03 ottobre 2022 12:40

Qualche anno fa mi ero fermato a una stazione di servizio per fare benzina alla Fiat Cinquecento di mia madre non lontano dalla nostra casa di famiglia, nel sud della Toscana. Quando sono entrato nel negozio per pagare, ho notato che vendevano degli accendini con sopra la faccia di Benito Mussolini, il dittatore fascista che ha governato l’Italia dal 1925 al 1943.

Sono rimasto scioccato. La Toscana è sempre stata una regione tradizionalmente di sinistra. Il monte Amiata, una montagna ricoperta di boschi sul cui crinale sorge il mio paese, è stato usato come base dai partigiani che combattevano i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Per quale motivo il benzinaio locale si era messo a vendere souvenir fascisti?

L’ho chiesto alla persona alla cassa. Si è imbarazzato. “Neanche a me piacciono. Ce li hanno mandati dal quartier generale qualche giorno fa”, mi ha risposto. Poi si è ripreso, felice di trovare qualcosa che, secondo lui, mi avrebbe sicuramente rabbonito. “Non si preoccupi: la settimana prossima ci arrivano degli accendini con la faccia di Che Guevara!”.

La costituzione italiana, che è entrata in vigore nel 1948, è decisamente antifascista, eppure la cultura politica del paese non ha veramente mai rotto in modo netto con il suo passato. Se una stazione di servizio tedesca vendesse oggetti che commemorano Adolf Hitler sarebbe davvero scioccante (e probabilmente illegale): in Italia, trovare souvenir di Mussolini in vendita nei negozi non è così inusuale. Allo stesso modo, mentre i grandi partiti tedeschi non vogliono avere nulla a che fare con gli estremisti di destra come Alternative für Deutschland, in Italia i partiti con radici neofasciste fanno da tempo parte del panorama politico.

Radici preoccupanti
Nonostante questo, il successo elettorale del 25 settembre di Giorgia Meloni e del suo partito, Fratelli d’Italia, è senza precedenti. È infatti la prima volta nella storia italiana del dopoguerra che un partito con radici fasciste è stato il più votato alle elezioni. E ora è molto probabile che Meloni, la quale ha ottenuto poco più di un quarto dei voti, diventerà prima ministra alla testa della coalizione di estrema destra che comprende la Lega di Matteo Salvini e Forza Italia, guidata da Silvio Berlusconi.

Come cambierà l’Italia il prossimo governo? E quanto potrà danneggiare le istituzioni democratiche del paese?

La storia d’Italia dà motivo di preoccuparsi.

Fratelli d’Italia ha le sue radici nel Movimento sociale italiano (Msi), che fu fondato dopo la seconda guerra mondiale da politici fascisti che avevano avuto un ruolo importante nella repubblica di Salò, il regime fantoccio filonazista che ha governato l’Italia settentrionale dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia nel 1943. Il simbolo del partito di Meloni è una fiamma tricolore, che molti vedono nel suo significato originario di esprimere eterna lealtà a Mussolini.

La stessa Meloni, che guida Fratelli d’Italia dal 2014 ed è cresciuta nel quartiere popolare della Garbatella, a Roma, si è fatta le ossa tra le file giovanili dell’Msi. Oggi inveisce regolarmente contro gli immigrati e il movimento lgbt+, e al livello internazionale ha fatto causa comune con partiti di estrema destra e leader illiberali come l’ungherese Viktor Orbán.

A giugno Meloni è intervenuta a un comizio elettorale di Vox, il partito di destra spagnolo. “Cinquecentotrenta anni fa la caduta di Granada ha concluso la reconquista. L’Andalusia è tornata alla Spagna e l’Europa è diventata cristiana”, ha detto. “Oggi il secolarismo della sinistra e l’islam radicale minacciano le nostre radici”. Il compromesso con questi oppositori è impensabile: i partiti di destra come Vox e Fratelli d’Italia, ha detto, devono dire chiaramente no “alla lobby lgbt”, “alla ideologia del gender” e “all’immigrazione di massa”.

Il fatto che un partito neofascista governerà presto in Italia ha comprensibilmente spaventato gli osservatori internazionali. “Giorgia Meloni potrebbe governare l’Italia, e l’Europa è preoccupata”, diceva un recente titolo del New York Times. “L’Italia sta tornando al fascismo?”, si chiedeva un podcast di Foreign Policy. Ma le cose in Italia non sono mai come sembrano. Anche se la prospettiva di Meloni prima ministra è motivo di sconforto, ci sono poche probabilità che l’Italia effettivamente ritorni al suo periodo più buio.

Al momento Meloni sta brillando come una stella, ma la sua luce potrebbe offuscarsi altrettanto rapidamente

Uno dei motivi è che Meloni ha relativamente preso le distanze dal passato del suo partito. Ha dichiarato che il “fascismo è storia” e ha sospeso i membri del partito che continuavano a inneggiare ai leader fascisti. Meloni ha anche cercato di dimostrare che sarebbe una partner affidabile per gli alleati dell’Italia in Europa e Nordamerica. Per esempio, ha smussato le sue critiche contro l’Unione europea, sottolineando che vuole che il paese resti nell’eurozona. E, a differenza di molti altri leader di estrema destra in Europa, Meloni ha criticato apertamente Vladimir Putin e ha espresso sostegno all’Ucraina.

Ma il motivo principale che fa dubitare che Meloni possa cambiare l’Italia più di tanto è semplicemente che non è né così popolare né così potente come si potrebbe pensare dalla sua vittoria elettorale. Al momento sta brillando come una stella, ma la sua luce potrebbe offuscarsi altrettanto rapidamente.

Alle precedenti elezioni politiche italiane, nel marzo del 2018, il Movimento 5 stelle ha sorpreso gli osservatori internazionali ottenendo quasi un terzo dei voti; Fratelli d’Italia di Meloni aveva preso solo il 4 per cento. Nei due anni successivi ben due governi sono caduti per via del caos e delle rivalità interne, rendendo praticamente impossibile per qualunque partito formare una maggioranza di governo unita.

Tra tutte le opzioni, le principali fazioni del parlamento italiano si sono accordate nel febbraio del 2021 a formare un governo tecnocratico di unità nazionale sotto la guida di Mario Draghi, l’ex presidente della Banca centrale europea.

Fratelli d’Italia è l’unico partito rimasto all’opposizione. Come hanno predetto molti all’epoca, quella scelta ha praticamente garantito il suo successo. Considerata la stagnazione economica e le difficoltà della pandemia che il paese ha subìto ultimamente, la rapida ascesa di Fratelli d’Italia non ha sorpreso nessuno.

Questo suggerisce che la vittoria di Meloni non ha a che fare tanto con il passato fascista italiano quanto con la rabbia per il difficile presente del paese. Ma con lo stesso meccanismo, la popolarità di Meloni potrebbe svanire quando avrà assunto la responsabilità di governo. In questo senso il destino dell’ultimo astro nascente della politica italiana è abbastanza indicativo: dopo il sorprendente successo del 2018, il Movimento 5 stelle ha perso metà dei suoi voti.

Alleati litigiosi
Anche la possibile durata di un governo Meloni resta tutta da dimostrare. Per continuare a guidare la coalizione di maggioranza dovrà mantenere il sostegno di entrambi i suoi litigiosi alleati: Salvini farà il possibile per tornare sotto i riflettori e probabilmente si scontrerà con Meloni sulla politica estera (lui, per esempio, è molto meno propenso a sostenere l’Ucraina), mentre Berlusconi, l’eterno opportunista dopo essere stato lui stesso premier per tre volte, non si farà scrupoli a scaricare i suoi alleati se gli converrà farlo. Considerato quanto sono volatili queste personalità – e quanto in Italia si siano dimostrate instabili tutte le coalizioni in passato – la caduta di un governo Meloni tra uno o due anni non sarebbe una sorpresa.

La preoccupazione più imminente riguardo al nuovo governo italiano non è la minaccia delle istituzioni democratiche né tantomeno un ritorno al fascismo. Ci si preoccupa invece dell’effetto che la politica di estrema destra avrà sui progressi faticosamente raggiunti negli scorsi decenni per gli immigrati e le minoranze sessuali in Italia.

Gli italiani del dopoguerra hanno vissuto e respirato politica come pochi altri. I principali partiti avevano milioni di iscritti. I comizi elettorali delle campagne elettorali attiravano folle oceaniche. Normalmente più del 90 per cento degli elettori si presentava alle urne. La posta in gioco politica sembrava esistenziale.

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Oggi, nonostante le apparenze, quei tempi sembrano finiti, almeno per ora. Nelle città e nei paesi che ho girato nelle scorse settimane la metà degli spazi per affissioni elettorali era rimasta vuota. In una città collinare della Toscana, un sostenitore di un partito di destra parlava appassionatamente e a lungo, ma aveva solo una decina di spettatori. In un’altra città, un anziano candidato di sinistra aveva attirato un certo pubblico suonando dal tetto di un furgoncino elettorale un pezzo di Fabrizio De André, un cantautore degli anni sessanta e settanta, ma ha subito perso il loro interesse quando ha cominciato a parlare del suo programma politico. L’affluenza alle urne quest’anno è stata inferiore al 70 per cento, il minimo di sempre.

La maggior parte degli italiani con cui ho parlato in questi giorni aspetta il nuovo governo con esausta tranquillità. Una mia vicina, una schietta settantenne che, come quasi tutti nel suo paesino, ha sempre votato a sinistra, mi ha espresso il suo disprezzo per Giorgia Meloni. Ma quando le ho chiesto se fosse preoccupata per quello che la leader di Fratelli d’Italia possa fare al paese, ha alzato le spalle. “Alla fine questo governo non sarà così diverso da quelli precedenti”, mi ha detto. “Non riuscirà a risolvere granché. E poi cadrà”.

Spero che abbia ragione.

(Traduzione di Claudio Rossi Marcelli)

Questo articolo è stato pubblicato dal mensile statunitense The Atlantic.

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