God’s not dead.

Il cinema cristiano tenta le platee degli Stati Uniti

God’s not dead.
17 novembre 2016 13:14

Costano poco e incassano moltissimo, senza avere attori famosi nel cast e senza appoggiarsi su imponenti campagne pubblicitarie. Negli Stati Uniti i film realizzati per un pubblico cristiano conservatore sono una forza con cui fare i conti da quasi dieci anni, ma nessuno ne parla, salvo i critici che li stroncano, qualche comico che li prende in giro, l’occasionale articolo di Hollywood Reporter che li racconta, sempre, come “campioni d’incasso a sorpresa”.

Gli eroi del nuovo cinema cristiano sono predicatori, soldati, lavoratori di classe media, mogli e madri sottomesse all’autorità dell’uomo di casa. I cattivi sono docenti universitari, avvocati, medici, giornalisti, uomini politici, atei militanti ben ammanicati con i poteri forti, esponenti dell’Unione per i diritti civili. Chiunque possa essere ascritto a una vera o presunta élite liberale, insomma. Il terreno di scontro è una piccola città, al massimo un lindo sobborgo residenziale; un primo conflitto minore, che serve per far partire la storia, è sempre allargato fino a diventare il simbolo di uno scenario collettivo da incubo.

Un esempio: in God’s not dead la parte del cattivo tocca a un professore di filosofia che impone agli studenti di firmare un foglio con scritto “Dio è morto” come condizione per frequentare il suo corso, mentre il buono del film è il giovane studente che, in tutta coscienza, non può ubbidire, ed è obbligato dal prof a difendere la sua fede. Dal singolo episodio fiorisce un disegno divino dove il motore guasto dell’automobile di un pastore è il segno che lui deve restare in città, e il cancro diagnosticato a una blogger provoca l’immediato abbandono da parte del suo arrogante fidanzato.

Il tratto in comune con qualsiasi melodramma americano di taglio basso è l’eroe che parte in netto svantaggio, armato solo della sua onestà

Costato due milioni di dollari, God’s not dead ne ha incassati più di 60. Il tratto in comune con qualsiasi melodramma americano di taglio basso è la dinamica di una lotta tra Davide e Golia: l’eroe parte in netto svantaggio, armato solo della sua onestà. Ma in primo piano ci sono anche la retorica della sfida impossibile, con i buoni che si battono per realizzare i loro sogni, e una grande paranoia persecutoria nell’ostinazione a dipingere se stessi come una minoranza sotto attacco: qui l’America intera sembra complottare contro i cristiani, impedendogli di vivere in pace, là dove, stando al Pew research center, nel 2014 si identificava come cristiano circa il 70 per cento della popolazione.

E siccome secondo questi film non è possibile credere in Dio se non si abbraccia una fede in particolare, la casella “altre religioni” è riempita da personaggi musulmani che prendono a calci le figlie sorprese ad ascoltare sermoni evangelici sull’iPod. A completare il quadro va la doppia ossessione sanitaria per la malattia come punizione che colpisce gli atei e per la preghiera come unico rimedio a uno spettro di disturbi che vanno dai tumori inoperabili (Do you believe?) alla depressione postpartum (Mamma che notte!).

Missione visibile
Non si tratta di una novità del passato recente. Vent’anni fa, però, con rare eccezioni, questi film erano confinati ai cataloghi delle vendite per corrispondenza e agli scaffali delle librerie cristiane, e sfioravano il grande schermo solo per iniziativa delle singole chiese che organizzavano proiezioni. Quando alcuni produttori hanno deciso di puntare al circuito della grande distribuzione, la loro missione è diventata molto più visibile, e nel giro di poco tempo sono cambiati anche i film, presentando una visione del mondo sempre più bellicosa e sempre meno aperta agli spettatori occasionali.

Tra questi, Fireproof del 2008 era una commedia dozzinale ma innocua, che poteva tranquillamente sembrare un caso di “sani valori tradizionali” rivisitati in chiave cristiana (uomo pigro e appassionato di porno online scopre la fede, l’umiltà e l’altruismo, e così facendo riconquista la moglie prossima al divorzio). Il suo equivalente del 2015, War room, prodotto dalla stessa compagnia, predica l’ubbidienza femminile come unica strada per far ravvedere un marito crudele: la protagonista si rinchiude in una cabina-armadio, la “camera della guerra” del titolo, e si mette a gridare le sue preghiere verso il cielo. Funziona. Sul finale scorrono immagini di bambini con le mani giunte e poliziotti che leggono la Bibbia, per terminare su insistenti inquadrature della Casa Bianca, mentre una voce fuori campo supplica Dio di allevare “una nuova generazione di guerrieri della preghiera”. War room ha incassato 67 milioni di dollari. Questo senza contare i profitti che arrivano dai servizi di streaming e dalla vendita dei diritti all’estero. È arrivato perfino in Italia, con il titolo Le armi del cuore.

Non serve una vera spinta di marketing perché devono essere gli spettatori a occuparsi della promozione sui social media

Alla base di un successo simile ci sono i forti credenti. Non si poteva fare senza di loro. La Sherwood pictures, responsabile di War room, nasce come espansione di una chiesa battista della Georgia: la realizzazione dei film è affidata ai fratelli Alex e Stephen Kendrick, predicatori nella stessa comunità. Si sono messi a scrivere sceneggiature per raggiungere il maggior numero possibile di persone. Anche la Pure Flix, oggi forse la casa di produzione più attiva e con più titoli all’attivo, dichiara di “fare film con l’unico scopo di cambiare la nostra cultura in nome di Cristo, un cuore alla volta”.

Certo, non mancano gli opportunisti che oggi sfornano b-movie religiosi con lo stesso spirito con cui ieri scopiazzavano American pie, come non mancano i grossi produttori che seguono il mercato: la Sony produce versioni meno aggressive degli stessi film, spostando l’attenzione sulle grandi domande – “c’è vita dopo la morte?”, Il paradiso per davvero, Miracoli dal cielo o su storie aspirazionali di campioni sportivi (Soul surfer) che possono attrarre anche un pubblico meno indottrinato.

Ma i film di maggior successo, quelli che hanno costruito il genere, devono la loro fortuna all’aver prima intercettato e poi coinvolto una grossa base di spettatori affezionati. A recitare sono chiamati attori sconosciuti, motivational speaker o attivisti delle comunità. Credenti come tanti, appena più fotogenici della media. Non serve una vera spinta di marketing perché devono essere gli spettatori a diventare protagonisti del movimento, occupandosi della promozione sui social media. Un momento chiave della loro fede, quindi, è spargere la voce che questi film esistono e vanno visti, in un’affascinante combinazione tra dovere e diritto: devi perché è la chiesa che te lo chiede, puoi perché un regista illuminato si è dato la briga di far avverare i tuoi desideri.

Il cine-apostolato diventa un piccolo passaggio nella pratica religiosa quotidiana. Questo vale ancora di più per i film che aggirano la grande distribuzione e puntano sul circuito dei theatrical events, le proiezioni a tappeto concentrate in un numero limitato di giorni. Kirk Cameron, interprete di Revive us, tre settimane prima delle elezioni, invitava gli spettatori politicamente indecisi a “buttarsi nell’azione”, andando alle urne per “far sentire la nostra voce”. Forse non bisognava schierarsi in maniera troppo esplicita, ma un paio di “make America great again” ci sono scappati lo stesso. E si sentivano tanto.

Distanza di sicurezza
La tendenza, al di là dello specifico cinematografico, è raccontare questi forti credenti come una nicchia di freak, isolandoli come una minoranza rumorosa, gente patetica e ignorante. Quelli che ieri qualcuno avrebbe chiamato spazzatura bianca, e che oggi non possono più essere liquidati con due battute supponenti e un’alzata di spalle. Lo stesso sarcasmo negli anni zero investiva i raduni degli evangelisti alla Stephen Baldwin, dove si corteggiavano gli adolescenti promettendo gare di skateboard e concerti rock. Tutti pazzi fanatici, per chi desiderava giudicarli da una bella distanza di sicurezza. Ma la realtà, testimoniata dai pochi critici che di questi film raccontano anche il pubblico, come il blogger Brad Jones, è formata da persone beneducate e socialmente inserite, felici di pagare il prezzo del biglietto per poi tornare a casa rinfrancate nelle proprie certezze.

A volte vanno al cinema in gruppi organizzati dalla chiesa, a volte ci vanno con gli amici. Magari, per amore del messaggio, decidono di ignorare qualche punto debole, e magari per gusto personale apprezzano proprio i punti deboli (recitazione zoppicante, pessimi dialoghi, fotografia da spot degli psicofarmaci). Sono consapevoli di far parte di un pubblico molto grande, milioni di persone, e di fronte al successo commerciale hanno buon gioco a considerare se stessi come l’espressione più genuina del paese reale, e i critici professionisti come un’espressione dei liberal media troppo snob per capire o accettare la realtà delle cose.

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