Davanti al tribunale di Gaborone, in Botswana, dopo la notizia della depenalizzazione dell’omosessualità, l’11 giugno 2019. (Ryan Lenora Brown, The Christian Science Monitor/Ap/Ansa)

Buone notizie dal continente africano

Davanti al tribunale di Gaborone, in Botswana, dopo la notizia della depenalizzazione dell’omosessualità, l’11 giugno 2019. (Ryan Lenora Brown, The Christian Science Monitor/Ap/Ansa)
31 luglio 2019 11:44

Il Mail & Guardian ha lanciato un appello su Twitter con l’obiettivo di scoprire storie provenienti dal continente africano che fossero di ispirazione, edificanti e positive. La risposta è stata travolgente. Abbiamo ricevuto decine di esempi di coraggio, speranza, resilienza e ingegno.

Ecco una piccola selezione curata da Simon Allison.

Il Kenya batte le centrali a carbone

Nel 2016 l’agenzia statale per l’ambiente in Kenya ha dato il via libera alla costruzione di una nuova centrale a carbone nell’isola di Lamu, fino ad allora incontaminata. Sarebbe stata la prima centrale a carbone del Kenya. Gli ambientalisti erano indignati: non solo l’impianto avrebbe distrutto il delicato ecosistema di Lamu, ma avrebbe contribuito ad aumentare l’impronta di carbonio del Kenya in un momento in cui gli effetti della crisi climatica globale si fanno sempre più evidenti.

Per questo hanno reagito. Gli abitanti dell’isola hanno manifestato contro la costruzione della centrale e le organizzazioni internazionali hanno sostenuto un procedimento legale basato sull’inadeguatezza della valutazione di impatto ambientale del progetto. Il mese scorso gli attivisti hanno vinto: il tribunale nazionale per l’ambiente del Kenya ha sospeso la licenza concessa alla Amu power per la realizzazione del controverso impianto.

“Adesso siamo vecchi, ma abbiamo ereditato un ambiente pulito e salubre dai nostri genitori, ed è nostro dovere consegnare ai nostri figli un ambiente altrettanto pulito e salubre”, ha dichiarato il vicedirettore di Save Lamu, Mohamed Mbwana.

Notizia segnalata da Najala Nyabola (@najala1)

Libero scambio per tutti

Cinquantadue nazioni africane hanno firmato l’accordo che istituisce l’Area africana di libero scambio continentale, inaugurata ufficialmente il 30 maggio. Una volta entrato pienamente in vigore, l’accordo interesserà 1,2 miliardi di persone e coinvolgerà circa tremila miliardi di dollari in prodotto interno lordo. Secondo i suoi sostenitori l’accordo sbloccherà il futuro economico del continente e inaugurerà una nuova epoca di pace e prosperità.

Non tutti però ne sono convinti. Permangono grossi punti interrogativi sulle modalità e i tempi di attuazione dell’accordo, mentre la Nigeria – la più grande economia africana – non ha ancora confermato la sua adesione.

Nonostante ciò la rapida trasformazione dell’accordo da sogno irraggiungibile in legge continentale è già di per sé un risultato importante che evidenzia la
reale volontà politica di favorire una maggiore integrazione continentale, oltre che lo stato di buona salute del panafricanismo. Rappresenta inoltre una vittoria per la tanto criticata Unione africana, che da anni spinge a favore di un accordo di libero scambio continentale.

“È vero, ci sono molti punti negativi, ma non si può non elogiare la rapidità del processo e l’entusiasmo per quello che, se ben gestito, potrebbe essere un accordo destinato a cambiare completamente le carte in tavola”.

Notizia segnalata da Babatunde Fagbayigbo (@BabsFagbayibo)

L’omosessualità non è un reato

Con un colpo di martelletto un giudice in Botswana ha ribaltato secoli di ingiustizia, pregiudizi e discriminazioni.

“Una nazione democratica sposa la tolleranza, la diversità e l’apertura mentale”, ha dichiarato il giudice Michael Leburu alla fine di una battaglia processuale durata tre anni. “Abbiamo stabilito che non tocca al sistema giudiziario regolamentare i rapporti sessuali consensuali privati tra persone adulte”.

La decisione di depenalizzare l’omosessualità è stata accolta con festeggiamenti dalle organizzazioni lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali di tutto il mondo.

Letsweletse Moshidiemang, il giovane di 24 anni originario di un villaggio nel nord del Botswana che ha avviato la storica causa legale, ha dichiarato in un’intervista al Christian Science Monitor: “Sono solo una persona orgogliosa di essere ciò che è. L’ho fatto affinché le persone come me non debbano pensare che essere ciò che siamo è un reato”.

Notizia segnalata da @MzansiMaasai

Una fatwa contro il matrimonio precoce

Il vice imam della moschea di Al Azhar al Cairo, uno dei più prestigiosi centri di istruzione islamica al mondo, ha lanciato una fatwa contro i matrimoni precoci. Si tratta del primo decreto di questo genere, che potrebbe proteggere milioni di bambine in tutto il mondo e impedire che siano costrette a sposarsi.

“Il matrimonio nell’islam è fondato sul consenso di entrambi gli interessati, soprattutto della giovane donna. L’espressione di questo consenso richiede che la ragazza abbia raggiunto l’età della maturità e della ragione. Solo così il suo consenso potrà essere valido”, recita il testo.

Il decreto è stato redatto nel corso del primo vertice africano dedicato ai matrimoni precoci e alle mutilazioni genitali femminili, che si è svolto a Dakar nel mese di giugno. È il risultato di un dibattito durato mesi tra organizzazioni della società civile e la moschea Al Azhar.

Il matrimonio precoce è un problema enorme in Africa, soprattutto nell’area subsahariana, dove quattro donne su dieci sono costrette a sposarsi prima di aver compiuto diciotto anni. Si spera che la fatwa contribuirà a modificare le posizioni dei leader religiosi in paesi con alti tassi di matrimoni precoci.
Notizia segnalata da Ruth Maclean (@RuthMaclean)

La rapidissima ascesa del campione camerunese dell’Nba

Nel mondo dello sport professionistico le potenziali superstar di solito vengono scoperte molto presto e il loro talento è affinato sin dalla più tenera età. Il camerunese Paskal Siakam però aveva già 15 anni quando per la prima volta ha tenuto in mano una palla da basket.

Oltretutto aveva già deciso di diventare un prete cattolico. Il talento naturale di Siakam è stato tuttavia talmente evidente che il giovane ha ottenuto una borsa di studio in un’università degli Stati Uniti. Gli ostacoli da superare però non erano finiti: suo padre è morto in un incidente d’auto quando ancora non era finita la sua prima stagione nella squadra del college. Siakam si è trovato da solo in un paese straniero: quello è stato il periodo più difficile della sua vita.

Da allora Siakam è diventato sempre più forte fino a diventare protagonista della finale dell’Nba vinta dai suoi poco noti Toronto Raptors contro i Golden State Warriors. La sua rapidissima ascesa significa molto anche per altri atleti africani: forse d’ora in avanti i cacciatori di talenti dell’Nba presteranno più attenzione al continente.

Notizia segnalata da Jamie Hitchen (@jchitchen)

L’occidente respinge, l’Uganda accoglie

Alla data del 31 maggio l’ Uganda, una piccola nazione povera e senza sbocchi sul mare che ha già 42,8 milioni di abitanti, ospitava 1.276.208 profughi.

Due terzi di questi profughi provengono dal vicino Sud Sudan, stretto nella morsa di un lunga guerra civile. Il resto viene da altri paesi della regione: Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Somalia, Ruanda, Eritrea, Sudan ed Etiopia.
“L’Uganda ha continuato a tenere le porte aperte ai profughi sulla base della tradizionale ospitalità africana e del principio secondo cui non scacciamo chi si rifugia qui da noi in cerca di salvezza”, dichiara Hilary Onek, ministra ugandese per gli aiuti umanitari, la gestione dei disastri e i rifugiati.

Questo approccio contrasta vergognosamente con le immagini provenienti dall’Europa e dall’America settentrionale, dove i governi stanno scegliendo di far annegare i profughi e i migranti in mare o di farli morire di fame mentre attraversano il deserto invece di fornire loro assistenza.

“L’Uganda resta aperta ai vicini in fuga dai conflitti. Una posizione che ha i suoi critici e i suoi limiti, ma in un mondo reso folle dall’ossessione per il controllo dei confini, questo è già qualcosa”, afferma la giornalista ugandese Lydia Numuburu.

Notizia segnalata da Lydia Namubiru (@namlyd)

Il Sudafrica ignora il musicista stupratore

Koffi Olomidé è uno dei nomi più noti sulla scena musicale africana. È anche stato condannato per stupro: a marzo un tribunale francese lo ha dichiarato colpevole di sesso con una minorenne, una ballerina quindicenne. Olomidé, il cui vero nome è Antoine Agbepa Mumba, è stato condannato a due anni di reclusione, ma la pena è stata sospesa.

Non è ancora chiaro quale sarà l’effetto di questa condanna sulla sua carriera, ma il musicista congolese ha continuato a ricevere inviti a esibirsi da locali in tutto il continente, compresi il Gallagher estate di Johannesburg e lo Shimmy beach club di Città del Capo.

I sudafricani però la pensano diversamente. Una campagna con lo slogan “Stop Koffi Olomidé” ha dato forza a una petizione per impedire al musicista di esibirsi nel paese. Piegandosi alle pressioni dell’opinione pubblica, entrambi i locali hanno annunciato la cancellazione degli spettacoli, privando così Olomidé di un’importante piattaforma pubblica e di un’occasione per riabilitare la sua reputazione.

Notizia segnalata da Koketso Moeti (@kmoeti)

L’Etiopia apre i confini

L’anno scorso l’Etiopia era uno dei paesi in cui era più difficile entrare per gli altri africani: secondo una classifica sui visti stilata dalla Banca di sviluppo africana, il paese si trovava al cinquantesimo posto su 54. Un risultato ancora più imbarazzante si si tiene conto che Addis Abeba è la sede dell’Unione africana.

Quest’anno però le cose sono cambiate. Il governo ha consentito ai cittadini di qualsiasi paese africano di ottenere un visto all’arrivo, con l’esplicito intento di rafforzare i legami con il resto del continente.

“Questo legame di interazione sociale degli etiopi con il resto dei sistemi africani potrebbe essere ulteriormente facilitato e in Etiopia si potranno avvertire gli effetti del flusso di affari e investimenti, e naturalmente del turismo”, ha dichiarato Sillessi Demisew, portavoce del dipartimento per l’immigrazione etiope.

Parte integrante dei programmi di integrazione continentale dell’Ua è la promozione dei viaggi senza necessità di visto nel continente per tutti gli africani. L’apertura dei confini dell’Etiopia rappresenta un passo nella giusta direzione.

Notizia segnalata da Ryan Cummings (@Pol_Sec_Analyst)

La diaspora risponde al ciclone Idai

Quando Freeman Chari ha saputo che il suo paese, lo Zimbabwe, stava per essere colpito dal ciclone Idai, ha voluto dare una mano. Ma cosa poteva fare dall’Ohio, negli Stati Uniti, dove vive attualmente? In poco tempo ha organizzato una campagna sulla piattaforma GoFundMe con l’obiettivo di raccogliere qualche migliaio di dollari per contribuire all’intervento umanitario nella regione di Chimanimani, quella più colpita. La risposta ha superato ogni sua aspettativa. Con oltre duemila donazioni, nella maggior parte dei casi piccoli contributi da parte di altri zimbabweani della diaspora, ha raccolto più di 84mila dollari per comprare cibo, coperte e attrezzature edili, di cui c’è un disperato bisogno.

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Non tutti i soldi raccolti da Chari sono stati usati per la risposta immediata all’emergenza; il rimanente è stato utilizzato per migliorare le scuole del posto, portando l’elettricità, riparando gli edifici scolastici e acquistando sedie e banchi.
“Assieme possiamo completare questo viaggio e salvare qualche vita”, ha scritto su Facebook.

Gli sforzi di Chari l’hanno trasformato in un eroe a Chimanimani e un simbolo di come una singola persona che riesce a canalizzare il potere collettivo di migliaia di altre possa davvero fare la differenza.

Notizia segnalata da Tich Ray (@TichRay), Joseph Maveneka (@jay_maveneka), Kutaura Kusema (@KusemaShepard)

Vittorie nella guerra contro il bracconaggio

La riserva nazionale di Nassa, nel Mozambico settentrionale, ha da poco festeggiato un intero anno senza la morte di un solo elefante per mano dei bracconieri. Un traguardo degno di nota, che dimostra come la guerra contro il bracconaggio possa essere vinta.

Secondo l’Anac, l’Amministrazione nazionale delle aree protette del Mozambico, a causa del bracconaggio tra il 2011 e il 2014 il numero di elefanti nella riserva di Niassa è sceso da dodicimila a 4.400.

Era necessario fare qualcosa e il governo ha istituito un’unità scelta di poliziotti per dare una mano alle guardie forestali nella lotta contro il bracconaggio. La tattica ha funzionato e i casi di bracconaggio sono diminuiti.

“L’Anac spera che questi festeggiamenti possano contribuire ad accrescere il grado di consapevolezza della società in generale, e delle comunità che vivono dentro o vicino alle aree protette in particolare, sull’importanza di proteggere la biodiversità”, ha dichiarato l’agenzia nazionale per la conservazione.

Notizia segnalata da @_mwaa_

L’università di Garissa continua a lottare

Quando l’università di Garissa è stata attaccata dai miliziani di Al Shabaab nel 2015, l’istituzione universitaria, relativamente giovane, non aveva ancora tenuto la sua prima cerimonia di laurea. Quel giorno sono stati uccisi 148 studenti e gli altri sono stati trasferiti alla vicina università di Moi, dove hanno completato il loro percorso di studi.

Da allora l’amministrazione di Garissa ha fatto di tutto per convincere le famiglie di essere un posto sicuro dove andare a studiare. Ecco perché la cerimonia di laurea del mese scorso, la prima nella storia dell’università, è stata così importante.

“Non dimenticheremo quello che è accaduto. Nessuna sfida è tanto difficile da non poter essere vinta. Al Shabaab voleva che questa università chiudesse, ma quello di oggi è il frutto della nostra resilienza”, ha dichiarato Aden Duale, parlamentare locale e leader della maggioranza in parlamento.

Hellen Sambili, rettrice dell’università, ha aggiunto: “Il nostro ricordo va a coloro che hanno perso la vita, e alle loro famiglie. L’università rimarrà forte e trasformerà questa regione”.

Notizia segnalata da Mohamed Korane (@Mohamedkorane1)

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito del settimanale sudafricano Mail & Guardian.

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