13 marzo 2021 09:48

Il 26 febbraio l’intelligence statunitense ha pubblicato la versione integrale dell’inchiesta della Cia sull’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi. È un passaggio critico per la Casa Bianca, ma anche per altri governi che da tempo assecondano la brutalità dei regimi arabi e di altri regimi autoritari. Il rapporto è la dimostrazione finora più schiacciante della complicità del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman nell’orribile omicidio, e costringe molti governi a prendere una decisione da tempo rinviata: sanzionare il governo e il principe, oppure fare dei gesti simbolici di disapprovazione continuando a mantenere i rapporti politici e commerciali con il paese arabo?

Nell’ottobre del 2018 un commando saudita, composto da diverse persone che facevano parte dell’entourage del principe, è volato a Istanbul con due jet privati di proprietà di una società controllata da Bin Salman. Il commando ha ucciso Khashoggi e ha fatto a pezzi il suo corpo, che non è mai stato ritrovato. All’inizio il governo saudita ha mentito sull’omicidio, poi, di fronte alle prove presentate, ha ammesso che Khashoggi era morto durante un arresto finito male, ma che il principe ereditario non c’entrava niente.

Il rapporto dell’intelligence statunitense si basa su una serie di considerazioni della Cia: il controllo del principe sul regno, il “coinvolgimento nell’operazione di un consigliere del principe e di agenti della sua scorta e il sostegno all’uso della violenza per mettere a tacere i dissidenti all’estero, compreso Khashoggi”. Il rapporto si conclude con l’affermazione: “Riteniamo che il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, abbia approvato l’operazione a Istanbul per catturare o uccidere il giornalista saudita Jamal Khashoggi”. Il fatto che gli assassini avessero portato con sé un segaossa fa pensare inoltre che l’omicidio fosse premeditato.

Basta con l’impunità
Il rapporto statunitense fa seguito al lavoro di Agnès Callamard, relatrice speciale dell’Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, che dopo sei mesi di indagini ha concluso che l’Arabia Saudita è stata coinvolta nell’“esecuzione intenzionale e premeditata” di Khashoggi. “Ci sono prove a sufficienza della responsabilità del principe ereditario che richiedono ulteriori indagini”, ha dichiarato Callamard. Le valutazioni fatte dalla Cia e da Callamard oggi costringono Washington a decidere come portare avanti i rapporti con il regno saudita, che l’amministrazione Biden ha detto di voler “riconsiderare”. Il 26 febbraio la Casa Bianca ha prontamente annunciato che limiterà l’ingresso negli Stati Uniti degli individui coinvolti nell’omicidio di Khashoggi o in operazioni contro i dissidenti sauditi. Possono sembrare azioni morbide. Eppure si tratta di una novità significativa, perché i dissidenti presi di mira condividono liberamente informazioni con servizi di intelligence e politici stranieri, contribuendo a costruire solide accuse contro i tiranni arabi.

Un motivo importante per agire contro i sauditi è che le loro azioni sono simili a quelle di altri regimi arabi autoritari per i quali Riyadh è un modello. L’intera regione pagherà un prezzo alto se l’omicidio di Khashoggi non sarà punito duramente e rischia di diventare un inferno di stati canaglia in cui la vita ha poco valore e i cittadini non hanno diritti.

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Gli Stati Uniti e gli altri paesi, insieme al settore privato e alle organizzazioni internazionali che lavorano con l’Arabia Saudita, devono decidere in fretta cosa fare. Tra le idee in discussione ci sono l’ipotesi di imporre sanzioni più pesanti contro singole persone, escludere i leader politici dagli incontri diplomatici, lanciare un’inchiesta internazionale sul principe ereditario e ridurre i legami militari e commerciali con il regno. Il problema però è che sarà difficile scalzare Mohammed bin Salman dalla sua posizione di principe ereditario. Suo padre, re Salman, non sta bene e potrebbe non essere in grado di gestire le ripercussioni del comportamento del suo erede. La maggior parte delle iniziative di Mohammed bin Salman in politica interna ed estera sono fallite, in particolare l’embargo ai danni del Qatar e la guerra in Yemen. A peggiorare le cose c’è il fatto che il principe è riuscito nella discutibile impresa di trasformare un regno di basso profilo nell’ennesima società araba autoritaria, in cui nessuno osa dire quello che pensa per paura del carcere o della morte.

La reazione più importante a cui dovremmo prestare attenzione è probabilmente quella interna all’Arabia Saudita, di qualcuno tra i membri della famiglia reale, dell’élite economica e degli apparati di sicurezza. I cittadini sauditi, per quanto possano essere imbarazzati per il fatto che il loro paese viene messo all’indice, non hanno i mezzi per esprimersi liberamente. La pressione internazionale quindi è fondamentale per mettere fine ai comportamenti criminali dei funzionari arabi, ma anche per dare un po’ di speranza a donne e uomini comuni.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

Questo articolo è uscito sul numero 1399 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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