Gorizia, febbraio 2018. Un tendone di 240 metri allestito dall’arcidiocesi della città con sessanta posti letto, chiuderà il 28 febbraio.

La campagna elettorale nel nordest anticipa il futuro dell’Italia

Gorizia, febbraio 2018. Un tendone di 240 metri allestito dall’arcidiocesi della città con sessanta posti letto, chiuderà il 28 febbraio.
20 febbraio 2018 10:08

“Quando pareva vinta Roma antica, sorse l’invitta decima legione, vinse sul campo il barbaro nemico, Roma riebbe pace con onore”. Le parole della marcetta della decima flottiglia Mas – un corpo militare della Repubblica sociale italiana (Rsi) – sono scandite da una trentina di reduci e simpatizzanti: sono tutti avanti con l’età e sono venuti nel municipio di Gorizia per celebrare il 73° anniversario della battaglia di Tarnova della Selva contro l’esercito jugoslavo. È la prima volta che gli è concesso entrare nella sala della giunta comunale.

È il 20 gennaio, un sabato mattina: è freddo, ma c’è il sole. Un gruppo di militanti di CasaPound in picchetto sotto al municipio è venuto a sostenere quelli della Decima Mas, mentre un centinaio di antifascisti che protestano contro l’evento sono tenuti a distanza dalle forze dell’ordine. “Onore a chi non ha tradito”, c’è scritto in fasciofont sullo striscione tenuto da alcuni ragazzi di CasaPound.

I cappelli grigioverdi da combattenti calzati sulla testa e in mano i vessilli dell’Rsi: una bandiera con al centro un’aquila che artiglia un fascio, all’apice un fiocco azzurro, il colore della Decima Mas. I reduci del battaglione fascista che collaborò con la Germania nazista sono accolti nel municipio di Gorizia dal consigliere di Forza Italia Fabio Gentile, famoso perché risponde all’appello del consiglio comunale alla maniera fascista: alzando il braccio destro.

L’epica neofascista
Il sindaco Rodolfo Ziberna, di Forza Italia, non assiste alla celebrazione, al suo posto c’è il vicesindaco Stefano Ceretta, della Lega, che intona l’inno della Decima Mas. “Gorizia è italiana perché la Decima l’ha difesa. I nostri caduti si sono sacrificati per la sua difesa”, dice Fiamma Marini, presidente dell’Associazione dei combattenti, durante la commemorazione.

Nell’epica della Repubblica sociale italiana, la battaglia di Tarnova ha un posto speciale: i fascisti sostengono che il battaglione della Decima Mas nel 1945 abbia difeso “l’italianità” di Gorizia dall’invasione dell’esercito jugoslavo, ma la ricostruzione è contestata da molti storici, perché all’epoca la città era occupata dai nazisti, che combattevano al fianco del battaglione fascista.

Il vicesindaco Ceretta ha risposto alle critiche sollevate sulla sua partecipazione alla commemorazione (che hanno portato anche a un’interrogazione parlamentare) dicendo che “i morti sono tutti uguali”. Per la storica Anna Di Gianantonio, presidente dell’Anpi di Gorizia, il fatto che le istituzioni locali abbiano commemorato con i reduci la battaglia di Tarnova è un affronto alla città che è stata medaglia d’oro della resistenza.

I reduci arrivarono al punto di inventarsi di sana pianta una battaglia

A Gorizia, soprattutto in provincia, il fascismo coincise con una violenta “italianizzazione”, che passò anche dalla persecuzione di migliaia di cittadini di origine slovena. Lorenzo Filipaz ha provato a sfatare il mito della battaglia di Tarnova e sul tema pubblicherà nel 2018 il libro Prigionieri del ricordo.

Su Giap, Filipaz ha scritto: “Per documentare il loro alquanto dubbio apporto alla difesa dell’italianità al confine orientale i reduci arrivarono al punto di inventarsi di sana pianta una battaglia epica contro gli ‘slavocomunisti’ – la presunta battaglia di Tarnova – non riconosciuta da nessun altro, mentre le proteste contro i comandi tedeschi per le scarse forniture di armi si tramutarono in prove incontestabili di opposizione al nazismo”.

Gorizia, febbraio 2018. Un’aula per l’insegnamento della lingua italiana nell’ex convento del Nazareno.

La commemorazione in municipio è solo l’ultimo atto di un conflitto ideologico che ha come sfondo una città dalla memoria contesa. “Nei giorni in cui il presidente della repubblica nominava senatrice a vita Liliana Segre – una delle ultime sopravvissute ai campi di sterminio nazisti – a Gorizia si celebrava la Decima Mas con tanto di picchetto di CasaPound”, commenta Andrea Picco, consigliere comunale del Forum per Gorizia, mentre si avvia all’inaugurazione di una pietra d’inciampo dedicata a Elda Michelstaedter Morpurgo, un’ebrea goriziana deportata ad Auschwitz nel 1943.

Gorizia – città “maledetta” per il massacro di migliaia di soldati durante la prima guerra mondiale, estrema periferia orientale dell’Italia, feudo della destra – è una specie di museo a cielo aperto della storia del novecento. E forse proprio per questo rapporto conflittuale con la sua storia la città amplifica alcune tendenze visibili anche a livello nazionale: la strumentalizzazione elettorale dell’ostilità verso i migranti in un contesto di rapido spopolamento e invecchiamento della popolazione, la sensazione di abbandono di chi si sente in periferia, l’inquietudine prodotta dalle trasformazioni del mondo del lavoro, la costruzione artificiosa e continua dell’idea del confine, e la proliferazioni di miti legati alla difesa di una fantomatica identità nazionale.

Il polso del paese
Ali Hassan è un ragazzo pachistano di vent’anni: alto e slanciato. Gira spaesato per i negozi di via XX settembre, nel centro che sembra svuotato, tra i cartelli “vendesi” e “affittasi” appesi alle finestre dei vecchi palazzi. Indossa una giacca blu con il bavero alzato e ogni tanto si ferma a chiacchierare con gli amici. È tornato due settimane fa dalla Germania, dove gli è stato negato l’asilo perché il Pakistan è considerato un paese d’origine sicuro.

In Italia ha presentato di nuovo la richiesta e sta aspettando una risposta. Non pensa di fermarsi a Gorizia: appena avrà i documenti si sposterà più a sud per cercare lavoro, ma per ora dorme per strada o nella struttura termoriscaldata che all’inizio di dicembre è stata costruita da Medici senza frontiere in uno spazio dell’arcidiocesi. Il 20 febbraio però l’arcidiocesi ha annunciato che il tendone di 240 metri sarà smontato, in anticipo rispetto al previsto.

Nelle vie del centro i ragazzi pachistani sono tra i pochi passanti insieme ai pensionati. Più di un quarto della popolazione residente in Friuli-Venezia Giulia ha almeno 65 anni. A Gorizia è il 26,6 per cento (il dato nazionale è del 22,6 per cento). Il Friuli-Venezia Giulia e la Liguria sono le regioni d’Italia con più anziani – in particolare alcuni territori come Trieste e Gorizia – a causa di una diminuzione della natalità che non è compensata dall’immigrazione: i migranti che arrivano qui ci rimangono giusto il tempo di presentare la domanda d’asilo.

“Bisogna dire che a Gorizia non ci sono stati episodi di criminalità o particolari problemi dovuti all’ultima ondata migratoria, ma il sentimento generale verso gli immigrati è di ostilità”, afferma Adriano Ossola, libraio, editore indipendente, insegnante di lettere in un liceo della città e organizzatore del festival di storia, che quest’anno è dedicato alle migrazioni.

“In classe non propongo più da tempo temi sull’immigrazione, perché la maggior parte delle volte leggevo nei testi dei ragazzi odio e aggressività verso i migranti”, racconta Ossola, che ritiene responsabile della diffusa intolleranza il governo guidato dal Partito democratico. “Il Pd ha perso il polso del paese. La tendenza alla mobilità è connaturata nell’indole umana, ma oggi il pianeta è diventato troppo stretto e anche a causa della situazione economica. La migrazione si accompagna a sentimenti di paura sempre più acuta”.

Lui stesso ammette di aver cambiato atteggiamento nell’ultimo anno: “Nel 2015 ero rimasto molto colpito dalla morte di un ragazzo pachistano annegato nell’Isonzo, il fatto mi aveva davvero sconvolto e mi aveva spinto a scriverne, ma ora anch’io ho cambiato posizione e credo che gli arrivi si debbano in qualche modo fermare”. Ossola è convinto che la politica migratoria del Pd sia troppo permissiva. Un mese dopo le elezioni politiche, in Friuli-Venezia Giulia si voterà anche per rinnovare il consiglio regionale guidato da Debora Serracchiani, del Partito democratico.

Campagna elettorale perenne
A differenza di Ossola un’altra parte della popolazione goriziana, minoritaria ma tutt’altro che silenziosa, pensa che la questione dell’immigrazione sia stata strumentalizzata per scopi elettorali. “Prima ci sono state le amministrative, ora ci saranno le politiche e poi le regionali: siamo in una campagna elettorale perenne, che si è giocata tutta sul tema dell’immigrazione”, afferma Andrea Picco, consigliere comunale di Gorizia della lista civica di sinistra Forum, eletto a giugno del 2017.

Rodolfo Ziberna, un ex socialdemocratico entrato nelle file di Forza Italia, figlio di profughi istriani, ha raccolto sotto un unico ombrello otto liste – da Forza Italia alla Lega, fino a Fratelli d’Italia – e ha fatto una campagna molto aggressiva sull’immigrazione con lo slogan “Stop all’immigrazione incontrollata” e “Gorizia prima di tutto”.

Ziberna non ha vinto al primo turno per una manciata di voti, mentre al ballottaggio si è imposto sul candidato del centrosinistra Roberto Collini con il 59,7 per cento dei consensi. Il centrosinistra ha presentato cinque candidati rivali in un territorio considerato un bastione del centrodestra, e i cinquestelle non hanno avuto l’exploit di altri territori, fermandosi al 5,1 per cento.

“Ziberna non ha avuto bisogno di fare la campagna elettorale: ha semplicemente approfittato del fatto che Gorizia non è sufficientemente attrezzata e che i migranti in transito in attesa di una risposta dalla commissione territoriale dormivano in piazza Vittoria”, spiega Picco. “Spargendo messaggi di sospetto e di terrore e promettendo tolleranza zero ha vinto facile”, continua il consigliere comunale di opposizione.

Fino all’agosto del 2017 e per alcuni mesi i migranti che arrivavano a Gorizia dalla rotta balcanica dormivano all’addiaccio nel Parco della Valletta del corno oppure lungo le rive del fiume Isonzo nella cosiddetta jungle, poi sono stati sgomberati. Allora hanno cominciato a dormire davanti alla prefettura, nella piazza centrale di Gorizia, prima di rifugiarsi nella galleria Bombi: un tunnel pedonale sotto al castello della città.

“Tutto è cominciato un giorno che pioveva”, ricorda Alessandro Metz, operatore sociale, membro della LegaCoop del Friuli-Venezia Giulia e candidato alle elezioni politiche con Liberi e uguali. “I richiedenti asilo che dormivano in piazza si sono riparati nella galleria, e poi con l’arrivo dell’autunno sono tornati a dormirci ogni notte”, racconta. Per assisterli si è formato un gruppo di volontari che si occupava di distribuire i pasti e i sacchi a pelo. Nonostante si sia arrivati a parlare della galleria Bombi anche nelle cronache nazionali, Ziberna si è rifiutato di aprire un centro notturno per i richiedenti asilo rimasti fuori dall’assistenza, e il 24 novembre il tunnel è stato sgomberato per volere del prefetto e del sindaco.

“La cosa interessante è che un sindaco di Forza Italia per fare ordinanze contro i senza dimora e i migranti si sia servito dei decreti sicurezza approvati dal governo di centrosinistra”, afferma Metz. “Il governo centrale da una parte nega le risorse ai territori per far fronte ai servizi sociali, dall’altra fornisce gli strumenti per criminalizzare i poveri”. Per Metz i decreti Minniti su immigrazione e sicurezza hanno spostato “il corpo sociale a destra” con danni enormi per la gestione concreta di un fenomeno complesso come quello migratorio.

Fattore di attrazione?
Al momento a Gorizia sono un centinaio le persone senza un posto dove dormire: il tendone dell’arcidiocesi ha sessanta posti letto e chi non riesce a entrare è ospitato nella canonica della chiesa dei Cappuccini in piazza San Francesco. Ma a metà gennaio è stato necessario che alcuni partiti aprissero le loro sedi per ospitare le persone rimaste all’addiaccio. A fine mese inoltre il tendone dell’arcidiocesi chiuderà e tutto potrebbe ricominciare da capo, con le elezioni politiche il 4 marzo e le regionali che si terranno il 29 aprile. “Il prefetto dispone trasferimenti in altre città di tanto in tanto per alleggerire la pressione migratoria che c’è su Gorizia”, spiega Cassandra, una delle volontarie che da mesi fornisce assistenza ai profughi.

“Portiamo da mangiare, pasti caldi, vestiti, scarpe. Ci sono tante persone che a Gorizia, senza fare clamore, si sono messe a disposizione e stanno gestendo la questione, mentre le istituzioni la strumentalizzano”, continua Orietta, un’altra volontaria. “La popolazione che arriva è sostanzialmente sana: il problema vero è che questi ragazzi vivono senza accoglienza per lunghi periodi in condizioni gravissime senza un tetto, senza acqua potabile, senza cibo è un grosso rischio, la situazione è allarmante”, aggiunge Gianni Cavallini, direttore della Asl locale che gestisce un ambulatorio per i profughi insieme alla Croce rossa locale.

Sede della Caritas diocesana, Gorizia, febbraio 2018. Lenzuola e sacchi a pelo messi a disposizione per le persone che non hanno trovato posto nei centri di accoglienza.

Secondo un rapporto di Intersos, arrivano ogni giorno in città tra i cinque e i venti richiedenti asilo. Hanno tra i 25 e i 40 anni e vengono quasi tutti dal Pakistan o dall’Afghanistan. Si fermano per il tempo necessario a sbrigare le pratiche della richiesta d’asilo. Nel rapporto Fuori campo Medici senza frontiere spiega che “la formalizzazione della richiesta di asilo non è immediata e le persone sono costrette a rimanere per settimane in strada, senza un riparo dignitoso e con un accesso limitato ai servizi essenziali: una scelta rivendicata pubblicamente dalle amministrazioni comunali” che accusano chi distribuisce pasti e coperte di rappresentare “un fattore di attrazione” per i migranti. A novembre del 2017 Ziberna ha dichiarato: “Finché si sa che a Gorizia ogni giorno c’è chi dà da mangiare a tutti fuori dalle regole dell’accoglienza strutturata, è chiaro che verranno sempre di più qui”.

La questione però è più complicata. “Più del 90 per cento dei richiedenti asilo del Friuli-Venezia Giulia è ospitato in una struttura d’emergenza”, afferma Gianfranco Schiavone, dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e presidente del Consorzio italiano di solidarietà di Trieste. I progetti Sprar (Sistema di protezione di richiedenti asilo e rifugiati) sono pochissimi e le amministrazioni comunali della regione (compresa Gorizia) continuano a non partecipare al bando. Solo dieci comuni su 218 partecipano alla rete Sprar nella regione e solo 68 comuni sono coinvolti nell’ospitalità dei richiedenti asilo. Nella provincia di Gorizia e in quella di Udine i posti letto sono così pochi che molti richiedenti asilo dormono per strada, creando situazioni di tensione anche con i residenti.

Le città gemelle
Nella sua edicola di via XX settembre – circondato da giornali che fa arrivare da tutta Europa – Renato Fiorelli, ex radicale, candidato sindaco per la lista dei verdi alle elezioni del 2017 e sostenitore della lista Insieme alle politiche del 2018, spiega che ha ripreso a vendere il tabacco da masticare da quando in città sono arrivati gli afgani e i pachistani.

Per Fiorelli l’immigrazione è un fenomeno molto antico e connaturato alla posizione geografica della città: “Già nel 1998 avevo presentato una proposta in consiglio comunale per dichiarare Gorizia ‘città aperta’, nel senso che per le sue caratteristiche particolari di città frontaliera doveva strutturarsi come una città di passaggio. E invece in questi anni si sono perse centinaia di occasioni per trasformarla in una porta tra est e ovest”.

Gorizia, febbraio 2018. Una moschea in fase di allestimento nell’ex convento del Nazareno che ospita 170 persone per lo più di nazionalità pachistana e afgana.

Ma il problema sembra essere un confine che si vuole tenere in piedi anche solo idealmente, mentre le attività economiche legate alla frontiera hanno smesso di essere redditizie. Nel suo libro Storia di Gorizia Lucio Fabi spiega che questo atteggiamento deriva in parte dalla presenza della linea di confine dentro la città, “una presenza che rappresenta il momento storico più lacerante vissuto da Gorizia, città divisa, come lo era Berlino”.

Fabi si riferisce al muro che divideva la città italiana dai quartieri periferici e dalla stazione Transalpina, che erano stati annessi alla ex Jugoslavia e che divennero parte della città slovena di Nova Gorica. Il muro è ancora al suo posto, tranne che in alcuni punti. Nel 2004 dopo l’ingresso della Slovenia nell’Unione europea è stata smantellata la parte che divideva in due piazza della Transalpina, davanti alla stazione che collega Gorizia con l’Europa centrale. Sul tetto della stazione ferroviaria un tempo c’era una stella e la scritta Mi gradimo socializem, Noi costruiamo il socialismo.

Fiorelli ricorda quella volta che in gesto di protesta insieme ad altri consiglieri comunali rimosse un pezzo di recinzione vicino alla Transalpina e la portò in consiglio comunale. “La chiamammo Operazione Svitol perché ogni sera passavamo con l’olio per svitare i bulloni che tenevano la recinzione”, ricorda. Per la sua azione fu condannato da un tribunale con l’accusa di furto e danneggiamento.

Quando la frontiera nel 2004 ha perso il suo significato le cose non sono andate come ci si aspettava. Ne hanno risentito soprattutto settori come il commercio e l’autotrasporto. “Fino agli anni novanta il commercio a Gorizia a Trieste e nelle loro province era molto forte e i clienti erano soprattutto jugoslavi”, spiega Alessandro Russo dell’Istituto di ricerche economiche e sociali (Ires) del Friuli-Venezia Giulia. Poi tutto è cambiato rapidamente.

Negli anni in cui la frontiera era ancora attiva Nova Gorica guardava a Gorizia come a un faro, negli ultimi anni le parti si sono invertite. Mentre la città italiana si spopola, i negozi chiudono e le attività si fermano, la gemella slovena sembra vivere una stagione di prosperità, anche grazie a un regime fiscale che favorisce la nascita di nuove imprese. La frontiera non esiste più, ma le due città gemelle si danno ancora le spalle.

La crisi del Pd
Oltre all’immigrazione, la spina nel fianco del Partito democratico in Friuli-Venezia Giulia potrebbe essere la riforma delle province e soprattutto quella della sanità. “Il Pd potrebbe pagare la riforma del sistema sanitario che non è stata presa bene, in una regione dove la percentuale degli over 65 è molto alta”, afferma Alessandro Russo dell’Ires. L’invecchiamento della popolazione è uno dei campanelli d’allarme per la regione e una minaccia per lo sviluppo economico. “L’altro punto debole è la trasformazione del mondo del lavoro: anche se c’è stata una ripresa dell’occupazione come nel resto del paese, aumentano i lavori precari e i contratti part-time”.

Posti di lavoro stabili e ben retribuiti sono stati rimpiazzati da posti di lavoro nei servizi e nella ristorazione, con meno garanzie, meno ore e retribuzioni più basse. Secondo i dati dell’Istat elaborati dall’Ires, tra il 2007 e il 2016 si sono persi diecimila posti di lavoro nell’edilizia e 14mila nell’industria. Il Friuli-Venezia Giulia è una regione fortemente industrializzata e con una propensione all’esportazione, per questo ha risentito della crisi dell’export nel 2009. “Per il rapporto tra pil ed export, il Friuli-Venezia Giulia è ai primi posti al livello nazionale. Il manifatturiero rimane centrale nella regione, anche se la crisi si è fatta sentire, soprattutto in provincia di Udine, mentre ha resistito meglio la provincia di Pordenone”, aggiunge Russo.

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Al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 la regione aveva premiato la linea del Partito democratico, facendo supporre ai dirigenti del Pd di avere ancora un buon seguito nel territorio. Tuttavia la vittoria del centrodestra alle amministrative di Trieste, Gorizia e Monfalcone aveva fatto accendere un campanello d’allarme. Alle regionali che si terranno il 29 aprile il centrodestra è così sicuro di vincere che non ha ancora scelto un candidato: Matteo Salvini vorrebbe che si candidasse Massimiliano Fredriga, ma Fratelli d’Italia è pronto a esprimere un proprio nome.

L’orientamento è quello di aspettare le elezioni del 4 marzo per valutare il peso specifico di ogni partito della coalizione. Nel centrosinistra invece Debora Serracchiani ha scelto di non ricandidarsi per un secondo mandato lasciando il posto al suo vice, l’ex sindaco di Pordenone Sergio Bolzonello. Secondo alcuni analisti, tuttavia, le difficoltà di Serracchiani oggi sono una conseguenza del suo coinvolgimento diretto nella segreteria nazionale del Pd, al fianco del segretario ed ex presidente del consiglio Matteo Renzi.

In molti l’accusano di essersi occupata di più delle questioni nazionali che di quelle regionali. Per lei e tutto il partito, il primo banco di prova saranno le politiche del 4 marzo: Serracchiani è candidata nel collegio uninominale di Trieste alla camera dei deputati e al secondo posto nel listino proporzionale sempre alla camera. Il Pd spera che i triestini abbiano apprezzato il piano di rilancio del porto della città, ma la partita nel resto della regione è ancora aperta e sarà tutta da seguire, perché “la frontiera orientale ha spesso anticipato quello che succede nel paese”.

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