Gli autocrati vanno di moda in tutto il mondo. Da Vladimir Putin a Xi Jinping, passando per Donald Trump, Recep Tayyip Erdoğan, Jair Bolsonaro, Rodrigo Duterte e Mohammed bin Salman, una tendenza populista, nazionalista e conservativa accomuna gli uomini che stanno modellando la politica del ventunesimo secolo.

L’eccezione è Abiy Ahmed.

Il nuovo primo ministro etiope, ad appena 42 anni, sta cercando in un colpo solo di abbattere e poi ricostruire le fondamenta del secondo stato più popoloso dell’Africa.

In carica da appena sei mesi, ha riformato l’agenzia dei servizi segreti, ha fatto decadere il controverso stato d’emergenza, ha fatto tornare in patria i dirigenti dell’opposizione, ha liberato migliaia di prigionieri politici e ha messo fine a una guerra pluridecennale con l’Eritrea.

Vecchie ruggini
Ma è solo l’inizio. Il futuro dell’Etiopia, un paese di 107 milioni di abitanti, dipende dal successo o dal fallimento del suo ambizioso programma di riforme, e le possibili ricadute, in caso positivo, andranno ben oltre i confini del suo paese. Se manterrà le sue promesse di creare un paese democratico, rappresentativo e rispettoso dello stato di diritto, avrà creato un modello contemporaneo per la gestione delle transizioni da un sistema monopartitico a un governo del popolo, portando una prova decisiva del fatto che simili passaggi sono possibili.

Questi sono tuttavia solo i primi mesi del suo mandato e Abiy non ha ancora fatto abbastanza per essere considerato un esempio da seguire su scala globale. Le sue riforme sono ancora contrastate a ogni livello, e ha commesso alcuni gravi passi falsi, come la detenzione illegale di migliaia di giovani accusati di violenze interetniche. Deve anche fare i conti con le conseguenze inattese derivanti dall’aver aperto il vaso di Pandora delle vecchie ruggini etniche e locali che rischiano d’infiammare il paese.

L’elenco dei suoi nuovi ministri, annunciato questa settimana, rappresenta il suo personale tentativo di rimettere un coperchio su questo vaso.

I vecchi generali e le vecchie spie daranno davvero ascolto ai loro nuovi capi?

Quantomeno sul piano simbolico, i profili dei ministri sono una potente indicazione di cambiamento. Il primo ministro ha ridotto il loro numero da 28 a venti. Dieci sono donne. Dieci hanno un dottorato. I ministeri chiave sono guidati da rappresentanti di gruppi etnici e religiosi storicamente marginalizzati: il ministro delle finanze è Ahmed Shide, un musulmano della regione somala, quella delle finanze è Aisha Mohamed, una musulmana della regione di Afar.

Ancor più significativa è la creazione di un ministero che sorvegli e, in teoria, limiti il temuto apparato di sicurezza del paese, compresi i servizi d’intelligence. Con un altro gesto carico di significato, Abiy ha ribattezzato questo nuovo ministero “ministero della pace”, anche se la simbologia in questo caso è più ambigua. Nel libro 1984 di George Orwell, il ministero della pace era l’ufficio statale incaricato di dichiarare guerra.

Il nuovo ministero è guidato da un’altra musulmana, Muferiat Kamil, che è stata la prima donna presidente della camera.

“L’apparato di sicurezza è oggi sotto il controllo, altamente simbolico, di donne che indossano l’hijab. Il valore simbolico della cosa non va sottovalutato. Si tratta di un’affermazione molto forte a favore di una sfera pubblica inclusiva ed equa”, spiega Hallelujah Lulie, direttrice di programma presso il centro studi Amani Africa.

Non tutti sono felici dei nuovi ministri. Alcuni gruppi etnici ritengono di non essere adeguatamente rappresentati, mentre alcuni esponenti della cosiddetta vecchia guardia patriarcale del paese non giudicano come una novità positiva la parità di genere.

Minacce alle riforme
Esistono anche dei dubbi sul potere effettivo di cui godranno i nuovi ministri nominati da Abiy: i vecchi generali e le vecchie spie daranno davvero ascolto ai loro nuovi capi?

Assicurarsi il controllo dell’apparato di sicurezza sarà fondamentale per il successo di Abiy nel contenere le principali minacce al suo programma di riforme, che vengono da varie parti.

Da un lato Abiy deve fare i conti con la reazione della vecchia élite politica, messa ai margini dalle sue nuove disposizioni: un’élite che ha storicamente cooptato le forze di sicurezza per mantenere il suo controllo del potere.

Dall’altro, fatica a mantenere l’improvviso aumento della violenza politica che ha accompagnato i suoi primi mesi di governo e fatto sorgere alcuni dubbi sulle sue credenziali di pacifista.

Come ha riferito l’Armed conflict location and event data project, “anche se il mandato di Abiy è stato accolto come pacificatore, il numero di eventi violenti e manifestazioni è in realtà cresciuto di oltre l’8 per cento nei sei mesi trascorsi da quando è salito al potere, rispetto ai sei mesi precedenti (da 388 a 420 casi). A questo si è accompagnata una crescita del 48 per cento nel numero di vittime denunciate, passate dalle 644 dei sei mesi precedenti l’arrivo di Abiy al potere alle 954 nel periodo compreso tra aprile e ottobre”.

Nuotare controcorrente
Fatto significativo, tuttavia, è che le violenze politiche avvenute durante il governo di Abiy hanno cambiato natura. Prima che salisse al potere, il conflitto era perlopiù verticale: vari gruppi erano in lotta con lo stato, che a sua volta rispondeva con la violenza. Adesso è più orizzontale, con gruppi etnici e di altro tipo che lottano l’uno contro l’altro. Questo accade per colpa di Abiy oppure è una conseguenza inevitabile di un cambiamento sostanziale?

“Ci sono diverse spiegazioni”, spiega Lulie. “In maniera più generale si può dire che questi eventi sono tipici di ogni transizione, specialmente in una società profondamente divisa, con una cultura politica polarizzata. È difficile dire oggi se questi conflitti siano o meno il sintomo di ciò che accadrà in futuro, o solo degli incidenti di percorso. In una società che ha conosciuto simili livelli di repressione politica, corruzione e violenza, nel momento in cui si aprono spazi di libertà, le persone vogliono esprimere il proprio malcontento e prendere direttamente il controllo della situazione”.

Esiste il rischio, se la violenza dovesse peggiorare, di dare ragione ai vecchi autocrati: quelli che sostenevano che il paese non fosse pronto a gestire uno spazio politico aperto, e che la repressione e la limitazione delle libertà civili sia l’unico modo per mantenere il controllo di un paese grande e frammentato come l’Etiopia.

Si tratta dello stesso argomento usato per giustificare la repressione di stato in luoghi come la Cina e il Ruanda.

Ma i vantaggi potenziali sono anche maggiori: se Abiy riuscirà a calmare le cose, avrà provato che il ministero della pace, nella vita reale, non è orwelliano come sembra, e obbligherà Pechino e Kigali a trovare nuove scuse. Dimostrerà inoltre che è ancora possibile nuotare in direzione opposta rispetto all’onda autoritaria, e che il nazionalismo populista non è l’unica ricetta per il successo politico.

In un mondo sempre più modellato da figure come Putin, Trump e Xi Jinping, Abiy Ahmed propone una diversa, e più coinvolgente, visione del futuro.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul settimanale sudafricano Mail & Guardian

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