Nessuno potrà rimproverare al presidente francese Emmanuel Macron di non aver capito che l’Africa sta cambiando e che la Francia deve ripensare il suo approccio al continente. Macron l’aveva già dimostrato dopo la sua elezione nel 2017, in un discorso pronunciato a Ouagadougou, in Burkina Faso, davanti a un gruppo di studenti. Nel 2021 ha ripetuto il concetto in occasione del vertice Francia-Africa di Montpellier, ancora una volta davanti ai giovani. Il 27 febbraio, infine, ha illustrato i contorni di un’altra politica di rottura con il passato, che sembra non passare mai. Il tutto alla vigilia di un importante viaggio in Africa centrale (Gabon, Angola, Congo, Repubblica Democratica del Congo).

Il problema è che questo cambiamento di rotta è difficile da realizzare a causa del peso della storia coloniale e postcoloniale, e dei vecchi riflessi della Francia. Tra l’altro, in questo momento Parigi è sulla difensiva: la partenza forzata delle truppe francesi dal Mali e dal Burkina Faso, insieme alla guerra dell’informazione condotta dalla Russia per creare sentimenti antifrancesi nei paesi africani, è solo la parte visibile di un malessere profondo.

Per affrontare la situazione Macron vorrebbe attuare un cambio di atteggiamento, sostenuto da una convinzione forte: l’Africa rappresenta il futuro della Francia e dell’Europa, dunque non bisogna permettere che il contesto attuale si cristallizzi, e che la distanza tra il nord e il sud del mondo – apparsa evidente con la guerra in Ucraina – continui ad aumentare.

È difficile far scomparire pratiche decennali con un semplice annuncio

Per Macron la posta in gioco è esistenziale. “Per un paese come il nostro sarebbe terribile non trovare posto in un continente che è nostro vicino e che sarà uno dei grandi poli del ventunesimo secolo dal punto di vista demografico, economico e culturale”, ha spiegato.

Tuttavia, com’è successo nel 2017 e nel 2021, ci sono sfide difficili da affrontare, a cominciare dal convincere l’Africa che la politica francese è davvero cambiata. “La Francia non ha più un pré carré”, ha ribadito Macron. L’espressione “pré carré” (che si potrebbe tradurre con “giardino privato”) è legata alla Françafrique, e indica la zona d’influenza in cui Parigi faceva e disfaceva i regimi. Tuttavia è difficile far scomparire pratiche decennali con un semplice annuncio.

Macron riconosce in particolare di essersi lasciato monopolizzare dalla questione della sicurezza in Sahel, dove l’intervento della Francia è visto solo attraverso questa lente. Per questo motivo, il 27 febbraio ha annunciato una riforma profonda della presenza militare francese in Africa , un test per il nuovo corso.

La Francia può contare su tre risorse importanti nel suo “ritorno” in Africa. La prima è la presenza di una forte diaspora africana in Francia, che Macron vorrebbe trasformare in un ponte, superando le riluttanze nazionali. “Bisogna abbracciare la parte africana della Francia”, ripete il presidente. Di sicuro, molte orecchie non gradiranno queste parole.

La seconda risorsa è l’europeizzazione della politica africana, come dimostra il fatto che Macron porterà con sé due commissari dell’Unione europea nel suo viaggio (il commissario per il mercato interno e la commissaria per i partenariati internazionali). La presenza dell’Europa permette di smorzare la reazione epidermica rispetto alla Francia e di raggiungere, per esempio, una dimensione adatta per i progetti infrastrutturali.

La terza risorsa è più una speranza che una realtà, ed è quella che la società francese, dalle aziende alla cultura, torni a investire in Africa passando per la società civile. Oggi non è così, ed è una debolezza. Un nuovo approccio all’Africa sarà possibile soltanto se, paradossalmente, la società civile francese riuscirà ad aggirare lo stato e le sue pesantezze. È una sfida colossale.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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