Una manifestazione di studenti a Città del Messico, il 13 settembre 2018. (Rodrigo Arangua, Afp)

Gli studenti di tutto il mondo protestano per i loro diritti

Una manifestazione di studenti a Città del Messico, il 13 settembre 2018. (Rodrigo Arangua, Afp)
27 settembre 2018 10:01

Sui muri dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi campeggiava una scritta: “Il disordine naturale della gioventù”. Un’altra diceva: “Non rimpiangete il ’68, organizzate il 2018”. Qualche mese fa ero a Parigi per le celebrazioni del cinquantesimo anniversario degli eventi del 1968, la rivolta di studenti e lavoratori che si diffuse dal Messico al Pakistan. Dovevo tenere una conferenza insieme a Françoise Vergès, una politologa originaria della Réunion, ma quella mattina abbiamo scoperto che gli studenti erano in sciopero. Volevano difendere il sistema scolastico e costruire una società migliore. I ragazzi ci hanno chiesto di tenere la nostra conferenza per loro, nelle aule occupate. E così abbiamo fatto.

Nei corridoi delle università parigine riecheggiava il vecchio slogan del 1968 “Debout, les damnés de l’université!” (in piedi, dannati dell’università). La lotta degli studenti del 2018 è la stessa di quelli del 1968, e anche qualcosa di più. Nel 1968 gli studenti francesi dichiararono che non avrebbero fatto a cambio tra il morire di fame (mourir de faim) e il morire di noia (mourir d’ennui), suggerendo che la fame era una cosa del passato e la noia il loro destino nel presente.

Oggi, però, la fame sta tornando. Gli studenti non sono solo frustrati per la mancanza di prospettive dopo la laurea, ma sono anche sommersi dai debiti, non riescono più a procurarsi da mangiare o un posto dove dormire. Dal Sudamerica all’Asia orientale vivono in condizioni di povertà, prendendo a prestito il denaro per le rette universitarie e lavorando a orari impossibili per coprire le spese quotidiane.

È difficile essere uno studente universitario oggi. Le finanze pubbliche di molti paesi si sono prosciugate e le università statali hanno aumentato le rette, ridotto le borse di studio e aperto i campus alle aziende private. Il declino delle università pubbliche ha favorito quelle private, che chiedono rette più alte in cambio di una prospettiva di vita migliore. L’artista ghaneano Frederick Brooks De’Poet parla degli studenti disoccupati nelle sue poesie.

È senza lavoro.
Ed è senza libertà…
È il laureato disoccupato.
L’uomo che ha sprecato quattro anni in una scuola inutile.

Molti studenti si sentono rappresentati da questi versi. Ma altri vogliono di più e sono scesi in piazza per difendere il diritto allo studio e per chiedere un maggior impegno a favore della scuola pubblica nonché una società più umana. Solo poche di queste proteste attirano l’attenzione dei mezzi d’informazione internazionali. Forse i giornalisti pensano che siano di poco conto. In realtà sono tra le mobilitazioni più importanti del mondo.

Di recente gli studenti sono scesi in piazza a Bogotà, in Colombia, e a Città del Messico. Gli studenti messicani si sono messi del nastro adesivo sulla bocca per protestare contro due silenzi: quello sul massacro di Tlatelolco, nel 1968, in cui persero la vita centinaia di attivisti studenteschi di Città del Messico, e quello sul rapimento e sulla scomparsa di 43 studenti di Ayotzinapa, nello stato di Guerrero, nel 2014. Tra i loro slogan ce n’era uno che diceva: “Essere studente in Messico è più pericoloso che essere un criminale”.

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In Colombia quarantamila studenti hanno manifestato contro la cancellazione del programma Ser pilo paga (essere intelligenti paga) che permetteva agli studenti delle aree rurali di iscriversi nelle università scelte da loro. Gli insegnanti si sono uniti ai ragazzi per denunciato i tagli all’istruzione superiore. Proteste del genere si sono svolte in altri paesi sudamericani, dall’Argentina al Cile.

Laureati disoccupati
È ormai un cliché dei nostri tempi: gli stati, messi sotto pressione dai banchieri, riducono i finanziamenti alle università, lasciando che il fardello gravi su studenti già in difficoltà economiche. L’idea che l’istruzione superiore sia un grande strumento di mobilità sociale è ormai superata, così come la convinzione che una laurea garantisca una vita migliore. La scuola di oggi sarebbe irriconoscibile per intellettuali come John Dewey e Nadežda Krupskaja, convinti che l’apprendimento potesse essere un modo per migliorare la società. Anche se partivano da prospettive molto diverse – il pragmatismo per Dewey e il marxismo per Krupskaja – i due erano uniti nella speranza che l’istruzione avrebbe migliorato l’esistenza delle persone. Questo doveva essere il fine ultimo, non quello di creare nuovi lavoratori da dare in pasto al tentacolare sistema capitalistico.

Per decenni i laureati del sud del mondo, dalla Tunisia allo Zimbabwe, dalla Nigeria allo Sri Lanka, si sono organizzati per denunciare la mancanza di opportunità di lavoro. Agli occhi di questi attivisti, le difficoltà che devono affrontare ogni giorno hanno una valenza politica. Sanno che la disoccupazione non è colpa loro. In Algeria ho imparato la parola hittiste, da hit (muro), che indica le persone che trascorrono le giornate appoggiate al muro, molte delle quali hanno un diploma universitario in tasca. Semplicemente non c’è lavoro per loro, il che significa che non potranno ripagare i debiti contratti per pagare gli studi.

Cosa significa oggi essere giovani e pieni di speranze? In quali luoghi i giovani possono immaginare mondi migliori?

A Santiago del Cile, nel 2011, gli studenti hanno esposto uno striscione con la scritta: “Con pasión por l’educación (con passione, per l’istruzione)”. Ma di questi tempi è difficile per gli studenti studiare con passione. Il sentimento più diffuso è il terrore, suscitato da chi cerca di fare della loro istruzione universitaria uno strumento per ottenere un lavoro che non c’è. Le politiche governative, suggerite da istituzioni come la Banca mondiale e da centri studi finanziati da grandi aziende, vogliono rendere lo studio un percorso arido, che privilegia gli aspetti professionali e attitudinali, e lascia poco spazio allo sviluppo umano. La paura dei debiti e della disoccupazione spinge gli studenti verso materie che, come gli viene ripetuto, gli garantiranno impieghi ben retribuiti, ma sempre più rari. I governi in questo modo tradiscono i cittadini perché mettono la scuola in secondo piano rispetto al mondo del lavoro.

Cosa significa oggi essere giovani e pieni di speranze? In quali luoghi i giovani possono scambiarsi idee e immaginare mondi migliori? Gli spazi pubblici vengono fagocitati sempre più spesso dalle grandi aziende, mentre le università sono state trasformate in fabbriche di posti di lavoro. Questo porta a una chiusura mentale, al soffocamento dell’umanità. Bisogna lottare per avere di più: più università, più immaginazione, per il disordine naturale della gioventù, per un mondo dove non ci sia più miseria.

Questo articolo è dedicato Miranda Mendoza Flores, una ragazza di diciott’anni che il 21 agosto 2018 è stata sequestrata mentre andava all’università a Città del Messico. Il suo corpo senza vita è stato ritrovato carbonizzato. La sua morte fa parte del femminicidio in corso in Messico. Fa parte della guerra contro gli studenti messicani. Fa parte della guerra contro i giovani. Un altro fiore pronto a sbocciare è stato reciso.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Quest’articolo è uscito su Alternet.

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