Durante lo sgombero del Baobab a Roma, il 13 novembre 2018.

L’ultimo sgombero del Baobab e la crisi di Roma

Durante lo sgombero del Baobab a Roma, il 13 novembre 2018.
14 novembre 2018 18:38

Aboubakar è disperato, non parla italiano, non parla inglese, parla solo francese e nessuno degli agenti che stanno sgomberando il campo è in grado di comunicare con lui. “Spiegategli che lo portiamo in questura per un controllo, poi lo rilasciamo”, chiedono ai volontari gli agenti di polizia, a loro modo in difficoltà di fronte alla resistenza del ragazzo. Lui mostra i documenti in regola: il passaporto del Mali, la richiesta di asilo, addirittura un foglietto con un appuntamento per tornare all’ufficio immigrazione della questura nei prossimi giorni.

È arrivato in Italia da qualche settimana e non vuole salire sul pullman, dice di non aver commesso nessun reato, non ha nemmeno dormito nel campo la notte scorsa. Gli agenti sono irremovibili, deve seguirli all’ufficio di via Patini, nella periferia est di Roma, sul pullman con gli altri, poi sarà rilasciato. Tra le 7.30 e le 10 di mattina del 13 novembre, 139 persone sono costrette a salire su cinque pullman della polizia di stato per essere portate in questura. In serata saranno tutti rilasciati, un’ottantina di loro in serata tornerà a dormire intorno alla stazione Tiburtina, sui marciapiedi, lungo la strada. Mentre 57 saranno accolti dai centri di accoglienza della Sala operativa sociale del comune di Roma.

I volontari della Baobab Experience sono sparpagliati in giro per il campo e aiutano gli sgomberati a fare le valigie e a recuperare le loro poche cose prima che arrivino le ruspe, tra le tende e le baracche che sono sorte a partire dalla fine del 2016 in un parcheggio dietro alla stazione Tiburtina di Roma, che i volontari hanno chiamato piazzale Maslax. Il piazzale si chiama così per ricordare Maslax Moxamed, un ragazzo somalo di 19 anni che era stato ospite dell’accampamento informale e che nel marzo del 2017 si è suicidato a Pomezia, in un centro di accoglienza, dopo essere stato rimandato indietro in Italia dal Belgio, a causa delle regole del Regolamento di Dublino, il sistema comune europeo di asilo.

Una storia di sgomberi
A piazzale Maslax, nel parcheggio davanti all’ex hotel Africa, uno dei primi edifici occupati a Roma dai rifugiati e poi sgomberato nel 2004 dalla giunta di Walter Veltroni, i volontari del Baobab sono arrivati dopo essere stati sgomberati da via Cupa, nel quartiere San Lorenzo, dove erano arrivati nel giugno del 2015 per far fronte agli arrivi straordinari di migranti in transito dal sud dell’Italia verso il Nordeuropa, dopo che in occasione del G7 i governi europei avevano deciso di ripristinare i controlli alle frontiere, creando una situazione di emergenza intorno alle stazioni ferroviarie di Roma, Milano e Ventimiglia.

Il centro Baobab di via Cupa era stato aperto proprio dalla giunta di Walter Veltroni per ospitare una parte di coloro che erano stati sgomberati dall’hotel Africa. Nel maggio del 2015 anche lo sgombero dell’insediamento di Ponte Mammolo – che ospitava diversi eritrei in transito – aveva rappresentato un fattore di criticità e aveva contribuito a creare una situazione di emergenza al Baobab via Cupa. Una circostanza di cui si erano fatti carico anche allora dei volontari autogestiti con il sostegno di molte associazioni della città, nel quasi totale disinteresse delle istituzioni cittadine.

All’epoca la giunta di Ignazio Marino aveva promesso di concedere una struttura, come l’ex Ferrhotel di via Tiburtina, per costruire un campo permanente per transitanti e offrire accoglienza e servizi ai migranti in transito che si fermavano per qualche giorno a Roma prima di continuare il viaggio verso nord, ma la promessa non è mai stata mantenuta. Nell’estate del 2015 il comune aprì una tendopoli temporanea della Croce rossa nei pressi della stazione Tiburtina, ma l’esperienza si concluse con la fine della bella stagione. I volontari della Baobab Experience continuarono però a offrire servizi e accoglienza ai migranti in transito che bussavano al centro di via Cupa, insieme a una rete di associazioni e di organizzazioni umanitarie come Medu, Action, Cir, Intersos, A buon diritto onlus, Radicali italiani e a molti singoli cittadini che spontaneamente hanno sostenuto e finanziato il progetto.

Durante lo sgombero del Baobab.

Il centro di via Cupa è stato sgomberato in maniera definitiva nell’ottobre del 2016, ma l’attività dei volontari non si è fermata: si sono spostati prima nel piazzale dietro alla stazione Tiburtina, poi in un parcheggio poco più in là. Il Baobab di via Cupa ospitava soprattutto migranti in transito, persone costrette a sostare a Roma per qualche giorno prima d’intraprendere di nuovo il loro viaggio, ma nel corso degli anni gli ospiti del campo informale hanno cominciato a cambiare status, rispecchiando i cambiamenti nelle leggi e nelle politiche nazionali e internazionali sull’immigrazione.

Ai migranti in transito si sono aggiunti “i dublinanti”, i migranti rimandati indietro dagli altri paesi europei a causa del regolamento di Dublino, ma anche molti rifugiati e beneficiari di protezione che, pur avendo ottenuto i documenti per rimanere nel paese, non hanno più diritto a rimanere nel sistema di accoglienza o ancora coloro che sono in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno e non hanno diritto all’accoglienza. Come spesso succede nelle società complesse, gli ultimi arrivati vanno a nutrire gli strati più bassi della piramide sociale e illuminano alcuni difetti strutturali del sistema.

In questo caso la presenza di migranti transitanti e fuori dal sistema di accoglienza ha messo in evidenza la mancanza di un piano di politiche sociali di lungo termine nella capitale: Roma pur avendo un numero cospicuo di senza dimora non ha posti sufficienti nei centri di accoglienza, inoltre non si è dotata di un piano per rispondere ai diversi tipi di marginalità sociale. Anzi dal pacchetto sicurezza del 2008 in poi le leggi nazionali hanno ancora di più marginalizzato e stigmatizzato chi per ragioni economiche o di contesto sociale è rimasto senza un alloggio.

Nell’accampamento di piazzale Maslax avevano trovato rifugio anche diversi senza dimora italiani

Come ha scritto recentemente Giuseppe Rizzo in un articolo su Internazionale, in Italia si stima che i senza dimora siano 50mila, a Roma circa ottomila (Istat, 2014), ma il paese non si è ancora dotato di strumenti e misure di contrasto a questo fenomeno. Anzi i decreti Minniti-Orlando sulla sicurezza urbana e il decreto sicurezza appena approvato dal senato vanno nel senso di un’ulteriore criminalizzazione dei poveri e dei senza dimora, consentendo ai sindaci di approvare misure “contro il decoro” che finiscono per colpire soprattutto chi vive per strada. Anche per questo negli ultimi tempi nell’accampamento di piazzale Maslax avevano trovato rifugio anche diversi senza dimora italiani.

“Da giugno viviamo per strada”, racconta Luca Ottaviani che con sua moglie Ludovica Picciotto era ospite del Baobab dal 3 settembre. “Abbiamo dormito alla stazione Termini per qualche giorno poi ci hanno derubato, quindi abbiamo chiesto ospitalità al Baobab”, continua Ottaviani che è disoccupato e ha perso la casa in seguito alla perdita del lavoro. Quando sono arrivate le ruspe è riuscito a smontare la tenda e a raccogliere tutti i suoi averi dentro a un carrello della spesa: “Stanotte dormiremo per strada, perché nei centri non ci vogliono in quanto siamo sposati e non ci sono posti per le famiglie”.

La ruspa minaccia il negoziato
“Lo sgombero era nell’aria da tempo: ferrovie dello stato aveva cominciato a recintare il parcheggio”, dice Roberto Viviani, presidente della Baobab Experience. Il 13 novembre i blindati e le ruspe sono arrivati intorno alle sette e mezza di mattina senza preavviso: per gli abitanti e gli attivisti del Baobab si è trattato dello sgombero numero 22. I mezzi delle forze dell’ordine hanno circondato il campo che già nelle scorse settimane era stato chiuso con una recinzione metallica. Chi dormiva nelle baracche e nelle tende è stato caricato sui pullman, ai volontari è stato detto di recuperare le attrezzature di valore e abbandonare il campo, prima che le ruspe entrassero in funzione.

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“Da due settimane il comune aveva cominciato a mettere in piedi un piano di ricollocamento degli ospiti del campo e non ci aspettavamo che le ruspe arrivassero prima che il negoziato fosse portato a termine. Fino al 12 novembre erano state ricollocate 65 persone, la metà di quelle a cui era stato promesso”, afferma Viviani. In vista dell’imminente sgombero, la rete legale di associazioni attive nell’accampamento (Cir, A buon diritto onlus, Action, Radicali Roma e Baobab Experience) avevano mandato una lettera alla sindaca di Roma Virginia Raggi, all’assessora ai servizi sociali Laura Baldassarre, alla prefetta di Roma Paola Basilone e al questore Guido Marino per chiedere di trasferire le persone ospiti del campo e di trovare loro una sistemazione nella rete dei servizi sociali romani, già sovraffollati e strutturalmente inadeguati.

“Siamo i primi a sostenere, ormai da anni, che nessuno dovrebbe vivere, neppure temporaneamente, per strada in un rifugio di fortuna, tantomeno nel caso in cui sia afflitto da traumi e difficoltà di varia natura”, afferma Valeria Carlini del Cir. Le associazioni erano state ricevute dal comune il 6 novembre e avevano avuto assicurazioni dall’assessora Baldassarre che prima dello sgombero 120 persone sarebbero state sistemate nel circuito gestito dalla Sala operativa sociale.

Le associazioni si erano fatte carico di fornire al comune un censimento: “È stata segnalata la presenza di oltre 180 persone che, pur avendo un titolo di soggiorno, sono fuori dai circuiti di accoglienza istituzionali, tra cui circa 104 titolari di status di rifugiato, protezione internazionale o umanitaria e 48 richiedenti asilo. Molti versano in condizioni di particolare fragilità, disagio e necessità e sono decine le persone con vulnerabilità sanitarie”.

L’assessorato ai servizi sociali si era detto disponibile a fare pressione anche sulla prefetta, “affinché mettesse a disposizione i Centri di accoglienza straordinari (Cas) per i richiedenti asilo fuori dall’accoglienza che erano una cinquantina”. Dopo lo sgombero, il Campidoglio ha comunicato di voler portare avanti il piano, nonostante le ruspe. Gli operatori della Sala operativa sociale hanno continuato a lavorare anche in questura il 13 novembre. “Apprezziamo lo sforzo del Campidoglio di aver trovato posto, ma sono ancora tante le persone che hanno diritto e che non hanno accoglienza”, ha commentato Andrea Costa, coordinatore Baobab Experience, che ha convocato una conferenza stampa per il 15 novembre.

Più negativa invece Claudia Sforza, operatrice legale del Cir: “Non hanno trovato sfortunatamente accoglienza tutti coloro a cui è stato dato un provvedimento di espulsione. Fra questi ci sono dei casi di persone a cui non è stata concretamente data la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno a causa dell’illegittima richiesta di residenza anagrafica non virtuale da parte della questura di Roma. Siamo molto preoccupati da questa prassi: la rete legale intende continuare a seguire questi casi per far valere i loro diritti”. In generale Sforza denuncia che molte persone sono lasciate per strada e sono tornate a dormire nei pressi della stazione Tiburtina, senza che per loro si sia attivato nessun percorso di inclusione.

Anche Carlotta Sami dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) esprime amarezza: “Se si guarda a tutta la storia del Baobab, in questo momento si prova una grande tristezza. Le attività portate avanti dai volontari quando gli arrivi erano anche più consistenti sono state encomiabili e sempre orientate all’inclusione. Questo progetto che era in piedi da un paio di settimane con il comune era molto positivo, mi auguro che in nessun modo si interrompa, nonostante lo sgombero. Altrimenti avremo solo altre persone sulla strada, sia rifugiati, sia italiani in situazioni di marginalità senza soluzioni abitative e sociali di lungo termine”. Sami ricorda che in queste stesse ore altre persone hanno perso la casa a causa di un incendio che ha colpito un hotel occupato sulla via Prenestina. “Queste situazioni di marginalità sono comuni sia agli italiani sia gli stranieri, non ha senso dire che queste due categorie sono in conflitto”.

La crisi della città e la fine della politica
Dopo lo sgombero del Boabab, il ministro dell’interno Matteo Salvini ha esultato sui social network: “In corso lo sgombero di Baobab a Roma. Zone franche, senza stato e legalità, non sono più tollerate. L’avevamo promesso, lo stiamo facendo. E non è finita qui. Dalle parole ai fatti”. Salvini ha poi annunciato una nuova stagione di sgomberi nella capitale e ha detto che entro la fine dell’anno altri quattro edifici saranno interessati da operazioni simili.

Il ministro dell’interno sembra volere rubare la scena all’amministrazione guidata dai cinquestelle che dal canto loro non si sono fatti sentire. Sul posto durante lo sgombero non c’erano rappresentanti del comune, ma solo operatori della Sala operativa sociale. L’assessora Baldassarre in una nota ha detto: “Mi sono recata più volte presso l’insediamento, l’ultima il 2 novembre, per osservare in prima persona la situazione sul luogo, le condizioni in cui vivono le persone e il lavoro degli operatori che assicurano un supporto ai presenti e formulano proposte di accoglienza”.

Insieme agli attivisti e ai volontari, durante lo sgombero c’erano alcuni rappresentanti dei municipi romani Giovanna Maria Seddaiu, Stefano Fassina, Christian Raimo, ma anche qualche deputato come Rossella Muroni ed Erasmo Palazzotto. “È stato organizzato un teatro, uno spettacolo di propaganda. Una questione che si poteva risolvere con l’assessore ai servizi sociali invece è diventata un’operazione di propaganda che è stata fatta sulla pelle dei più polveri ma anche sulla pelle di chi crede in un’altra idea di società, durante lo sgombero ho parlato con molte persone, parlano più lingue di Salvini, hanno una cultura politica sicuramente più vasta della sua”, ha commentato Raimo.

I volontari della Baobab Experience da tempo interpretano una militanza fuori dai partiti: hanno presentato una denuncia per incitamento all’odio razziale contro il ministro Salvini e sono stati tra i promotori della manifestazione Indivisibili contro il decreto sicurezza che si è svolta a Roma il 10 novembre. A ogni sgombero sembrano essere più soli, senza interlocutori politici e istituzionali che vogliono metterci la faccia per negoziare soluzioni di ampio respiro che tolgano le persone dalla strada. “Per fortuna ero in ferie, così ho potuto dare una mano durante lo sgombero”, dice Renato Ferrantini, uno dei volontari storici del Baobab, che non sembra voler demordere.

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