10 marzo 2020 17:11

“Benvenuti nel sancta sanctorum di Scicli. Benvenuti nella nostra Medjugorje”, dice la guida. E finalmente introduce i turisti nello studio del commissario Montalbano, sul set della serie tv. Pronuncia quella parola – Medjugorje – con sguardo divertito, ma molti visitatori sembrano davvero essere qui in pellegrinaggio, come se questa città fosse improvvisamente diventata solo una scenografia cinematografica, una quinta che incornicia ciò che soprattutto conta: la scrivania di Montalbano. “La nostra Medjugorje”, appunto. Il resto, semmai, arriverà.

D’altra parte, si viene qui anche per gettarsi a capofitto in una fantasia costruita dalla tv che ha divorato la realtà e l’ha sostituita, ignorando l’altra fantasia, quella letteraria costruita da Andrea Camilleri. Vigàta adesso è qui, in questo ritaglio di Sicilia orientale, e non nella Sicilia sudoccidentale – tra Agrigento e Mazara del Vallo – dove Camilleri l’aveva immaginata. È qui dove ha stabilito la tv.

Il set che rappresenta il commissariato di Vigàta è ormai stabilmente allestito al piano terra del palazzo comunale di Scicli. E anche il sindaco ha lasciato la sua stanza al piano alto – la vera stanza del vero sindaco di Scicli – al questore immaginario della immaginaria Montelusa della finzione televisiva. Ma che importa? A chi viene qui non interessa la realtà: a questa vacanza si chiede altro.

L’isolamento è rotto
Quella andata in onda dal 9 marzo 2020 è la prima stagione di Montalbano senza Andrea Camilleri e il regista Alberto Sironi. L’inventore del commissario letterario e l’artefice di quello televisivo sono morti entrambi l’estate scorsa. E adesso, d’improvviso, pare mancare il fiato in questa terra che su quel commissario si stava costruendo una nuova identità. Ed ecco emergere fatalmente la domanda: cosa accadrà adesso a questo pezzo di Sicilia che guarda il mare e sta più a sud di Tunisi?

“Il fenomeno Montalbano durerà ancora un po’, l’effetto del riconoscimento dell’Unesco come patrimonio dell’umanità durerà molto più a lungo”, dice Vincenzo Burragato, giovane presidente di Tanit, associazione culturale che, come altre, si prende cura di alcuni beni storici e architettonici di Scicli. Tuttavia, Burragato racconta che in città, “quando è morto Camilleri, si respirava effettivamente una strana atmosfera, come a dire: ‘E adesso?’, come se dal giorno dopo non sarebbe arrivato più neppure un turista. E invece no, non è andata così”. E aggiunge: “Montalbano è stata una fortuna e ha fatto conoscere la nostra storia. Il turismo che deriva dalla fiction tv e quello dovuto all’Unesco sono due flussi partiti negli stessi anni e che adesso si incrociano e si nutrono a vicenda”.

Del peso avuto dal personaggio inventato da Andrea Camilleri pare convinto, tutto sommato, anche Giuseppe Roccasalvo, da una vita guida turistica da queste parti. “Questa zona”, dice, “era quasi un’isola nell’isola: le rotte del grand tour si fermavano a Siracusa”. E, a dire il vero, ancora oggi non si capita qui per caso perché la strada porterebbe altrove: da Noto scende a Ispica e poi risale verso Modica e Ragusa. “Certo, non abbiamo ancora l’autostrada”, prosegue Roccasalvo, “però la città, da agricola è diventata anche turistica. L’isolamento è rotto, e va bene. Senza Montalbano forse non sarebbe successo”.

Ed è vero, hanno tutti ragione, eppure “siamo qui da millenni ma le persone vengono per questo”, aveva osservato con asciutto realismo la guida al set televisivo, abbracciando con un ampio gesto la stanza di Montalbano, le scrivanie di Catarella, Fazio e Galluzzo, e la porta della stanza di Mimì Augello.

Scicli
Quasi come una conferma, ecco una signora – l’accento chiaramente padano – attraversare via Francesco Mormina Penna, la bellissima strada-salotto della città ed essa stessa set della serie tv: eccola questa signora chiedere trafelata alla guida che l’accompagna: “Ma come ha fatto l’Unesco ad arrivare fin qui? Come hanno fatto a scoprire questa città?”. E le sue parole stralunate sbigottiscono chiunque le ascolti. C’è, in quella sua domanda, un sincero e assurdo stupore per l’aver trovato proprio qui tutta questa bellezza evidentemente inattesa, come se Scicli fosse sul bordo del mondo conosciuto, come se davvero fosse solo la Vigàta della finzione televisiva, come se non fosse anche in questa Sicilia splendidamente barocca la radice profonda della nostra cultura. E, anzi, forse qui più che altrove.

Montalbano ha portato economia. Sia dunque benedetto Montalbano, e amen. Ma Scicli non è Vigàta. Scicli è una città reale, fatta di barocco e di persone, e non di comparse. Ed è una città dove s’incontra la storia ovunque, quella fatta dalle mani di uomini e donne che nel settecento hanno inventato una bellezza folle come folli di visi stravolti, di mascheroni e teste di moro sono le due strepitose facciate di palazzo Beneventano e il famoso angolo che le collega. Eppure, nella Vigàta che era una fantasia e che oramai pare più reale della stessa Scicli, perfino il barocco è nulla più che un abbellimento di Montalbano, mentre palazzo Beneventano diventa un episodio del tutto incidentale nel percorso che i visitatori assemblano quando arrivano da queste parti.

A sinistra: la sede del comune di Scicli che nella serie di Montalbano diventa il commissariato di polizia di Vigàta, 2018. A destra: un negozio di souvenir a Scicli, 2018. (Ian Berry, Magnum/Contrasto)

“Sono venuta qui esclusivamente per visitare il comune del ‘commissariato di Vigata’”, si legge tra le recensioni su Tripadvisor, “perché sono una fan della serie tv Il commissario Montalbano. A parte questo non c’è alcun che da vedere a parte gli edifici storici del centro. Con una passeggiata si vede tutto e si può andar via”. E capita perfino che certi turisti, rapiti dalla serie tv, sembrino non avere idea di dove si trovino davvero, confondendo il reale e la fantasia.

“La prima cosa che molti ci chiedono”, racconta Roberto Assenza da dietro il bancone dell’Antico Caffè Gritti in piazza Busacca, “è dove sia la casa di Montalbano. Il fatto è che non si trova qui a Sicli”. Quella casa infatti è a Punta Secca, la Marinella della tv.

Punta Secca
A Punta Secca si va per vedere il faro, il molo, la spiaggia, che sono proprio quelli della serie tv, e soprattutto la casa con la veranda affacciata sul mare. Ci vorrebbe un Martin Parr per raccontare con i colori giusti le schiere di turisti in posa con sullo sfondo quella casa e poi quel mare che è lo stesso nel quale il commissario fa il bagno appena sveglio e dove, per questo, anche i turisti vogliono fare il bagno. C’è perfino chi, rivolto verso quella casa, ad alta voce chiama: “Salvo! Salvo!”, e naturalmente non c’è nessuno che possa rispondere.

Vincenzo Gulino è, per così dire, un vicino di casa di Montalbano. Abita qui da sempre. La zona, racconta, era già richiesta da molti anni dal turismo estivo ma con l’avvento del Montalbano televisivo tutto è cambiato. È arrivato un turismo diverso, si è sviluppato il fenomeno delle gite organizzate e del mordi e fuggi. Negli ultimi sei o sette anni, infine, in questo piccolo agglomerato di case dislocate tra il faro e torre Scalambri, sono arrivati anche gli stranieri. Montalbano, insomma, “ha cambiato la fisionomia di Punta Secca”, spiega Gulino, “e ha spinto tanti imprenditori a investire sul territorio”, tanto che, “oramai, ci saranno almeno una quindicina tra ristoranti e bar in un luogo che d’inverno ospita, forse, 300 persone”.

Al centro di ogni cosa, naturalmente, resta saldamente la casa con la veranda. “Mi ricordo l’avvocato DiQuattro”, racconta ancora Gulino, “che fino a pochi anni fa d’estate, al tramonto, si metteva al pianoforte nel salone principale. Il sole entrava dalla finestra e illuminava tutto. Noi ci godevamo lo spettacolo dalla piazzetta sul mare”. DiQuattro è il cognome della famiglia che possiede quella casa da decenni. Di recente, la sua storia è stata raccontata in un libro da Costanza DiQuattro, nipote dell’avvocato.

Ibla si modifica attorno ai desideri dei visitatori, e s’è fatta quasi astratta, come una scenografia senza più vita

Neppure loro, racconta DiQuattro, immaginavano “che effetto avrebbe avuto quell’evento apparentemente innocuo”, ossia la scelta di quella casa come set televisivo. “Lo percepimmo l’anno successivo”, scrive Costanza DiQuattro, “quando, dopo la messa in onda dei primi due episodi, frotte di fan sfegatati si riversarono sotto casa nella speranza di sbirciarvi dentro, di trovare qualcosa che potesse legare la finzione televisiva alla vita vera”. E poi si è andati perfino oltre.

Quella casa adesso è un b&b e permette di realizzare la fantasia che da queste parti si sovrappone così facilmente alla realtà. A Punta Secca infatti oramai si può venire non più solo per vedere dove il commissario Montalbano nuota, mangia, vive, dorme: si può venire anche per essere Montalbano. Si può dormire dove lui dorme, mangiare dove lui mangia, vivere dove lui vive. Si può guardare il mondo con i suoi stessi occhi, almeno per qualche ora. A Punta Secca “ho accompagnato alcuni gruppi”, racconta ancora Roccasalvo, “e vedevo che si emozionavano ma non trovavo una spiegazione. Di spiagge così ne abbiamo in tutta la Sicilia ma nessuna è quella della tv. È una cosa che mi ha sconvolto. Vedevano il niente”. O, appunto, forse realizzavano un sogno.

Ce lo suggerisce ancora una volta la lettura delle recensioni su Tripadvisor. “Soggiornare presso la casa di Montalbano è stato un sogno che si è realizzato e che è stato al di sopra di ogni più rosea aspettativa”. E si potrebbe andare avanti.

Punta Secca naturalmente ha risposto alle aspettative degli appassionati di Montalbano. Si è avviata, insomma, anche qui la costruzione di un’identità nuova. Tuttavia, sembra un gioco senza troppe conseguenze. La storia e l’identità di queste case, del faro, della torre e del poco che qui c’era fino agli anni ottanta del novecento non sembrano minacciate come invece accade altrove: forse a Scicli, certamente a Ibla, anch’essa ricca di luoghi televisivi.

Ibla
Proprio a Ibla c’è, per esempio, il bel circolo di conversazione nel quale il dottor Pasquano gioca a carte e spesso viene raggiunto da Montalbano che lo interrompe facendolo arrabbiare. Sempre qui, per qualche tempo, era stato installato anche il commissariato. Ma sono tanti i luoghi della serie, e sono così riconoscibili e consolidati che la città stessa sembra ormai confondersi con un unico, grande set. Ciò attrae fatalmente un turismo che tende all’omologazione, perché cerca soprattutto Montalbano, e forse solo Montalbano. Così, quel flusso turistico diventa a propria volta motore omologante, visto che la città si modifica attorno ai desideri dei visitatori.

Le conseguenze sono evidenti anche a una prima occhiata, molto più di quanto non accada a Scicli dove, forse, il problema sta più nelle aspettative dei turisti che nella risposta della città. A Ibla è diverso. Ibla è splendida ma in questi ultimi vent’anni, mentre si scrollava di dosso certe sue inevitabili incrostazioni di vecchio per offrirsi al mondo, è diventata progressivamente sempre più fredda. E oggi pare quasi più viva se vista attraverso il filtro della tv di quanto non sia nella realtà.

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È come se la città avesse deciso di cristallizzare se stessa in certi stereotipi, quegli stessi che, in nome del turismo, hanno travolto anche una parte dell’identità dell’intero Mediterraneo. Così che, alla fine, ogni cosa sembra ormai indistinguibile, qui, in Spagna, in Grecia, in Marocco, ovunque. Ogni luogo è diventato uguale agli altri, ogni luogo è letteralmente come ci si aspetta che debba essere, ogni luogo si conforma a uno stesso modello che rimbalza dalla tv alle pagine delle riviste. E tutto ciò invece di sconcertare sembra rassicurare.

Perfino i colori ci raccontano questo processo di trasformazione. Ovunque – nei bagli siciliani e nelle masserie pugliesi trasformati in resort, nelle pagine delle riviste che li raccontano, nelle foto sparse ovunque sul web, e forse perfino nei ricordi di chi ci trascorre le vacanze – prevale in modo quasi ossessivo il bianco. Ma non è più quello delle case inondate di calce per difendersi da un “sole ferocemente antico”, né quello dei muretti a secco che tagliano le campagne. È un bianco asettico, incongruo e piatto. È uno spazio vuoto sulla cui superficie scivola la storia senza lasciar traccia e senza provocare turbamento alcuno. Di questo vuoto si nutre infine la fantasia di un Mezzogiorno astratto, come un idillio arcaico nel quale si viene in cerca di redenzione dagli affanni della modernità.

Vuota d’esistenza
Anche Ibla sembra aver imboccato questa strada. È bella come poche città in Italia. E però nel ricostruirsi un’identità da offrire ai turisti, e nel farlo quasi esclusivamente attorno a Montalbano e a un’idea di turismo di “charme”, s’è fatta quasi astratta, come una scenografia senza più vita. Piazza del Duomo è strepitosa ma sembra assente. Ci sono, in Sicilia, piazze che sono più siciliane di altre, come la piazza bellissima di Palazzolo Acreide o quella di Monterosso Almo, entrambe non lontane da Ragusa, ma non altrettanto battute dal turismo. E si dovrebbe dire anche di Palazzo Adriano o Grammichele, ma quella in fondo è un’altra Sicilia. Tuttavia, chi in queste piazze abbia trascorso almeno qualche ora ricorderà certamente la vita che lì scorre e la chiacchiera quotidiana nei bar e nel passeggio. E vedrà che quelle piazze sono insieme platea e palcoscenico, che l’ospite attraversa come spettatore di un’esistenza quotidiana. A Ibla, invece, il turista è protagonista di ogni cosa, proprio come su un set dove la vita si finge e non si vive. Ibla, insomma, pare vuota d’esistenza.

Marco Lo Monaco è libraio e osserva la vita accadere attraverso le vetrine affacciate sul corso della città. “Si va da Pasqua ai morti”, dice, e per il resto dell’anno Ibla è quasi ferma, vuota appunto, un po’ come le cittadine di mare quando arriva l’inverno. “Ragusa ha due centri storici, una grande periferia e la marina che sta diventando sempre più importante. La parte della città che soffre di più è proprio Ibla”, spiega Lo Monaco. Ossia dove s’è incarnata Vigàta, e dove accorrono i turisti.

Camilleri ha raccontato ai lettori qualcosa sul rapporto tra realtà e finzione, e ha provato a metterli sull’avviso

Dopo la sua morte, le vendite dei libri di Camilleri da queste parti sono aumentate. Da tempo, molti turisti entrano in libreria per il piacere di avere un romanzo di Montalbano comprato proprio a Vigàta. C’è anche chi chiede di segnarli con il timbro della libreria. Tutto bene. Ma, fa notare Lo Monaco, “in città forse si è fatto il passo più lungo della gamba. Sono nati molti locali ma quasi tutto è rivolto al turista. Servizi per i residenti non ce ne sono. Quando abbiamo aperto la libreria c’erano ancora tanti residenti. Oggi sono diminuiti e non si fa molto per riportare in città chi è andato via”. E questo è un problema poiché, conclude, “gli anticorpi contro l’omologazione sono proprio i residenti”.

In un suo romanzo – La rete di protezione – Andrea Camilleri si è divertito a immaginare una troupe cinematografica impegnata a girare una serie tv proprio a Vigàta, creando un certo scompiglio in città. “Il paisaggio di Vigàta”, scrive Camilleri, “era cangiato: via le antenne televisive, scomparuti i cassonetti della munnizza e le ’nsegne al neon, non era sopravvissuto manco uno dei negozi che Montalbano accanosciva”.

Con questa storia, Camilleri ha raccontato ai lettori qualcosa sul rapporto tra realtà e finzione, e ha provato a metterli sull’avviso. Infatti, alla notizia che forse la troupe sarebbe stata impegnata più a lungo del previsto dalla lavorazione della fiction, “Montalbano si sintì morire il cori (…) sarebbi ’mpazzutu a campari chiossà dintra a ’na Vigàta che non era cchiù il sò paìsi, ma ’na Vigàta ’nvintata dalla tilevisioni. No, abbisognava assoluto che si livavano dai cabasisi il prima possibili”. E forse non aveva torto.