Quello in Ungheria è stato un terremoto politico capace di superare le frontiere di un paese con meno di dieci milioni di persone nel centro dell’Europa. La sconfitta netta incassata da Viktor Orbán, al potere da 16 anni, è prima di tutto la sconfitta di un uomo che ha incarnato quello che lui stesso ha definito “illiberalismo”, ovvero il contrario della democrazia liberale che domina in Europa.

Orbán ha diviso l’Unione europea come nessun altro, presentandosi come avversario dichiarato di Bruxelles, che ha paragonato alla Mosca dei tempi in cui l’Ungheria faceva parte del blocco sovietico. Attualmente il governo ungherese blocca aiuti europei per 90 miliardi di euro destinati all’Ucraina.

Ma il risultato delle elezioni segna anche la sconfitta dei potenti sostenitori di Orbán, da Vladimir Putin (di cui il primo ministro ungherese è stato una sorta di cavallo di Troia all’interno dell’Unione) a Donald Trump, che poco prima del voto gli aveva manifestato il suo appoggio sui social network. Il braccio destro di Trump, JD Vance, è addirittura andato a Budapest per sostenere personalmente Orbán, la cui sconfitta, in questo senso, evidenzia l’ostilità dell’Europa nei confronti dell’amministrazione Trump.

A sconfiggere il primo ministro ungherese è stato Péter Magyar, a lungo fedele servitore del sistema Orbán, ex marito della ministra della giustizia e lui stesso alto funzionario del governo. Nel 2024 Magyar ha rotto clamorosamente con il suo ex mentore, denunciando la corruzione nel contesto di uno scandalo criminale insabbiato dal governo.

Magyar, l’uomo che prenderà il posto di Orbán, ha inizialmente suscitato la diffidenza dell’opposizione liberale, che però ha capito presto che un insider avrebbe avuto maggiori possibilità di vincere.

Magyar è un conservatore che condivide (tra le altre cose) la visione di Orbán sull’immigrazione e non si è esposto su molti temi delicati che riguardano la società ungherese, ma gli elettori hanno comunque espresso il desiderio di un’alternanza per lasciarsi alle spalle la corruzione del sistema di cui Orbán e i suoi collaboratori hanno largamente beneficiato. Alla fine la propaganda dei mezzi d’informazione controllati dal governo e le ingerenze esterne hanno avuto un effetto contrario rispetto a quello sperato.

Le conseguenze del voto sono diverse. Prima di tutto, a livello europeo, le elezioni segnano la scomparsa di un ostacolo. Magyar si è infatti impegnato a “riconciliare” Budapest con le istituzioni europee, un impegno che rappresenta un sollievo per Bruxelles, Parigi e Berlino. E per l’Ucraina stessa, che Orbán ha cercato di trasformare in uno spauracchio, agitando vecchi rancori.

Ma le conseguenze sono soprattutto politiche, perché Orbán rappresentava la chiave di volta della strategia dell’estrema destra per assumere il controllo dell’Unione europea. Il suo partito, Fidesz, fa parte del gruppo dei Patrioti al parlamento europeo, guidato dal capofila del Rassemblement national francese Jordan Bardella. A un anno dal voto in Francia, Italia, Spagna e Polonia, la sconfitta di Orbán è un segnale cruciale.

Il risultato delle elezioni ungheresi è anche una conseguenza dell’allontanamento dell’opinione pubblica europea dagli Stati Uniti di Donald Trump, la cui immagine si è deteriorata anche in Europa centrale, dove fino a poco tempo fa era piuttosto solida. Trump ne ricaverà senza dubbio l’ennesimo motivo per esternare il suo disprezzo per l’Europa.

Il dopo Orbán non sarà facile, perché il suo lungo regno lascia in eredità riforme illiberali che sarà difficile cancellare. Resta il fatto che l’Ungheria sembra aver fermato un’avanzata dell’estrema destra che appariva inarrestabile.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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