21 settembre 2022 10:14

Dopo l’avanzata impressionante dell’esercito ucraino era attesa la risposta di Mosca. È arrivata il 20 settembre sotto forma di una serie di referendum che aprono la strada all’annessione di ampie aree del territorio ucraino da parte della Russia. Si tratta di un’escalation politica e potenzialmente anche militare in un conflitto che dura da quasi sette mesi.

I referendum si svolgeranno il 23 e il 26 settembre nelle due repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk (in Ucraina orientale), nella regione di Zaporižžja, dove si trova la più grande centrale nucleare d’Europa, e infine a Cherson, la città del sud conquistata all’inizio dell’invasione russa.

La Russia aveva già agito nello stesso modo nel 2014, dopo aver occupato militarmente la Crimea. All’epoca il referendum era stato seguito da un’annessione che solo pochi stati hanno riconosciuto.

Stavolta questi pseudoreferendum, che non convincono nessuno e saranno riconosciuti solo dagli alleati fedeli della Russia (Bielorussia, Siria, Corea del Nord), si svolgeranno nel mezzo di una guerra senza pietà.

A suo modo Vladimir Putin traccia una “linea rossa” per l’Ucraina e i suoi sostenitori occidentali. Trasformando queste aree dell’Ucraina in territori russi, infatti, Putin impone un cambiamento nella natura del conflitto.

I soldati russi non potranno più rifiutarsi di combattere su un territorio diventato nazionale

D’ora in avanti, se l’esercito ucraino continuerà ad avanzare, non riconquisterà zone occupate, ma aggredirà la Russia. Come tesi è un po’ grossolana, ma ha il vantaggio di trasformare l’aggressore in aggredito, giustificando qualsiasi escalation, comprese le più temute. Nel frattempo l’“operazione militare speciale”, come l’ha chiamata finora il Cremlino, potrebbe diventare ufficialmente una guerra, con una mobilitazione generale e una narrativa che avanzerebbe un parallelo con la “grande guerra patriottica” del 1941. Legalmente i soldati non potranno più rifiutarsi di combattere su un territorio diventato nazionale.

La sera del 20 settembre, prima di un discorso di Putin che è stato pronunciato solo la mattina dopo, circolava sui social network russi la paura di una mobilitazione generale, che il 21 è stata confermata come destinata ai riservisti. Alcuni utenti cominciavano già a cercare il modo di lasciare il paese prima di essere chiamati a prestare servizio.

Sia il governo ucraino sia i paesi occidentali hanno criticato le consultazioni condotte da una forza d’occupazione straniera. “Una provocazione”, ha commentato il presidente francese Emmanuel Macron il 20 settembre davanti all’Onu, in un discorso particolarmente severo contro quello che ha definito “imperialismo” russo.

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È poco probabile che l’esercito ucraino tenga conto di questi nuovi confini. Gli ucraini hanno annunciato la riconquista di una località nella provincia di Luhansk, una di quelle dove si svolgerà il referendum. Allo stesso modo la pressione ucraina attorno a Cherson, altra città chiamata al voto, non dovrebbe allentarsi.

L’annuncio di Mosca dimostra che Putin ha scelto, come previsto, la via dell’escalation dopo le ultime disfatte. Solo il capo del Cremlino sa fino a che punto intende spingersi, ma nel contesto attuale la sua ultima scelta significa chiaramente più guerra, non meno. Gli ucraini lo sanno, e sono pronti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)