L’appartamento a Palermo in cui vivono le famiglie di Maria Teresa Giliberto e Alessia Episcopo, novembre 2019. (Roselena Ramistella per Internazionale)

Cosa significa essere poveri oggi in Italia

L’appartamento a Palermo in cui vivono le famiglie di Maria Teresa Giliberto e Alessia Episcopo, novembre 2019. (Roselena Ramistella per Internazionale)
02 dicembre 2019 10:08

Se nel 2018 le persone più ricche d’Italia avessero voluto incontrarsi, avrebbero potuto organizzare una cena. I 21 commensali avrebbero potuto contare su una ricchezza di circa 107 miliardi di euro, pari a quella del 20 per cento più povero della popolazione. Se gli italiani che vivono in una situazione di povertà assoluta avessero voluto fare lo stesso, l’operazione sarebbe stata un po’ più complicata.

Le persone che non riescono a permettersi un’alimentazione adeguata, una casa riscaldata e il minimo necessario per vestirsi o curarsi sono cinque milioni. È come se gli abitanti di Roma, Milano e Napoli dovessero trovare una città in grado di ospitarli tutti, o se i residenti in Sicilia decidessero di spostarsi in massa verso un altro luogo.

“La profonda disuguaglianza ha un pedigree estremamente lungo”, scrive lo storico Walter Scheidel, che nel libro La grande livellatrice ripercorre l’intreccio tra disuguaglianza e violenza dalla preistoria a oggi. “Duemila anni fa, nell’impero romano le maggiori fortune private equivalevano a circa 1,5 milioni di volte il reddito annuo pro capite medio, all’incirca lo stesso rapporto che intercorre oggi tra Bill Gates e l’americano medio”.

A metà del 2018 il 20 per cento più ricco degli italiani possedeva circa il 72 per cento della ricchezza nazionale. E nelle mani del 5 per cento più ricco c’era la stessa quota di ricchezza del 90 per cento più povero.

La situazione è peggiorata negli ultimi dieci anni a causa della crisi economica cominciata nel 2008. La ricchezza dell’1 per cento degli italiani più ricchi ha continuato a crescere – facendo registrare un calo solo tra il 2016 e il 2017 – mentre le persone in difficoltà sono aumentate.

Negli ultimi anni sono aumentati anche i minori che vivono in situazioni di povertà. Save the children ha calcolato che il loro numero è triplicato: “Nel 2008 appena un minore su 25 (il 3,7 per cento) era in povertà assoluta, un decennio dopo si trova in questa condizione ben 1 su 8 (12,5 per cento). Sono numeri che spaventano: nel 2007 i minori in povertà assoluta erano circa mezzo milione, oggi sono 1,2 milioni”.

A chi pensa che questa situazione sia circoscritta, l’Oxfam ricorda che in Italia una persona su quattro è a rischio povertà. Il confine tra chi ce la fa e chi non ce la fa è molto più sottile di quanto si creda. Le statistiche aiutano a scattarne una fotografia, ma da sole non bastano a misurarlo, a coglierne le sfumature, a capire cosa significa scivolare, o precipitare, da una parte all’altra. Le storie di chi è stato in difficoltà, o lo è ancora, aiutano a farlo.

Nei loro racconti ci sono sempre dei momenti in cui si sente un rumore, come di qualcosa che va in frantumi: un lavoro, una famiglia, una speranza. Spesso le persone sono lasciate sole a raccogliere i cocci, qualche volta trovano un aiuto che riesce a farle rimettere in piedi. Il reddito di cittadinanza ha restituito a tanti un po’ di ossigeno, ma non ha abolito la povertà, come prevedeva con enfasi il governo italiano nel 2018. Piuttosto, ogni tanto decreti sicurezza, daspo urbani e sgomberi hanno provato ad abolire i poveri. Le storie di sette persone in cinque città diverse aiutano a capire quanto queste risposte possano essere riduttive, inefficaci, spesso pericolose. E aiutano a infrangere la retorica che li descrive come un tutt’uno, a volte criminalizzandoli, a volte trattandoli con paternalismo, a volte descrivendoli con un lirismo ingenuo.

(Giuseppe Rizzo)

***

Le due famiglie che dividono l’appartamento a Palermo
Maria Teresa Giliberto, 46 anni, impiegata in biblioteca; Alessia Episcopo, 43 anni, insegnante.

Maria Teresa Giliberto e Alessia Episcopo nel cortile della loro casa a Palermo, novembre 2019. (Roselena Ramistella per Internazionale)

Maria Teresa Giliberto Io sono impiegata in biblioteca, ho un contratto part-time con il comune di Palermo e due figli. Mio marito lavora per una catena di supermercati che sta vivendo una forte crisi. Riceve lo stipendio con moltissimo ritardo: alla fine di ottobre, per esempio, è arrivato lo stipendio di luglio. È per questo che abbiamo deciso di condivivere la casa con un’altra coppia di amici. Non riuscivamo a pagare l’affitto – 660 euro al mese – perché la busta paga arrivava con troppo ritardo e quasi mai per intero. Non potevo garantire la regolarità dei pagamenti al proprietario di casa, che fra l’altro è stato molto comprensivo. Andava avanti così dal 2014.

Alessia Episcopo Io sono una docente. Faccio l’insegnante di sostegno nella scuola dell’infanzia: sono di ruolo a Catania, ma ogni anno chiedo l’assegnazione provvisoria a Palermo per stare vicino ai bambini, visto che mio marito lavora qui come impiegato in un negozio. Noi abbiamo avuto problemi quando abbiamo deciso di comprare questa casa, nel 2017: durante i lavori i materiali per gli impianti sono stati rubati tre volte, così la ristrutturazione è durata molto più a lungo del previsto. Abbiamo dovuto ricomprare materiali per diecimila euro e oltre al mutuo abbiamo dovuto pagare affitti per circa settemila euro. Adesso siamo molto indebitati: un mutuo, due cessioni del quinto dello stipendio e un prestito personale. Condividere la casa ci permette anche di aiutarci reciprocamente.

Maria Teresa Giliberto Lo scorso giugno abbiamo deciso di provare a fare questa esperienza. Ci eravamo conosciute nel 2012 grazie a un gruppo su Facebook dedicato ai pannolini lavabili, perché volevo cominciare a usarli. Alessia era un’esperta e iniziando a frequentarci i bambini hanno fatto amicizia.

Alessia Episcopo Poi abbiamo cominciato a vederci anche a prescindere dai pannolini… Quando nel 2013 sono rimasta incinta avevo bisogno di aiuto e Maria Teresa, che era libera nel pomeriggio, mi ha accompagnato a fare le ecografie.

Maria Teresa Giliberto Già durante un trasloco fra il 2015 e il 2016 avevamo provato a condividere una casa, quella volta l’avevamo fatto per un mese. Chiacchierando, lo scorso giugno, ho spiegato ad Alessia che avrei voluto mandare i bambini in un centro estivo, ma che il costo, 750 euro, era troppo per noi. E allora Alessia mi ha proposto di portarli da lei, cioè in questa casa…

Alessia Episcopo Essendo un’insegnante, d’estate ho più tempo a disposizione. Le ho detto: “Tenerne con me tre o cinque fa poca differenza”.

Maria Teresa Giliberto Doveva essere una soluzione provvisoria, ma la situazione lavorativa di mio marito è precipitata: sembrava che a giugno dovesse risolversi, e invece è andata perfino peggio. Così ha deciso di mettersi in congedo parentale: era stressante lavorare e non ricevere lo stipendio, fra l’altro dopo anni trascorsi con il contratto di solidarietà. Alessia, nel frattempo, mi ha proposto di rimanere qua. Dal 28 settembre ho traslocato ufficialmente.

Alessia Episcopo Ovviamente non sempre è facile. Gli spazi ora sono più piccoli.

Maria Teresa Giliberto Abbiamo creato una camera da letto e abbiamo portato alcuni dei nostri mobili qui, quindi abbiamo un nostro spazio. Abbiamo imparato a convivere.

Alessia Episcopo Per esempio nella vita quotidiana, quando abbiamo un po’ di tempo, decidiamo insieme i menu e in base a quelli facciamo la spesa e poi dividiamo i costi. Dividiamo tutto, del resto: le utenze e quello che serve per vivere. Questa soluzione ci permette anche di ottimizzare i trasporti, per esempio per la scuola, e condividere una serie di compiti: alle riparazioni, per esempio, pensa mio marito, all’orto il suo. In questo modo sprechiamo anche meno risorse. Del resto è così che ci siamo conosciute, parlando di riuso dei pannolini.

(Storia raccolta da Claudio Reale)

La madre che ha portato il curriculum a tutti
Susmita, 31 anni, del Bangladesh, vive con la figlia di sette anni in una struttura del comune di Bologna.

Susmita nella sua casa a Bologna, novembre 2019. (Federico Borella per Internazionale)

Nove anni fa sono arrivata a Bologna dal Bangladesh per seguire mio marito, che aveva un lavoro stabile come metalmeccanico. Un anno dopo sono rimasta incinta ed è nata Rosmita: ero felice, non avrei mai immaginato quello che sarebbe successo dopo. Una mattina, la bambina aveva poco più di un anno, arrivano i carabinieri a casa nostra: mi dicono che mio marito è morto durante il turno, un infarto. Era il 30 luglio 2013, non lo dimenticherò mai più.

Avevo 24 anni e mi sono trovata sola, senza un lavoro e senza conoscere l’italiano. Mia madre voleva a tutti i costi che mi risposassi, ma io non ero d’accordo: cosa avrei fatto se il mio nuovo marito avesse rifiutato mia figlia? La mia famiglia e la comunità nel mio paese mi hanno voltato le spalle. Ho dovuto lasciare la casa, non me la potevo più permettere. Non potevo buttarmi giù perché avevo Rosmita, ma ogni sera mi chiedevo: come sarà domani?

Nel gennaio 2014 sono andata a vivere in una struttura di accoglienza delle suore, dormivo in una stanza con un’altra mamma e un bambino, poi mi sono trasferita in un edificio occupato dietro alla stazione: dentro eravamo 28 famiglie. La prima volta che sono entrata era tutto vuoto: abbiamo portato i materassi, i mobili, il forno per cucinare. Il gas non c’era, usavamo le bombole, e per sei mesi ci hanno tagliato anche l’acqua: io vivevo al quinto piano e ogni volta dovevo portare su per le scale l’acqua potabile che ci dava il comune. Mi dicevo: se può farlo un uomo, perché non può farlo anche una donna?

Andavo a tutte le manifestazioni per il diritto alla casa e una volta a settimana facevo anche il turno di notte di guardia al portone, per controllare che non arrivasse la polizia. A ottobre 2016 c’è stato lo sgombero: per fortuna un mese prima io e Rosmita ci eravamo spostate in un condominio gestito dal comune. L’anno dopo ci hanno trasferito di nuovo, questa volta in una casa tutta per noi.

Per trovare lavoro ho fatto un corso di italiano e ho portato il mio curriculum ovunque: dove arrivava l’autobus arrivavo anche io. Un pomeriggio è arrivata una telefonata: una cooperativa mi ha chiamato per fare una prova come donna delle pulizie in un hotel. Ero felicissima. Da quel momento ho sempre lavorato con loro: ora ho un contratto a tempo indeterminato e guadagno mille euro al mese.

Rosmita ha compiuto sette anni e va in seconda elementare, ha dei voti molto buoni. La vita è migliorata, eppure non possiamo permetterci neanche un monolocale. A Bologna sotto i 500 euro non si trova niente, e con le bollette, le spese condominiali e il costo della babysitter quando sono di turno non ce la farei. Ho cercato anche una stanza in un appartamento condiviso, ma è molto difficile: appena i proprietari sentono che sono straniera trovano una scusa e mettono giù il telefono. La convenzione per questa casa del comune scade il 31 maggio 2020. Poi vedremo: abbiamo sempre trovato una soluzione, la troveremo anche stavolta.

(Storia raccolta da Alice Facchini)

Il ragazzo in transizione
Marco L. , 41 anni, di Lecce, oggi vive a Torino in una residenza per persone transessuali.

Marco L. in un appartamento gestito dal gruppo Abele a Torino, novembre 2019. (Davide Greco per Internazionale)

Sono nato e cresciuto a Lecce, secondo di tre figli. I miei sono dipendenti statali, ma hanno anche qualche stanza al mare che affittano d’estate. Non sapevo, non sapevamo, che cosa fosse la povertà. Mi sono diplomato al liceo linguistico a pieni voti. Poi mi sono trasferito a Napoli per frequentare scienze politiche all’università L’Orientale. Ho fatto il servizio civile a uno sportello per immigrati, facendo anche dei corsi di inglese per lavoratori. Dopo la laurea ho fatto un tirocinio a Roma e poi mi hanno assunto per un progetto a Bruxelles al centro per lo sviluppo dell’impresa. Avevo uno stipendio vero, ma comunque tutte le volte che avevo avuto bisogno i miei c’erano stati. Superati i trent’anni sono tornato a Lecce proprio per loro, perché volevano che cancellassi quelle migliaia di chilometri che ci separavano. Ed è stato un errore.

Già da tempo ero a disagio con il mio corpo. A vent’anni, durante l’università, immaginavo di chiedere ai chirurghi di togliermi il seno, di cambiare sesso. Pensieri saltuari, finivano nel cassetto e la vita proseguiva tranquilla. È quando sono tornato a Lecce che la cosa è esplosa. A 32 anni sono caduto in una depressione profonda a causa della disforia di genere. Lavoravo nella segreteria di un’agenzia di spettacoli ma dopo otto mesi mi sono licenziato perché stavo troppo male.

Ho avuto un esaurimento nervoso, sono andato da alcuni psichiatri. Ho trascorso due anni chiuso in casa dai miei genitori. Era un dolore fisico, oltre che psicologico. Poi sono tornato a lavorare, ma trovare qualcosa non era facile: un anno ho lavorato in un call center, poi qualche volta ho fatto il lavapiatti, sempre per poche centinaia di euro. Quando ho cominciato il percorso di transizione, i miei genitori hanno reagito male. Non erano più disposti ad aiutarmi.

Sono dovuto andare a vivere da solo, sopravvivendo con i pochi risparmi che avevo. Cercavo un lavoro più stabile, ma il tempo passava e non cambiava nulla. Ero disoccupato per la maggior parte del tempo e i soldi presto finirono. Ogni settimana andavo in ospedale a Bari, ma la depressione non guariva e i medici decisero di interrompere il mio percorso di transizione. Mi venne imposto di tornare a vivere al femminile, un incubo.

A 39 anni ho trovato il coraggio di chiedere un aiuto ai miei, intanto con un impiego stagionale come lavapiatti ho messo dei soldi da parte. Mi sono trasferito a Torino nel settembre del 2018 per riprendere la transizione in un ospedale che mi era stato consigliato. Ho preso in affitto una stanza, ma pagata la caparra e le prime mensilità mi sono rimasti solo 200 euro. Non avevo un lavoro. Ho girato tutte le agenzie interinali, senza successo.

Dopo tre mesi, ho ricevuto la chiamata di un’azienda di pulizie per sei ore alla settimana. I primi mesi guadagnavo 200 euro, non bastavano per l’affitto. Poi lo scorso gennaio sono stato selezionato per una residenza per persone transessuali in stato di povertà, gestita dal gruppo Abele. Vivo ancora lì, pago un canone simbolico di cento euro al mese e intanto al lavoro hanno cominciato a chiedermi gli straordinari, una buona notizia.

Oggi guadagno circa cinquecento euro al mese, ma faccio comunque fatica perché i prezzi dei farmaci che devo prendere durante la transizione aumentano, prodotti che prima pagavo tre euro ora costano dieci. Un banale gel ormonale costa cinquanta euro. Per una persona in difficoltà economica questo è un problema. Quando arriva lo stipendio, so che due-trecento euro se ne andranno così. Pagato l’affitto non rimane quasi più nulla. Mi sono fatto degli amici, ma devo inventarmi scuse per non uscire. “Non sto bene”, “devo lavorare”. In realtà non posso permettermi neanche una birra. Mi vergogno a confessarlo.

Alla fine di questo mese non avrò più una casa perché il contratto che ho qui scade. Mi sono candidato per un’altra residenza. Se va male dovrò tornare a pagare un affitto vero, non so come. Sto cercando lavori più remunerativi, ma per una persona transessuale non è facile. Ecco perché sono grato all’azienda dove lavoro ora. In queste settimane però mi scade il contratto anche con loro. Intanto ho fatto domanda per il reddito di cittadinanza, spero che i centri per l’impiego possano aiutarmi. Devo stringere i denti, capire da dove far uscire i soldi. Un’idea ce l’ho. Lavorare nella consulenza del lavoro, quello in cui mi sono laureato. Ho preso un manuale, sto studiando. Vorrei trovare uno studio per fare il praticantato. Il problema è che i primi sei mesi non sono retribuiti, ma potrei compensare con un altro lavoro. Devo uscire dal tunnel in cui sono entrato dieci anni fa, costruirmi una vita normale, con un lavoro normale, che mi piaccia. La consulenza del lavoro è un sogno, quello che mi fa svegliare la mattina e mi dà forza quando sto male.

(Storia raccolta da Luigi Mastrodonato)

La coppia che ha avuto come residenza un binario
Patrizia Piras, 53 anni, di Dolianova, Cagliari; Antonio Pretta, 50 anni, di Cagliari.

Antonio Pretta e Patrizia Piras alla stazione di Cagliari, novembre 2019. (Valeria Cherchi per Internazionale)

Patrizia Piras Con Antonio ci siamo conosciuti dieci anni fa in un call center a Cagliari. È stata la mia unica esperienza lavorativa, prima facevo la casalinga. Tra l’altro ci ho lavorato tre mesi e non mi hanno pagato neanche un euro. In compenso ho avuto il colpo di fulmine. Da allora siamo inseparabili: siamo andati a vivere insieme, in affitto, sempre in città. Mia figlia allora aveva dieci anni ed è rimasta a vivere con il mio ex marito, a Dolianova, a venti chilometri da Cagliari.

Antonio Pretta Io ho provato a trovare altri lavori, ma per me è difficile: ho la scoliosi e due ernie al disco. I medici mi hanno certificato una disabilità del 40 per cento. Fino al 2009 – prima di conoscere Patrizia – lavoravo in una ditta di infissi, ma era un periodo complicato della mia vita. Durante un litigio con la mia ex moglie, lei mi ha dato una coltellata al petto che mi ha quasi ucciso e ho dovuto lasciare il lavoro.

Patrizia Piras Io cammino a stento. Ho la cartilagine del ginocchio consumata e picchi di depressione.

Antonio Pretta Nel 2012 per due mesi abbiamo dovuto dormire sulle panchine di piazza del Carmine a Cagliari. Non avevamo più un lavoro, né qualcuno che ci aiutasse. Ci erano rimaste solo le bollette da pagare e così ci hanno sfrattato.

Patrizia Piras Io dormivo con gli occhi aperti. Vicino a noi c’erano delle coppie di minorenni: una ragazza era incinta. Poi un giorno, un nostro amico – Alessandro, che è morto di aids – ci ha detto: “Venite nei vagoni merci dismessi alla stazione, è meglio”.

Antonio Pretta Lo abbiamo seguito, ma dopo la prima notte è arrivata la polizia ferroviaria. Però hanno visto che eravamo tranquilli e ci hanno lasciato dormire lì. Avevamo tutto: letto, dispensa, fornello e pure un lavandino fatto da me.

Patrizia Piras D’inverno quel posto era una ghiacciaia, mentre d’estate era un forno. I bisogni li facevamo in un secchio. Lasciavamo dei contenitori d’acqua sempre al sole, ma si riscaldava solo in primavera e in estate.

Antonio Pretta Un dipendente degli uffici di Trenitalia ha visto che andavamo a prenderla a delle fontanelle lontane dalla stazione e così ci ha permesso di prenderla da loro. In cambio spazzavamo il cortile.

Patrizia Piras Dopo un anno ci hanno dato la residenza. “Quarto binario vagone 21 riv”, c’era scritto nel certificato. Un giorno però è arrivata una ruspa per tirare giù i nostri rifugi. Ho detto all’operaio che mi sarei suicidata e lui ha mandato un fax ai capi a Milano per dire: “Fatelo voi”.

Antonio Pretta Da fine 2014 stiamo in una casa, con Stella e Zampa, cane e gatto. Ce l’ha trovata un volontario Caritas. Paghiamo 322 euro al mese per 17 metri quadri qui a Cagliari. Abbiamo un divano letto e un bagno, per arrivare alla doccia dobbiamo spostare le casse dove teniamo i vestiti. Le teniamo lì perché non abbiamo altro spazio.

Patrizia Pira Ricordo il primo Natale, era venuta mia figlia per qualche giorno. Non c’era ancora l’acqua! Ora ha venti anni: ogni tanto viene a trovarci, anche se meno. Il mio ex marito ha ancora un negozio di alimentari e mi dà 150 euro al mese, divisi in tre rate.

Antonio Pretta Io ora ho il reddito di cittadinanza e la Caritas ci dà 150 euro per aiutarci a pagare le bollette. Ogni sabato e domenica pulisco i bagni e le sale alla loro mensa e firmo le ore di presenza perché sono in affidamento al servizio sociale. Nel 2013 due conoscenti mi hanno lasciato una catenina da custodire, ma poi si è scoperto che era rubata. Io non lo sapevo, ma ci hanno creduto solo gli assistenti sociali, i giudici no.

Patrizia Piras Io l’ho sempre sostenuto…

Antonio Pretta Alla mensa andiamo solo se non abbiamo cibo o la bombola del gas per cucinare. Ogni domenica mia suocera, 79 anni, ci porta carne, pane, pasta, pelati. Mio cognato mi dà magliette nuove, scarpe, pantaloni… Viviamo così, sempre insieme.

(Storia raccolta da Monia Melis)

Il pittore che ha dormito ovunque
Carlo Mazzioli, 70 anni, vive in un centro della Caritas a Roma.

Carlo Mazzioli davanti alla sede di Binario 95 a Roma, novembre 2019. (Simona Pampallona per Internazionale)

Se dovessi dire quando sono cominciate le difficoltà, direi che sono cominciate subito. Penso di esserci nato, nelle difficoltà. Era il 1947, eravamo in pieno dopoguerra e Monteverde Nuovo, a Roma, era un quartiere con intorno orti, casolari e campagna, dove vivevano molte persone povere. Mio padre e mia madre lo erano. Papà aveva fatto l’autista per i militari americani dopo che avevano liberato Roma, poi aveva continuato per qualche anno. Faceva avanti e indietro dall’ambasciata americana in via Veneto. Mamma faceva la casalinga. Io ero il primo di tre fratelli e i soldi non bastavano mai. Vivevamo in affitto e spesso cambiavamo casa.

Io ho cominciato a lavorare da ragazzo. Negli anni settanta ho lavorato alla Bottega dell’artista a Trastevere, preparando le tele e i colori per chi dipingeva. Tra i clienti c’era pure Giorgio De Chirico. Io stesso disegnavo e facevo acquerelli, cosa che non ho mai smesso di fare. Alla Bottega ci sono rimasto tre o quattro anni. Le cose nella mia vita sono peggiorate quando papà si è ammalato di tumore alle ossa. Ha sofferto tantissimo, un dolore davvero inimmaginabile. È morto poco dopo, e poi è morta pure mia mamma, per un tumore al fegato, e la loro perdita mi ha segnato per sempre. Io e i miei fratelli eravamo ragazzi e oltre che orfani ci siamo ritrovati senza una casa, senza niente.

Io non ho potuto studiare, mi sono fermato alla terza media, e trovare lavoro non è mai stato semplice. Ho fatto un po’ di tutto, ma senza mai riuscire a farcela davvero. E così, senza un posto dove dormire e senza un lavoro stabile, lentamente mi sono ritrovato per strada già negli anni settanta. Ho dormito ovunque. Nelle stazioni, nei parchi, sul lungomare di Ostia. E la vita di strada ti segna. Era così negli anni settanta ed è così ancora oggi. Si fanno delle amicizie, ma tante se ne perdono. Io non sento quasi più nessuno delle persone che ho conosciuto in giro. Molti si sono persi, altri non so che fine hanno fatto. Può succedere a chiunque, basta un divorzio, un licenziamento. E piano piano, se non hai chi ti aiuta, finisci per strada. Questa società non perdona nessuno.

Oggi ho una pensione sociale di circa seicento euro ma non ce la faccio lo stesso a pagarmi un affitto a Roma. Dormo nel centro Santa Giacinta della Caritas e di giorno ogni tanto vado a Binario 95. Grazie a Binario sono anche andato a Parigi perché ho vinto un concorso di pittura. Santa Giacinta e Binario sono posti tranquilli, con pochi ospiti, dove hai la libertà di entrare e uscire quando vuoi, entro certi limiti, e dove si possono fare delle attività. Proprio in uno di questi posti ho conosciuto la mia compagna, una decina di anni fa. Ero alla Caritas di Ostia, dove si trovava anche lei perché era in difficoltà. È portoghese e ora è dovuta tornare a Lisbona per dare una mano al padre di 91 anni. Ci sentiamo ogni giorno e io sono andata a trovarla due volte. Facciamo quello che possiamo.

(Storia raccolta da Giuseppe Rizzo)

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