Il primo ministro cambogiano ha rilasciato le dichiarazioni più significative in merito alle bombe a grappolo. Durante le guerre d’Indocina, la Cambogia è stata colpita da migliaia di questi ordigni, lanciati dai bombardieri statunitensi. Il 9 luglio, su Twitter, il primo ministro ha parlato dell’“esperienza dolorosa” del suo paese, che ha rappresentato un pericolo costante per i civili ben oltre la fine del conflitto.

La decisione degli Stati Uniti è dettata da un imperativo militare: la produzione occidentale di munizioni non riesce a tenere il passo dei consumi dell’esercito ucraino. Tuttavia il ricorso alle bombe a grappolo solleva un problema politico e anche morale: queste bombe, che disperdono altre cariche in modo casuale prima di toccare il suolo, sono infatti vietate da una convenzione internazionale.

La convenzione è stata firmata da decine di paesi, soprattutto europei. Tra i firmatari non ci sono né gli Stati Uniti né l’Ucraina né tantomeno la Russia, dunque Washington non commette alcuna violazione decidendo di consegnarle all’esercito di Kiev. Ma è difficile votare un bando per un tipo di arma e contemporaneamente accettare che un alleato ne consegni in quantità a un paese di cui si sostiene la causa. Da questo paradosso nasce il disagio dell’Europa.

Le sfumature dell’opposizione
A Londra il primo ministro Rishi Sunak ha assunto un’insolita posizione di contrasto con gli Stati Uniti, dichiarando che il suo paese non consegnerà le bombe a grappolo all’Ucraina. Il suo predecessore Boris Johnson ne ha approfittato per prendere le distanze dal governo e sostenere la decisione degli americani.

Peter Forbes Ricketts, ex consigliere per la sicurezza nazionale ed ex ambasciatore britannico in Francia, ha espresso con chiarezza quello che pensano in molti: “La vicenda mi mette a disagio. Mi piacerebbe che non lo facessero, ma possiamo comprendere le ragioni di queste decisione”.

All’occorrenza la necessità diventa legge e la carenza di munizioni prevale sui princìpi

Stesso problema in Germania, dove il presidente Steinmeier ha messo fine al dibattito con un’approvazione non esattamente proprio convinta della decisione di Washington. In Francia, il Quai d’Orsay fa sapere di “comprendere” la posizione degli Stati Uniti. In Spagna, invece, il ministro della difesa ha dichiarato che “certe armi e bombe non devono essere consegnate, in nessun caso”.
Da queste reazioni risulta evidente che l’argomento solleva problematiche mai affrontate dall’inizio della guerra in Ucraina.

Da oltre un anno e mezzo l’Ucraina e i suoi alleati occidentali si presentano come garanti del diritto internazionale contro l’aggressività della Russia. Non senza difficoltà, questo fronte cerca di convincere parte dei paesi del sud della necessità di sostenere una guerra per la giustizia.

Ma ecco che all’occorrenza la necessità diventa legge e la carenza di munizioni prevale sui princìpi. Come ha spiegato il presidente tedesco, senza munizioni l’Ucraina non esisterebbe più. Ma è innegabile che la forza morale del sostegno alla causa di Kiev risulti indebolita se l’Ucraina usa “armi sporche”, come d’altronde fa la Russia.

Qualcuno risponderà che la guerra è sempre sporca, ma questo significa negare 150 anni di regole introdotte per limitare i danni prodotti dagli equipaggiamenti militari. Le armi chimiche e batteriologiche sono vietate, così come le mine antipersona. Le bombe a grappolo rientrano nella stessa categoria. Dunque farvi ricorso è uno sbaglio, anche se probabilmente è uno sbaglio inevitabile.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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