L’Egitto si è rifiutato di aprire un corridoio umanitario per i rifugiati di Gaza. È una questione complessa che affonda le radici nella storia. Un fantasma perseguita i palestinesi ovunque si trovino: il suo nome è nakba, “catastrofe” in arabo, un riferimento all’esodo e all’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi in occasione della prima guerra arabo-israeliana, nel 1948, all’epoca della nascita di Israele.

Una parte fu accolta nella Striscia di Gaza, che allora era un territorio controllato dall’Egitto. Settant’anni dopo quelle persone sono ancora lì. Secondo l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi, degli oltre due milioni di abitanti della Striscia, 1,6 milioni sono discendenti delle persone scappate nel 1948.

Oggi vivono in otto campi sparsi lungo 42 chilometri. Alcuni nel corso degli anni sono diventati vere e proprie città, come Jabaliya o Khan Yunis. E in questo momento temono di diventare di nuovo dei rifugiati. Spostandosi in Egitto per scappare dai bombardamenti israeliani, ai loro occhi rischierebbero di compiere un nuovo viaggio senza ritorno. Quando all’inizio della settimana il portavoce dell’esercito israeliano gli ha consigliato di partire, molti hanno temuto di rivivere l’incubo delle loro famiglie nel 1948.

L’Egitto non ha alcuna voglia di ospitare sul suo territorio una presenza palestinese che rischia di diventare permanente, soprattutto se sotto l’influenza di Hamas, emanazione dei Fratelli musulmani egiziani, bestia nera del regime del maresciallo Abdel Fattah al Sisi.

Dunque la frontiera tra l’Egitto e la Striscia di Gaza, al valico di Rafah, resta quasi totalmente chiusa, anche perché negli ultimi giorni è stata bombardata dall’aviazione israeliana.

I palestinesi non vogliono lasciare quella che in fin dei conti è una loro terra, anche se le condizioni di vita erano un incubo già prima della guerra e negli ultimi cinque giorni hanno subìto i bombardamenti e le rappresaglie israeliane. La partenza verso l’Egitto è una soluzione che accetterebbero solo se costretti.

Oggi si contano già più di trecentomila sfollati all’interno di Gaza, fuggiti dalle zone più colpite dall’aviazione israeliana per rifugiarsi in altre meno rischiose. Ma il numero di vittime non smette di aumentare e le condizioni di vita sono diventate infernali. Gaza è stata privata d’acqua ed elettricità dall’esercito israeliano.
Le ong chiedono l’apertura di corridoi umanitari, ma non per evacuare i residenti, per soccorrerli. Oggi è impossibile. Sette dipendenti delle Nazioni Unite hanno perso la vita.

Con queste rappresaglie terribili che non fanno distinzione tra i combattenti di Hamas e la popolazione civile, lo stato israeliano, colpito al cuore il 7 ottobre, corre il rischio di essere accusato di voler infliggere una punizione collettiva, una pratica vietata dalla convenzione di Ginevra. Perfino Joe Biden, che ha garantito il suo sostegno incondizionato a Israele, ha invitato il suo governo a rispettare le regole della guerra.

Dopo la tragedia del terrorismo cieco, è arrivata quella della catastrofe umanitaria.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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