È difficile immaginare scene di guerriglia urbana a Davos. Ancora meno durante il Forum economico mondiale. Alle tre del mattino, tuttavia, davanti a un bar dove un gruppo di giovani banchieri festeggia la decisione di creare insieme un hedge fund – il genere di cose che fanno dei giovani banchieri quando sono ubriachi – ci imbattiamo in due tipi in giacca e cravatta che se le stanno dando di santa ragione.

La vicenda non deve essere molto grave, visto che i due sono grandi amici e fanno subito pace. Ma vale la pena raccontare l’episodio per il singolare atteggiamento di un testimone, un cinese sulla trentina che, dopo essersi avvicinato ai due litiganti, tocca gentilmente la spalla di uno di loro per attirare la sua attenzione e raccoglie sul marciapiede delle manciate di neve che comincia metodicamente a gettarsi sul viso. Mentre si bombarda di neve, sorride con una benevolenza che lascia sbigottiti i litiganti, al punto che i due dimenticano la loro zuffa. Abbiamo l’impressione che questo atteggiamento sconcertante, e la sua altrettanto sconcertante efficacia, riassuma l’essenza dello zen. Tornando al nostro alloggio ragioniamo sul suo possibile impiego in caso di conflitti più gravi.

Il giorno dopo mangiamo in un bistrot noto per la sua raclette (specialità gastronomica a base di formaggio fuso), dove Félix, che presenteremo tra poco, è riuscito ad agganciare Jean-Claude Trichet. L’ex presidente della Banca centrale europea è una persona calma e distinta. Con estrema cortesia ci dice che abbiamo solo cinque minuti. Prima domanda: “Se fossimo venuti qui nel 2007 avremmo certamente intervistato persone che anticipavano l’imminente crisi dei subprime, di cui non avevamo nessuna idea. All’epoca non conoscevamo neanche la parola. Allora ci chiediamo, cosa può essere oggi l’equivalente? Qualcosa che non conosciamo e che forse lei ci può anticipare?”.

Lo sguardo straordinariamente chiaro di Trichet si fa indagatore, è difficile capire se giudichi la domanda idiota o se al contrario la ritenga troppo complessa. In ogni caso si alza dicendo che sarebbe meglio rivedersi a Parigi per un’intervista di cui saranno prima fissate le regole. Quindi scompare e quasi istantaneamente sulla sedia si materializza il cinese del giorno prima, quello che aveva disinnescato il conflitto gettandosi la neve in faccia. Anche se il locale è decisamente di lusso, a Davos si usa condividere i tavoli, e con noi il cinese si dimostra più disponibile di Trichet. Accomodante, malizioso, disinvolto, indossa una felpa con cappuccio e dei grossi scarponi da montagna. Potrebbe passare sia per un giovane miliardario di internet sia per un maestro di arti marziali. O per le due cose insieme.

Quando gli chiediamo cosa fa, risponde che cerca l’illuminazione e l’ampliamento della coscienza fino a uno stadio di felicità permanente. È nato a San Francisco e ha studiato a Berkeley, ma vive a Hong Kong. È uno specialista di scienze cognitive alle prese con un vasto progetto internazionale che consiste nel riunire sull’arcipelago di Vanuatu, in Polinesia, alcune personalità aperte come lui per l’elaborazione di una nuova mitologia, qualcosa che avrebbe dei punti in comune con il buddismo e Guerre stellari. Ed è per questo, gli chiediamo, che viene a Davos? “Well”, risponde allargando ancora il suo sorriso da gatto del Cheshire, “di certo non può farmi male. E poi qui siamo alla Disneyland dei grandi”.

La preghiera mattutina

Prima di venire qui non pensavamo a Davos in questo modo, ma un’intervista a Klaus Schwab avrebbe dovuto metterci sulla buona strada. Schwab è il professore di economia di Ginevra che quarant’anni fa ha cominciato a organizzare questi incontri diventati l’immancabile forum di uomini d’affari e politici. E lui ancora oggi li dirige. Se secondo Hegel la preghiera mattutina dell’uomo moderno consiste nella lettura dei giornali, scopriamo con sorpresa che quella di Schwab è mezz’ora di meditazione. Ma ora è arrivato il momento di parlare di Félix, senza il quale non ci troveremmo qui.

Come Arnold Schwarzenegger, Félix Marquardt è austrostatunitense. È un bel ragazzo di 35 anni che ha inventato quella che lui chiama a thing: le cene dell’Atlantico. A metà strada tra un think tank e un’agenzia di pubbliche relazioni, le cene dell’Atlantico riuniscono intorno ai leader politici che passano a Parigi uomini d’affari e diplomatici, ma anche scrittori, artisti e rapper. Lo scopo è mettere in contatto persone che in teoria non avrebbero nessun motivo per conoscersi e vedere cosa può venirne fuori d’interessante. E anche di divertente. Da questo punto di vista possiamo dire che la scommessa è vinta: non avremmo mai immaginato che si potesse ridere tanto a una cena in onore di ministri giapponesi.

Nell’autunno del 2011 abbiamo raccontato a Félix che dall’alto della nostra ignoranza volevamo scrivere qualcosa sulla crisi finanziaria (ignoranza relativa per Hélène, che da giornalista ha avuto spesso a che fare con i responsabili del mondo economico, ma quasi totale per Emmanuel, che si considera fra i tre francesi su quattro incapaci di dire esattamente cos’è un’obbligazione). “Be’ allora”, ci ha detto Félix, “bisogna andare a Davos”. Ma come si fa? Pensi che potremmo farci accreditare come giornalisti? Félix ha scosso la testa: “Troppo tardi. Le candidature sono chiuse da mesi e in ogni modo le accettano con il contagocce. Ma posso portarvi con me”.

Così ci ospita in uno chalet prestato da alcuni amici dei suoi genitori. E non ha portato solo noi, ma anche un assistente, un fotografo, un operatore e un fonico, che avrebbero dovuto seguirci e filmare tutti i nostri spostamenti. C’è anche un suo amico d’infanzia: l’ha convinto a venire per fargli cambiare aria, visto che attraversa un brutto momento. In tutto una tribù di otto persone radicalmente estranee, a parte lui, al mondo degli affari e del potere. Un gruppo piuttosto complicato da gestire in un contesto in cui per il badge bianco che autorizza l’accesso al centro congressi, dove si svolgono le conferenze e le tavole rotonde, bisogna sborsare 75mila euro. Noi abbiamo diritto solo all’umile badge verde da 50 euro che permette di circolare nell’albergo Belvedere dove si svolge il Davos off.

Questa storia dei badge e il sistema di caste che esprime ci ricorda Cannes. Come il festival del cinema, Davos è uno spazio con un’altissima concentrazione di persone famose e potere. Un impero dei segni, un teatro di privilegi e di umiliazioni dove per quanto importanti si possa essere ci sarà sempre qualcosa di più importante, dove la festa alla quale si è invitati non è quella a cui bisognerebbe essere. Ci sarà certamente di meglio, di più esclusivo e forse, o almeno è quello che ci piace credere, se lo dicono anche Bill Gates o Mick Jagger.

La differenza con Cannes è che a Davos questa gerarchia spietata si accompagna a una sorprendente facilità di contatto. Una facilità che deriva innanzitutto dalle ridotte dimensioni del villaggio: un grande banchiere newyorchese ci ha candidamente confessato di conoscere molto meglio Davos di Manhattan, perché a Manhattan si sposta solo in limousine mentre a Davos pratica quello sport esotico definito camminare a piedi.

Un altro motivo è la mancanza quasi totale di pubblico, di sfaccendati, di gente normale. A parte gli autoctoni, che lavorano quasi tutti per l’evento come autisti, camerieri o poliziotti, al forum si entra in contatto solo con altri partecipanti al forum, quindi si è idealmente tutti parte della stessa comunità. Infine, queste persone importanti che di solito si spostano circondate da una decina di collaboratori, qui hanno diritto a un solo sherpa (raramente è una bella ragazza, come ci saremmo aspettati, più spesso è un ragazzo dall’aria seria).

E mentre a Cannes è impossibile incontrare Sharon Stone se non si gravita nella stessa sfera di relazioni, a Davos nessuno vi racconterà di essere andato a bere un caffè con Angela Merkel, ma è facile incrociare come al mercato sotto casa Lakshmi Mittal, Ehud Barak, Pascal Lamy, Arianna Huffington o Mohamed Yunus. E se si ha il coraggio di farlo, niente impedisce di rivolgergli la parola. Partendo dal principio che se si è qui si appartiene più o meno allo stesso mondo, la maggior parte delle persone concederà con piacere cinque minuti del proprio tempo.

Questi contatti sono lo sport favorito di Félix, che per stabilirli ha sviluppato una vera e propria arte della socialità: disinvoltura, umorismo, multilinguismo, conoscenza approfondita delle questioni trattate prima di lanciarsi all’abbordaggio. Sono dieci anni che viene a Davos. Qui conosce già molte persone, ma il suo obiettivo è conoscerne ancora altre e mettere i suoi amici vecchi e nuovi in contatto per concludere degli affari dai quali riceverà nel migliore dei casi una commissione. Quanto? Il 10 per cento? “Ma scherzi? Tra lo 0,1 e lo 0,01 per cento”, precisa Félix con un sorriso vorace. “Ma si può trattare comunque di grosse somme”.

Una gimcana

Una delle grandi doti di Félix è quella di essere diretto. Considera la bugia una perdita di tempo e non ci nasconde che se ci ha portato qui non è solo perché ci stima, ma anche perché spera che parleremo di lui nel nostro articolo. Ha perfino un titolo da proporre: “L’uomo che sussurra ai presidenti”. Inoltre, presentandoci come una giornalista e uno scrittore che vogliono scrivere un libro sulla crisi – “sulla globalizzazione”, ci consiglia, “meglio non dire crisi” – ottiene per noi degli appuntamenti con cui può ampliare la sua rete di relazioni.

Questi appuntamenti sono una vera e propria gimcana. Si distinguono dall’incontro informale per il solo fatto che sono fissati in un luogo e a un’ora precisi. Ma poiché nel frattempo entrambe le parti continuano a fare incontri informali, si passa il tempo al telefono per rinviarli. E di solito sono annullati o avvengono per caso e nei momenti più inaspettati. Ne abbiamo uno all’interno del centro congressi e, dal momento che non possiamo entrare, il nostro interlocutore propone gentilmente di raggiungerci fuori. Ma per fare i duecento metri che ci separano impiega un’ora e mezzo.

Davos, 2009. La direttrice del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde con il maestro yoga Sadhguru J. Vasudev. (Richard Kalvar, Magnum/Contrasto)

Passiamo questo tempo a battere i piedi per terra su un marciapiede innevato e, grazie all’aiuto di Félix, a fare conoscenza, nell’ordine, con un funzionario dello staff diplomatico di Sarkozy che insiste per mantenere l’anonimato, anche se si è limitato a dirci buongiorno e a lamentarsi con ironia della fatica dei vertici; con François Henrot, il direttore della banca Rothschild, che si prepara alla festa di shabbat di Shimon Peres; con il braccio destro dell’oligarca Oleg Deripaska, che per distinguersi dal suo datore di lavoro è soprannominato il “piccolo Oleg”; con un alto dirigente di Carrefour che non sa ancora che il suo amministratore delegato è stato sostituito; con l’economista Nouriel Roubini, personaggio scostante che, avendo previsto la crisi dei subprime, è diventato una sorta di oracolo internazionale; e infine con la principessa della Norvegia, che rifiuta educatamente di essere filmata. Di fatto ci limitiamo a salutarli, a chiedere chi hanno incontrato e a quale festa andranno la sera. Anche questo somiglia molto a Cannes, dove le persone che a Parigi si sono promesse di vedersi a Cannes, si ripromettono immancabilmente, dopo che non sono riuscite a incontrarsi, di vedersi a Parigi.

Cosa dire invece dei nostri appuntamenti più formali – incontri che potremmo definire interviste – con un ministro indiano, con un banchiere statunitense, con il numero tre di Google? Cosa ricordare? Non molto, ma sarebbe sorprendente il contrario. Continuando l’analogia con Cannes, al festival potete intervistare gli artisti più influenti e originali e tutti vi diranno le stesse cose: le riprese sono state un’esperienza incredibile, l’attore o il regista erano così coinvolti, così entusiasti. Per parlare più liberamente ci vuole un’altra atmosfera e il dovere di onestà ci obbliga, prima di arrivare alle risposte, di esporre le nostre domande.

E queste domande sono quelle che si pone l’occidentale medio di fronte allo spettacolo di un capitalismo finanziario ossessionato dal profitto, insensibile alle sue conseguenze sociali e alle vertiginose disuguaglianze che contribuisce ad accentuare da trent’anni, senza nessuna regolamentazione. Un capitalismo che privatizza i guadagni e socializza le perdite, che considera gli stati come un’eredità sovietica, ma che conta su di loro per essere aiutato quando gira il vento, e che di crisi in crisi trascina i paesi occidentali verso un naufragio nel quale le classi medie sembrano destinate ad affogare, mentre i responsabili vengono salvati in elicottero.

Oggi tutti dicono e pensano questo. Anche i politici si sono resi conto che bisogna pensare o dire certe cose per avere qualche possibilità di essere eletti. Tutti, secondo lo slogan lanciato da Occupy Wall street, si lamentano contro l’1 per cento di rapaci, che in realtà sarebbero, come le commissioni di Félix, lo 0,1 o lo 0,01 per cento. E anche se qui la finanza non è maggioritaria, Davos è di fatto la Versailles di questa aristocrazia, ed è possibile che una nuova rivoluzione del 1789 minacci i suoi privilegi. Ma si ha coscienza di tutto questo? La risposta è inequivocabile: no.

Nelle conferenze e nelle tavole rotonde del forum, in quelle cose chiamate “Responsible leadership for times of crisis”, “Managing chaos” o “From transition to transformation” – che sono l’equivalente dei film in concorso a Cannes, di cui apprezziamo il valore artistico anche senza averli visti – la gravità e i toni solenni sono di rigore. Nel rapporto inaugurale il forum si dilunga sulla globalizzazione e con uno squisito senso dell’eufemismo parla di “un rischio di disillusione”.

Ma nelle conversazioni il discorso è molto diverso. Disillusione? Crisi? Disuguaglianze? Va bene, se proprio ci tenete, ma come dice il cordiale e caloroso amministratore delegato della Western Union bisogna essere chiari: se i manager non ottengono i compensi che meritano, se ne andranno altrove. E poi, cosa vuol dire capitalismo? Se una persona ha cento dollari di risparmi e li deposita in banca sperando di averne presto 105, è un capitalista come me e voi.

Ha detto proprio “come me e voi”, e anche se guadagniamo uno stipendio più che decente, anche se non conosciamo lo stipendio esatto dell’amministratore delegato della Western Union, per non parlare delle sue stock option, quel “come me e voi” merita il premio di miglior battuta di Davos. Di conseguenza, più questi capitalisti come me e voi guadagneranno denaro, più ne dovranno dare, pardon, ridistribuire ai poveri.

Questa persona entusiasta e a suo modo generosa, tuttavia, non sembra sfiorata dall’idea che non sarebbe male se i poveri potessero guadagnare anche loro un po’ di denaro e non dipendessero dalla buona volontà dei ricchi. Fare il massimo del profitto e poi il massimo del bene oppure, per i più raffinati, fare il massimo del bene facendo il massimo del profitto, è il ritornello del forum, dove non si vale niente se non si ha la propria fondazione caritatevole. Questo comunque è meglio di niente (“Che volete? Il comunismo?”). È invece peggio, molto peggio, l’incredibile discorso ufficiale con cui è declinato questo ritornello. Le parole usate da tutti: preoccupazione sociale, dimensione umana, coscienza globale, cambiamento di paradigma.

Allo stesso modo con cui in passato l’immaginario marxista rappresentava i panciuti capitalisti in cilindro mentre succhiavano con voluttà il sangue del proletariato, si ha la tendenza a rappresentare i ricconi presenti a Davos come cinici, sull’esempio di quegli operatori di borsa di Chicago che in risposta a Occupy Wall street hanno appeso all’ultimo piano del loro grattacielo uno striscione che proclamava: “Siamo noi l’1 per cento”. Ma quei piccoli cinici erano degli ingenui, mentre le grandi belve che incontriamo qui a Davos non lo sembrano affatto. Sembrano sinceramente convinti dei benefici che portano al mondo, sinceramente convinti che la loro ingegneria finanziaria e filantropica – per loro è la stessa cosa – sia l’unico modo per assicurare quel famoso cambiamento di paradigma che annuncia l’età dell’oro.

Una cosa che ci stupisce fin dal primo giorno è il profumo di new age che avvolge questo meeting di maschi dominanti con vestiti su misura. Il secondo giorno la sensazione diventa inquietante, il terzo non se ne può più, si soffoca in questa nuvola di discorsi e di slogan che sembrano usciti direttamente dai manuali di sviluppo personale e di positive thinking. Certo, non avevamo bisogno di venire fin qui per avere la conferma che essere ottimisti è più facile per i ricchi che per i poveri, ma l’inflazione di ottimismo, scollegato da qualunque esperienza ordinaria, è talmente grande che l’osservatore più moderato oscilla tra un’indignazione rivoluzionaria (se si è idealisti) e il sarcasmo più nero (se si è misantropi).

A Davos ci si sente vicini a Kafka, che ha detto: “Noi scrittori ci occupiamo del negativo”. Ci si sente vicini a Céline o a Cioran. Con tutti i nemici di quello che Philippe Muray chiamava “l’Impero del bene” ci piacerebbe scherzare senza ritegno davanti a questi chilometri di comunicati esaltati e ampollosi che invitano a “improve the state of the world”, a migliorare lo stato del mondo, “expect the unexpected”, ad aspettarsi l’inatteso, “face the talent challenge”, ad affrontare la sfida del talento o (è il nostro preferito) “enter the human age”. Sì, avete letto bene, grazie a Davos possiamo entrare nell’epoca degli esseri umani. Era ora!

Piccolo-borghesi

Quando diciamo questo genere di cose a Félix, che adora Davos, lui scherza e ci tratta da piccolo-borghesi. Prima di tutto, dice, la maggior parte della gente che critichiamo si dà realmente da fare, fa cose realmente utili per il mondo. Inoltre abbiamo un’idea sbagliata del dibattito: quello che succede oggi – è sempre Félix che parla – gli occidentali lo definiscono in termini di crisi e di disastro, ma per i paesi emergenti il discorso è completamente diverso, il nostro disastro è il loro trionfo.

In altre parole, se nel tempo in cui cinque cinesi o indiani passano dalla povertà alla classe media, due europei o statunitensi fanno la strada inversa, ebbene non è un cattivo affare. L’unico problema è che questo non ci farà piacere. Noi eravamo i ricchi e loro i poveri, ma la situazione sta cambiando. E Davos è così appassionante proprio perché si assiste a questa mutazione come in laboratorio. Le star non sono più i responsabili delle grandi aziende quotate alla borsa di Parigi né i banchieri statunitensi né i capi di stato occidentali. Le star sono i cinesi, gli indiani, gli indonesiani, gli africani.

Davos, 2011. Melinda Gates con Bono. (Richard Kalvar, Magnum/Contrasto)

Questo forum, che voi vedete (continua Félix) come la roccaforte di un’oligarchia sazia e assediata, è di fatto l’evoluzione di quello che un tempo era chiamato terzomondismo. Siete voi i pavidi, i retrogradi, le vostre facce spaventate da lettori di Le Monde Diplomatique sono solo le maschere del vostro panico. Sì, i vostri paesi stanno diventato il nuovo terzo mondo. Sì, i vostri piccoli risparmi si stanno volatilizzando. E se ci sarà una nuova rivoluzione del 1789, non sarà quella del 99 per cento di occidentali medi contro l’1 per cento di occidentali ricchi, ma quella degli ex dannati della Terra contro i loro ex padroni coloniali, cioè voi.

Il discorso, bisogna riconoscerlo, ha una sua coerenza. Per cercare di convertirci, però, Félix non può presentarci dei cinesi: quest’anno a Davos sono quasi del tutto assenti, perché il forum cade proprio durante le feste del nuovo anno. Ci presenta invece un ministro indiano, una persona molto distinta ma desiderosa soprattutto di parlare dei migliori ristoranti parigini. In compenso ci troviamo a una cena sul tema “Opportunities for Africa”, invitati dal direttore generale della Total, Christophe de Margerie. Ci sono alcuni primi ministri e capi di stato, che nei loro discorsi si definiscono più africani che nigeriani, tanzaniani, guineani o keniani.

Tutti sottolineano che l’Africa, considerata non paese per paese ma come continente, ha in media il 6 per cento di crescita e che non vuole fermarsi qui. Infine non hanno paura di ricordare, con graffiante ironia, le lezioni di morale che per decenni il Fondo monetario internazionale, gli Stati Uniti e l’Europa hanno inflitto all’Africa sull’indebitamento. Sottinteso: ora tocca a voi. Per chi come noi è abituato a piangere mollemente sull’Africa, considerata come il luogo dell’eterna e irrimediabile tragedia fatta di miseria, aids e sanguinose guerre tribali, fa uno strano effetto sentire qualcuno come De Margerie annunciare che il grande continente del ventunesimo secolo sarà l’Africa. Un punto a favore di Félix, e un duro colpo alle nostre virtuose ribellioni.

Quinta compagnia petrolifera del mondo, presente in 130 paesi (molti dei quali non sono dei veri e propri modelli di democrazia), la Total ispira – è il meno che si possa dire – la più grande e giustificata diffidenza tra gli ecologisti e gli attivisti per i diritti umani. Ma di solito, dopo aver incontrato il suo amministratore delegato, anche i più accaniti detrattori restano affascinati dal personaggio.

Con i suoi baffoni, con la sua abitudine di dare subito del tu e con il suo umorismo, De Margerie spicca nel compassato mondo dei grandi capitani d’industria francesi. Hélène l’aveva già incontrato e avevano simpatizzato subito. Questo ci permette di restare in sua compagnia la sera. Ovviamente ne è felice Félix, che lo corteggia apertamente sognando di offrirgli i suoi servizi.

De Margerie si lascia corteggiare, lo guarda con scaltra bonomia, un po’ come nei western John Wayne guardava il giovane cowboy, impetuoso e spaccone, che dimostrava di avere the right stuff. È incuriosito, divertito, stupito dai risultati di questo giovane che ha troppi vestiti, troppe ambizioni, troppi amici, troppo fascino, troppo di tutto e che, arrivato alle feste più esclusive con una scorta di sette persone non invitate, è capace di farle entrare tutte.

La vittoria è totale quando Félix fa passare anche De Margerie che, non senza civetteria, sottolinea che neanche lui è invitato. Non ha niente nelle mani né in tasca. Quando ci stupiamo con ingenuità che una persona così importante non abbia neanche un cellulare (in realtà ne ha uno, un vecchio Nokia che gli serve solo per chiamare il suo autista), Félix ci fa capire gentilmente che è da questi elementi che si riconosce la gente davvero importante. Se avesse un cellulare e, ancora peggio, lo usasse per le email, non avrebbe più un momento di pace. Questa funzione è delegata a un collaboratore.

In ogni caso la sera De Margerie va in giro senza collaboratore. Va a spasso in un metro di neve senza cappotto né giubbotto, con i suoi baffi da tricheco al vento, il suo blazer e i mocassini con le nappe. Qualche volta ci segue, il più delle volte siamo noi a seguirlo, e così grazie a lui ci ritroviamo in una serata russa.

I rapporti tra la Russia e Davos sono antichi. Il forum è diventato importante con la caduta del muro di Berlino, e le star degli anni novanta sono state le artefici più o meno scrupolose della transizione verso l’economia di mercato nell’Europa dell’est. La festa russa sta finendo. È una classica festa russa: vodka ghiacciata, belle ragazze, atmosfera da nuovi ricchi.

Il momento più interessante arriva quando, seguendo De Margerie, riusciamo a entrare in una saletta appartata dello chalet svizzero dove tre tipi stanno mangiando aringhe. Sono il direttore d’orchestra Valerij Gergiev, il direttore delle casse di risparmio russe Herman Gref e l’ex ministro delle finanze Aleksej Kudrin. Gergiev è uno dei più grandi se non il più grande direttore d’orchestra vivente. Conosciamo bene il suo lato geniale e fuori dal comune. Ci dicono che viene a Davos, come prima di lui Rostropovič, “per vedere gli amici”. All’alba partirà per dirigere un concerto a Milano, ma sarà di ritorno la sera dopo, perché Davos gli piace.

Gli altri due, per riflesso condizionato, li classificheremmo volentieri nella categoria degli oligarchi. Ma dopo esserci informati veniamo a sapere che sono componenti storici della banda dei pietroburghesi che accompagna Putin dal suo arrivo al potere. Rilanciata dall’arrivo di De Margerie, che ovviamente conosce i tre tizi, la conversazione è disinvolta ma presto prende un tono allusivo e segreto che non riusciamo a seguire. Tutto quello che capiamo è che si parla di gas, che la situazione si risolverà e che gli interessi in gioco sono importanti. E all’improvviso ci diciamo che è questa la vera Davos dei signori del mondo: non i grandi e nobili discorsi del centro congressi né le rapide interviste ufficiali né le feste esclusive di Google o del New York Times, ma questi incontri informali nelle sale appartate dove ci si mette d’accordo con mezze parole.

Di certo devono essere stati simili alcuni negoziati leggendari del forum. Per esempio quando George Soros riuscì a convincere Boris Berezovskij e gli altri oligarchi dell’assoluta necessità di far rieleggere Boris Eltsin, se non volevano che i comunisti tornassero al potere e si riprendessero il dolce che non avevano ancora finito di spartirsi.

All’improvviso, durante uno scoppio di risate annegate nella vodka, un’altra scena si fa strada nella nostra mente. Questo angolo della tavola pieno di cose da mangiare e di bottiglie, con questi tipi in maniche di camicia dalle facce beffarde (così lontane dai volti levigati offerti dagli statunitensi), somiglia all’immortale sequenza della cucina di In famiglia si spara (1963).

Le mele marce

Cambio di scena. Un piccolo albergo a due stelle alla periferia della stazione sciistica. Nel parcheggio non ci sono Mercedes né Audi dai vetri fumé. Non ci sono autisti ad aspettare. Scarabocchiato con il gesso su una lavagna nera, come il menù del giorno in un ristorante a prezzo fisso, si legge: “Public eye awards”. Una freccia indica la sala non molto lussuosa dove si svolge la manifestazione davanti a una trentina di appassionati, tra cui una ragazza con un cappello peruviano che porta un neonato in uno scialle. Ma quando entriamo siamo stupiti di vedere il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. Sta spiegando che i Public eye awards sono conferiti da Greenpeace e da altre ong alle imprese più nocive, inquinanti e insensibili all’interesse pubblico.

Queste imprese, dice Stiglitz, sono le mele marce di un albero malato, il capitalismo degli ultimi trent’anni reso folle dalla deregolamentazione. Sui cinque nominati nella lista finale, il premio della giuria va alla banca Barclays, per le sue speculazioni sui prodotti alimentari che solo nel secondo semestre del 2010 hanno fatto salire artificialmente i prezzi e allo stesso tempo hanno fatto sprofondare 44 milioni di persone sotto la soglia di povertà. Non sappiamo come abbia reagito la Barclays o semplicemente se abbia reagito. Abbiamo pensato di contattare uno dei suoi dirigenti per chiedergli perché nessuno di loro si fosse presentato per ritirare questo prestigioso riconoscimento. Ma non siamo Michael Moore e così non avremo questa scenetta croccante.

L’aspetto divertente di questa vicenda è che la manifestazione ai margini di Davos è presieduta da un economista che è una presenza regolare e molto rispettata al forum, dove interviene anche quest’anno. Quando ne parliamo con i partecipanti del forum, una volta messi al corrente di questa iniziativa – che i più tra di loro non conoscono – dicono che si tratta di un’ottima idea, perché se ci sono degli abusi bisogna correggerli, nessuno è perfetto, né le imprese né il capitalismo.

Davos, 2011. L’ex presidente della Basf, Jürgen Hambrecht, a sinistra, con Christophe de Margerie, amministratore delegato della Total. (Richard Kalvar, Magnum/Contrasto)

E come si possono correggere questi abusi? Secondo Stiglitz, ci vogliono da un lato nuove regole e dall’altro maggiore responsabilità da parte delle imprese, in altre parole l’autoregolamentazione. Ma sul primo punto tutti sono scettici: è risaputo che le regole imposte dall’esterno non funzionano mai, i governi non sanno quello che va bene per l’economia, la ostacolano, la sovraccaricano di vincoli e di tasse. L’autoregolamentazione, invece, è un’ottima idea. Tutti sembrano favorevoli, perché non costa niente e ha il grande vantaggio di concretizzarsi in virtuose dichiarazioni di principio.

Uno dei punti di forza di Davos, lo scriviamo senza ironia, è la possibilità di ascoltare i propri avversari, di concedergli uno spazio e di riflettere con loro. Il problema è che si finisce per pensare di non avere avversari o che gli avversari sono solo dei partner che si ignorano, che non hanno ancora ricevuto la sacra unzione della realtà e della sua corretta percezione. Ma a questo si può trovare un rimedio, del resto non si chiede altro.

In questo il sistema è realmente meritocratico: se lo si accetta e si ha un po’ di talento, si è i benvenuti. Anche un oppositore come Stiglitz è un uomo del sistema, ai suoi più alti livelli, e la sua posizione è interessante per la capacità di tenere insieme i due fronti contrapposti. Ma basta scendere cento metri più in basso dell’albergo, dove si trovano gli igloo e le yurte del movimento Occupy Davos, per vedere a cosa somiglia l’opposizione di base e com’è trattata.

Quello che troviamo non ha niente di sorprendente. Si tratta di una ventina di ragazzi, per lo più socialisti svizzeri, che affrontano coraggiosamente il gelo distribuendo volantini che non hanno niente di rivoluzionario. In poche parole dicono più o meno le stesse cose di Stiglitz e dei leader politici francesi, che ci credano o meno: abbasso la finanza, le nostre vite valgono più dei profitti e così via.

In passato questi giovani non avevano accesso alla stazione sciistica ed erano bloccati a fondovalle dalla polizia, con cui ci sono stati a volte anche degli scontri violenti. Quest’anno il comune di Davos gli ha concesso questo parcheggio, e il sindaco, un tipico esempio di tolleranza elvetica, ha voluto posare davanti alla stampa il primo pezzo di ghiaccio di uno degli igloo. E visto che rimproverano al forum dei signori del mondo il suo carattere chiuso, segreto e quindi antidemocratico, il grande guru Schwab, l’uomo che medita tutte le mattine, ha proposto di organizzare una tavola rotonda con i loro rappresentanti.

L’offerta li ha presi in contropiede e i negoziati sono uno dei feuilleton minori dell’edizione 2012, decisamente meno seguito della visita di Mick Jagger, sul quale sono corse voci che sarebbe venuto, ripartito, rimasto un giorno, poi due. La causa di tutti questi indugi sarebbe stata il timore, facendosi vedere a Davos, di dare l’impressione al suo fedele pubblico di essere passato armi e bagagli, lui Mick Jagger, dalla parte dei ricchi, dei vecchi e dei grandi di questo mondo.

I giovani di Occupy Davos non hanno gli stessi problemi d’immagine, ma anche loro cercano di curarla e, dopo lunghi pow-wow nelle loro yurte, fanno sapere che non sfileranno come animali da circo in un santuario interamente destinato a escluderli. Se Schwab vuole davvero parlare con loro, può incontrarli in campo neutro: non un igloo, si riconosce che forse non è il luogo più adatto alla sua età, ma in un caffè. Schwab risponde che non bisogna esagerare e che l’incontro al caffè va bene ma non durante il forum, ha altre cose da fare.

Questa sera è l’ultima a Davos per Félix, che parte con rammarico prima della fine per andare a trovare uno dei suoi più cari clienti: il presidente georgiano Mikhail Saakashvili. Deve intervistarlo il giorno dopo davanti a una platea di uomini d’affari sulle rive del lago Tahoe, in California. Alle sei del mattino deve prendere un aereo che lo porterà da Zurigo a San Francisco.

Questo significa partire prima dell’alba e, ovviamente, non andare a dormire. Non andremo a dormire neanche noi, compreso De Margerie, che passerà la notte con noi da un bar d’hotel all’altro a parlare di massimi sistemi e a chiacchierare. Chiacchierare è la parola giusta ed è probabilmente una delle ragioni della popolarità del capo della Total nei paesi arabi e in Africa.

Qui si fanno le cose con calma, non si guarda l’orologio, non si va diritti allo scopo. Si parla per il piacere di parlare, per capire chi si ha di fronte e senza che questo sia necessariamente utile (cosa rara in questo ambiente). Molti grandi comunicatori su questa Terra ci assicurano, guardandoci dritto negli occhi, che il loro grande segreto nella vita è amare la gente, e già il loro sguardo va oltre le nostre spalle alla ricerca di qualcuno di più importante a cui trasmettere la stessa confidenza. Non siamo qui per fare pubblicità a De Margerie, ma ci limitiamo a raccontare i fatti.

Nel nostro gruppo c’è l’amico d’infanzia di Félix, Samuel, che attraversa un momento difficile. Si guadagna da vivere traducendo gialli e secondo noi dovrebbe scriverne uno. Samuel è un tipo che dietro i modi burberi nasconde un carattere meraviglioso, ma difficilmente si potrà contare su di lui per farlo sapere al mondo. Secondo i criteri di Davos un tipo del genere non vale niente, vale ancora meno dei giovani idealisti degli igloo, perché almeno loro contestano il sistema, e i contestatori si trasformano nei migliori convertiti, mentre Samuel no: lui è solo qualcuno che se ne frega e vuole restare nel suo angolo a rileggere Nicolas Bouvier. Ma De Margerie passa la maggior parte di questa lunga notte discutendo con Samuel e ordinando bicchieri di whisky a intervalli regolari (ma a saggia distanza l’uno dall’altro, difficile vederlo ubriaco).

A volte s’interrompe per discutere con il responsabile della Saudi Aramco, la società petrolifera saudita. “Nove milioni di barili al giorno! Sono un nano rispetto a lui!”, dice scherzando De Margerie. Dopo torna alla sua conversazione sulla vita, sull’amore, sulla morte con questo ragazzo asociale che rappresenta solo se stesso ed è decisamente prevenuto nei confronti delle grandi imprese e dei loro dirigenti, ma che al mattino è arrivato a considerarlo più o meno come un secondo padre.

Oltre alla sua capacità di prestare attenzione agli altri, per quanto lontani possano essere dai suoi interessi, quello che lascia interdetti di fronte a De Margerie è la sua resistenza. È in piedi dalle otto del mattino per riunioni fiume con uomini del suo stampo, l’occhio vispo, la battuta pronta, duro negli affari e cordiale nei modi. Ma quando ci lasciamo verso le quattro del mattino, contenti di ritrovare il nostro letto, lui ci dice che è ancora troppo presto. Una volta tornato nella sua camera d’albergo avrà ancora bisogno di un’ora, un’ora e mezzo da solo a guardare la tv o il cielo dalla finestra, a studiare gli incartamenti, a sognare a occhi aperti o a non fare niente. Chissà se il motore di questa attività, di questa disponibilità, di questa curiosità quasi sbalorditiva non sia in fondo una grande malinconia. Anche grazie alla disinibizione notturna glielo chiediamo, ma lui non risponde né sì né no. In quest’uomo così aperto questa porta rimane chiusa.

In un momento di questa serata di addio qualcuno ha fatto notare l’uso smodato che si fa a Davos della parola beyond, oltre. L’impresa del tipo che si occupa dei cocktail si chiama Beyond Liquids. Quella di Félix ha come slogan beyond influence. Abbiamo anche il biglietto da visita di qualcuno di cui non abbiamo capito molto bene l’attività, ma che in ogni modo la svolge all’insegna “davosiana” di Beyond Global: sì, al di là del globale. A questo proposito, De Margerie racconta una storia della sua grande rivale, la Bp. Un giorno il colosso britannico ha deciso che Bp non doveva significare solo British Petroleum, ma Beyond Petroleum. Una compagnia petrolifera che si considera “al di là del petrolio”.

La cosa fa ridere De Margerie, convinto che il suo mestiere sia proprio quello di trovare, di estrarre e di vendere del petrolio, che il petrolio è una cosa nera, sporca, cara, nociva ma anche molto utile e che non si guadagnerà niente cercando di far credere che sia acqua di fiori d’arancio. In fin dei conti questo è il peccato veniale di Davos, indipendentemente dall’attività presa in considerazione.

Per quanto ci riguarda, anche se non conosciamo ancora l’indice del numero di XXI in cui questo articolo troverà posto, siamo convinti che si parlerà di persone che in Grecia, in Spagna o in Portogallo non sono affatto beyond la disoccupazione, beyond le cambiali da pagare, beyond i guai inestricabili della vita. Probabilmente è caratteristico delle classi dirigenti di tutti i tempi non avere nessuna idea o avere solo delle idee astratte, statistiche, di come vive davvero la gente comune. E senza dubbio su questo punto ognuno di noi, ciascuno al suo livello nella società, farebbe bene a farsi un esame di coscienza. Ma a Davos sono davvero troppo beyond.

Un pellegrinaggio letterario

L’ultimo giorno ci fa una strana impressione ritrovarci da soli nello chalet silenzioso circondato dalla neve. È come se fosse passato un tornado: il tornado Félix con il suo rombo permanente di socialità, ma anche con il suo vero senso dell’amicizia, con i suoi momenti di dubbio e di gravità, con la sua arte di far danzare la vita e di renderla romanzesca. Senza di lui ci sentiamo un po’ orfani e, visto che non abbiamo dodici appuntamenti ma uno solo nel tardo pomeriggio, decidiamo di impiegare questa giornata di quasi vacanza per un pellegrinaggio letterario. Andiamo a prendere un tè nell’albergo Schatzalp, scenografia quasi unica della Montagna incantata di Thomas Mann.

Man mano che la funivia sale verso le cime, scompare il tumulto del forum, che si è già ridotto visto che è l’ultimo giorno. Quando arriviamo in alto, la nostra sorpresa è grande: sapevamo che già dagli anni cinquanta il sanatorio dove si svolge il romanzo era diventato un albergo di lusso e l’immaginavamo lussuosamente agghindato, ma invece è esattamente come lo sognavamo: confortevole, più che confortevole, ma austero, silenzioso, senza musica di sottofondo, senza persone che strillano al cellulare. Il personale, gentilissimo e accogliente, sembra scivolare in modo quasi irreale sul parquet. Fuori si sente solo il vento e il ronzio lontano e tranquillizzante dei gatti delle nevi. Si ha quasi l’impressione di sentir cadere i fiocchi di neve.

Ci vedremmo bene, come il giovane Hans Castorp, il protagonista del romanzo di Mann, lasciare per qualche giorno la vita attiva per andare a trovare un cugino tubercolotico, e di settimana in settimana rimandare il momento della partenza, lasciandoci insidiosamente vincere dall’incantesimo di questa vita al rallentatore, ovattata, languida, che la malattia consente quando se ne hanno i mezzi, e di restare per un anno, due, senza più trovare una buona ragione per scendere.

Se fossimo davvero ricchi – sogno che non ci ha mai sfiorato tra i superricchi del forum – ci metteremmo volentieri a pensione in questa oasi di calma e di lusso perché, se vogliamo un po’ filosofeggiare, è questo il vero lusso, non quello che comprano con le stock option le persone che arrivano in elicottero, tra un deal e l’altro, e che grazie a dio sembrano ignorare questo posto meraviglioso.

Il maestro Yoda

È con questo stato d’animo più tranquillo che riscendiamo per il nostro appuntamento con Mohamed Yunus, inventore del microcredito, premio Nobel per la pace e uno dei guru di Davos. È un uomo piccolo, affabile, che somiglia al maestro Yoda di Guerre stellari.

L’intervista non fa eccezione alle regole – durata precisa dei minuti, assistenti tanto implacabili quanto sorridenti – ma forse grazie allo spirito della Montagna incantata abbiamo l’impressione che con lui succeda qualcosa, che ci dica qualcosa di diverso. Ma cosa dice Yunus? In sostanza che ci sono tutte le condizioni per una grave catastrofe globale, irrimediabile, ma che secondo lui riusciremo a salvarci perché non avendo più scelta diventeremo migliori, lasciando da parte il nostro egoismo, affrancandoci dalla tirannia del nostro ego e di quello che comporta: paura, cupidigia, competizione.

Dice che grazie all’aiuto di internet troveremo entusiasmante e divertente – forse non noi ma i nostri figli – inventare gli strumenti di questa liberazione. Che entro una o due generazioni il nostro mondo frenetico e disperato, con la sua ossessione per il denaro, sarà diventato del tutto incomprensibile per i nostri discendenti: vivevano davvero così? Ed è un piccolo segno, conclude Yunus ridendo, che i grandi leader presenti a Davos, non sapendo più a che santo votarsi, abbiano deciso di ascoltare un tipo come lui, che dice l’esatto contrario del loro modo di pensare e che a priori hanno tutte le ragioni per considerare come un garbato esaltato.

Nell’ascoltarlo affascinati pensiamo a un maestro di yoga di nostra conoscenza, che ha l’abitudine di concludere i suoi seminari con una piccola preghiera, chiedendo che la Terra sia governata da uomini giusti, che le piogge cadano quando le coltivazioni ne hanno bisogno e che non sia inflitta nessuna sofferenza inutile.

Queste invocazioni ci fanno discretamente sorridere e le consideriamo come il prezzo da pagare per un insegnamento di alto livello. Ma il maestro di yoga non parla a vanvera, può vantare risultati eccezionali e tangibili, e altrettanto si può dire di Yunus, che è l’esatto contrario di un mite sognatore: un uomo d’azione che ha inventato una cosa che funziona, il microcredito, che in seguito è stato fuorviato e commercializzato – e da cui è stato allontanato o costretto ad allontanarsi al punto da non volerne più parlare – ma capace di inventare continuamente altre cose. E quello che sta facendo ora è forse di nuovo l’avanguardia di qualcosa.

Possiamo sorridere, alzare le spalle, ma bisogna chiedersi se in passato non avremmo sorriso o alzato le spalle allo stesso modo ascoltando Gandhi. E se quando niente funziona nel mondo così come lo vedono e lo gestiscono gli autoproclamati realisti, forse vale la pena di guardare agli utopisti che hanno i piedi per terra.

Ci avviamo verso il nostro chalet camminando lentamente lungo la strada principale della stazione sciistica, che ora è quasi deserta. È calata la notte, la neve scricchiola sotto i nostri piedi. Siamo silenziosi, pensando entrambi che quello che abbiamo ascoltato è forse la verità, la nobile verità scimmiottata dalle immense stupidaggini mistico-capitalistiche.

All’improvviso dalla vetrina di un passaggio coperto qualcuno ci chiama. È un tipo simpatico incrociato il giorno prima. “Ci facciamo l’ultimo cocktail prima del viaggio, poi si chiude. Volete venire?”. Entriamo. Il cocktail è offerto da un’azienda impegnata in attività filantropiche, il rinfresco è ottimo e il nostro nuovo amico ci spiega che dopo aver assistito nelle sue attività caritatevoli l’oligarca russo Boris Pinchuk, ora lavora proprio per Yunus. “Pensare sempre a fare cose positive”, ci spiega, “rende la vita positiva. Sono davvero molto fortunato a fare questo lavoro”.

Non c’è niente di divertente in quello che dice, ma c’è un momento comico quando arriva una bella ragazza, anche lei impegnata a lavorare per Yunus, e come due vecchi amici, due veterani del charity business nonostante la loro giovane età, evocano una disavventura che gli è capitata qualche tempo fa: all’aeroporto di Zurigo hanno perso alcune opere di Damien Hirst appena comprate. Le opere di Hirst costano decine di milioni di euro e sarebbe divertente – per rendere la storia più bella – immaginare che si siano rassegnati a questa perdita così serenamente.

Ma ovviamente la storia è diversa: ci sono degli accessibili prodotti derivati “Damien Hirst” che, come in passato le litografie di Salvador Dalí, inondano un mercato di appassionati contenti di possedere una cosa firmata con un nome celebre, anche se la firma probabilmente è stata fatta da un assistente specializzato. Niente di strano quindi.

Hirst, tuttavia, è la trasposizione in campo artistico di un sogno finanziario, l’effetto leva spinto ai suoi eccessi: investimento minimo – in talento e onestà, e diciamo questo senza voler offendere nessuno – e rendimento massimo. Il jackpot assoluto. È logico che sia l’artista preferito di questi ragazzi così simpatici, così positivi, così sinceramente convinti che quello che è bene per l’umanità sofferente lo sia anche per il loro conto in banca. Come diceva Sigmund Freud parlando di una delle sue pazienti: “La sua nevrosi si organizza così bene che è un vero piacere”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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