Un poliziotto ungherese pattuglia il confine serbo-ungherese vicino al villaggio di Gara, in Ungheria, il 2 marzo 2017. (Laszlo Balogh, Reuters/Contrasto)

I diritti traditi dei profughi

Un poliziotto ungherese pattuglia il confine serbo-ungherese vicino al villaggio di Gara, in Ungheria, il 2 marzo 2017. (Laszlo Balogh, Reuters/Contrasto)
03 febbraio 2018 09:26

Nel 1951 gli stati delle Nazioni Unite approvarono una convenzione sui profughi, con un obiettivo limitato: garantire che quelli della seconda guerra mondiale non subissero ingiustizie. Progressivamente il termine “profugo” si è allargato, e l’occidente ha cominciato a usare l’espressione per definire tutti quelli che fuggivano dall’Unione Sovietica e dall’Europa orientale, ma non quelli che fuggivano dalle guerre coloniali in Africa orientale e nel sudest asiatico. Un protocollo del 1967 ha cancellato le limitazioni di spazio e tempo, chiedendo che i profughi fossero riconosciuti “senza alcun limite geografico”.

Secondo questa logica, chiunque sia costretto a lasciare la propria casa è un profugo. Attualmente al mondo ci sono 66 milioni di persone che sono state costrette a spostarsi. La maggioranza vive ancora nel proprio paese d’origine. Solo 22,5 milioni di persone sono ufficialmente registrate come rifugiate. Nel 2016 appena 189.300 hanno potuto stabilirsi in altri paesi. Il resto è rimasto nei campi o ai margini del sistema di protezione internazionale. Vale la pena ricordare che ogni giorno circa 30mila persone sono costrette ad abbandonare la loro casa.

I paesi ricchi, ovvero i vecchi stati coloniali – dagli Stati Uniti all’Australia – hanno sviluppato un piano comune per affrontare la crisi dei profughi: costruiscono campi lontano dal loro territorio, “appaltando” il problema a stati che sono disposti, sotto pagamento, a costruire ostacoli alla libera circolazione dei popoli.

Prendiamo in esame i casi di Manus Island (Papua Nuova Guinea), Peñas Blancas e Paso Canoas (Costa Rica), del Sahel e della Turchia. In ognuna di queste aree l’occidente ha finanziato la creazione di forze militari e campi di concentramento per bloccare i disperati in fuga dalla fame e dalle guerre.

Manus Island

Dal 2013 il governo australiano ha trasferito i richiedenti asilo a Manus Island, a nord dell’isola principale della Papua Nuova Guinea. A Manus Island i migranti sono detenuti in campi dove esistono altissimi tassi di depressione e sindrome da stress postraumatico, come riportato dall’agenzia delle Nazioni Unite, Unhcr. Da un rapporto di Human rights watch del 2017 scorso si evince che nei campi la tortura è una pratica quotidiana. Quando il governo della Nuova Zelanda si è offerto di ospitare i migranti detenuti in questi campi, l’Australia ha respinto l’offerta sostenendo che in questo modo i migranti sarebbero potuti rientrare in territorio australiano “dalla porta sul retro”.

Peñas Blancas e Paso Canoas

Campi improvvisati e un centro della Croce rossa ospitano i migranti in Costa Rica. Le condizioni di vita in questi campi sono terribili, come ha riportato l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. I migranti detenuti in Costa Rica vorrebbero raggiungere gli Stati Uniti, ma vengono bloccati alla frontiera con il Nicaragua. Perché il Nicaragua non gli permette di passare nonostante siano solo di passaggio sul suo territorio? L’ambasciatrice statunitense in Nicaragua Laura Dogu ha precisato che “ogni paese controlla le sue frontiere, come facciamo anche noi negli Stati Uniti. Il Nicaragua ha il diritto di farlo, e noi sosteniamo il suo governo. È una decisione politica”. Sono parole indicative. Gli Stati Uniti sostengono e incoraggiano il Nicaragua a sbarrare le sue frontiere ai migranti. Per gli Stati Uniti è molto più semplice lasciare che il Nicaragua agisca come una sorta di agente di polizia di frontiera che “costruire il muro” al confine con il Messico.

Sahel

L’Iniziativa G5 Sahel della Francia coinvolge cinque paesi africani (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger) in un progetto per bloccare i migranti che cercano di attraversare il deserto del Sahara e il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Il punto 6 dell’iniziativa – che si avvale anche di un drone statunitense di stanza ad Agadez (Niger) – stabilisce la necessità di fermare i migranti lontano dal confine europeo. Un nuovo studio dell’università di Cambridge firmato da Paolo Campana dimostra che la politica di fermare i migranti nel Mediterraneo si è rivelata inutile. Dato che le barriere nel Mediterraneo non producono risultati, i paesi europei hanno deciso di costruirne altre sulla sponda meridionale del Sahara.

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Turchia

Nel corso del 2015 e del 2017, diversi paesi dell’Europa orientale hanno cominciato a costruire barriere e a rifiutarsi di lasciar passare i migranti sul loro territorio. L’Ungheria e la Slovacchia hanno portato in tribunale l’Unione europea accusandola di non aver permesso la chiusura delle frontiere. I paesi lungo la rotta balcanica che porta dalla Turchia alla Germania hanno assunto le posizioni più intransigenti contro le migrazioni, ma anche gli altri paesi europei non hanno certo aperto le porte ai migranti. La repressione delle autorità francesi nel campo migranti di Calais nell’ottobre del 2016 ha inviato un messaggio chiaro: i migranti non sono i benvenuti. L’Europa ha firmato un accordo con la Turchia in base al quale Ankara deve occuparsi di fermare i profughi e i migranti evitando che raggiungano l’Europa. L’Unione europea ha promesso in cambio tre miliardi di euro, ma i fondi non sono stati ancora inoltrati. In ogni caso la strategia generale è chiara: pagare un paese del perimetro occidentale affinché blocchi i profughi e i migranti.

Crisi appaltata
L’Europa, gli Stati Uniti e l’Australia hanno esportato i loro confini, allontanandoli dal loro territorio per garantire che lo spietato blocco dei migranti sia effettuato lontano dall’attenzione dei mezzi d’informazione. In sostanza l’occidente appalta la gestione della crisi dei profughi, in modo da portare avanti le sue crudeli politiche antimmigrazione e al contempo apparire innocente, mentre gli altri fanno il lavoro sporco.

È arrivato il momento per i paesi del sud – il blocco G77 delle Nazioni Unite – di chiedere una nuova convenzione per i profughi. L’attuale struttura globale presenta troppi buchi e troppo spesso viene ignorata. Non possiamo più permettere che la crisi dei profughi sia appaltata e siano usate le forze armate per bloccare i migranti. Lo spirito della convenzione per i profughi del 1951 non è più rispettato.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito su Alternet.

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