20 settembre 2022 09:14

Mahsa Amini era una giovane iraniana di 22 anni. La settimana scorsa, mentre era in visita a Teheran con la famiglia, una pattuglia della buoncostume l’ha fermata perché sotto il suo velo era visibile una ciocca di capelli di troppo. Tre giorni dopo Mahsa era morta. E la collera dei giovani iraniani è esplosa.

Ormai da quarant’anni, dopo la rivoluzione islamica del 1979, i mullah al potere decidono come debbano vestirsi le donne, cosa possano mostrare e cosa debbano nascondere. In questi quarant’anni ci sono stati alti e bassi, tra momenti di tolleranza e momenti di conservatorismo inquisitore.

Generazione dopo generazione, le donne iraniane hanno cercato di liberarsi di queste catene. La nuova generazione esercita una pressione particolarmente forte, con l’aiuto dei social network su cui sfida l’ordine morale.

Studenti in piazza
Ebrahim Raisi, attuale presidente ultraconservatore del paese che vorrebbe prendere il posto dell’anziana guida suprema, ha deciso di infierire inasprendo le leggi che la cosiddetta “polizia morale” è incaricata di far rispettare. Mahsa Amini ne è stata la vittima.

Il 17 settembre i funerali della ragazza, nella sua città natale del Kurdistan iraniano, sono sfociati in scontri con la polizia, con un morto e decine di feriti. Le proteste e la repressione si sono poi estese al resto del paese. Il 19 settembre, a Teheran, gli studenti di tre università sono scesi in piazza.

Sui social network le ragazze si tagliano i capelli davanti alle telecamere in segno di solidarietà con Mahsa

Numerosi video girati nella capitale mostrano la folla di manifestanti, uomini e donne, e l’intervento dei guardiani della rivoluzione, armati di idranti.

La morte di Mahsa Amini è stata il detonatore di una frustrazione culturale, sociale e politica onnipresente. Così come il suicidio di un fruttivendolo aveva scatenato la rivoluzione tunisina del 2011, la morte in condizioni poco chiare della giovane iraniana per colpa di una ciocca di capelli ha scoperchiato il vaso di Pandora.

Sui social network le ragazze si tagliano i capelli davanti alle telecamere in segno di solidarietà con Mahsa. Alcune bruciano perfino i loro capelli. È una protesta simbolica in un paese incatenato.

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L’Iran ha una lunga storia di proteste represse nel sangue, dalla “rivoluzione verde” del 2009 contro le elezioni truccate da Mahmoud Ahmadinejad al movimento di protesta del 2019, con centinaia di vittime.

Come ci insegna il passato, non dobbiamo sottovalutare la volontà del regime di fare qualsiasi cosa per conservare il potere. Il clima internazionale, con il negoziato sul nucleare ormai all’impasse e il riavvicinamento tra Teheran e la Russia di Putin, non lascia sperare in un approccio tollerante.

Raramente abbiamo visto una così ampia frattura tra gli anziani religiosi alla guida dello stato e i giovani che chiedono solo di vivere liberamente. In Iran, come in Afghanistan dopo il ritorno dei taliban, le donne sono le prime vittime del potere teocratico. Resistono come possono e per questo meritano tutto il nostro rispetto e la nostra ammirazione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)