sarebbe senza dubbio più complicata di quanto pensassero in precedenza – ma il governo non capisce che le aziende occidentali pensano a uno scenario in cui, se Pechino dovesse conquistare Taiwan con la forza, potrebbero essere costrette a lasciare la Cina nello stesso modo in cui stanno lasciando la Russia. Il risultato è lo stesso che abbiamo visto con la politica relativa al covid-19: le aziende straniere spingo il bottone ‘pausa’. Qualsiasi nuovo investimento viene momentaneamente sospeso”.

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Certo, bisogna sottolineare che queste voci si levano solo quando sono in gioco i loro interessi diretti a causa dell’isolamento o della guerra e mai per ragioni etiche rispetto alla sorte degli uiguri o alle derive autoritarie. Ma ciò non toglie che critiche di questo tipo non si erano mai sentite dopo l’avvento di Xi Jinping. Se teniamo conto che uomini potenti come Jack Ma, il fondatore del gruppo Alibaba e uomo più ricco della Cina, sono stati “puniti” per critiche ben più leggere, possiamo avere un’idea dell’attuale clima in Cina.

Tutto questo, però, non significa che Xi Jinping rischi qualcosa nell’immediato o che il ventesimo congresso del Partito sarà particolarmente complicato per lui. La Cina non funziona così. Tuttavia si sono accese alcune spie d’allarme in un paese che pensava di essere pronto a dominare il mondo e che invece si trova indebolito da due fattori che non riesce a controllare: il virus e Putin. Può sembrare uno sviluppo da poco rispetto al dramma della guerra in Ucraina, ma può avere un peso enorme nella definizione del nuovo mondo che inevitabilmente emergerà dall’attuale fase di ricomposizione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)