(Bogdan Dreava, EyeEm/Getty Images)

Perché bisogna garantire a tutti l’accesso alle riviste scientifiche

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07 ottobre 2019 10:27

Alla fine degli anni ottanta al Cern di Ginevra l’informatico britannico Tim Berners-Lee creò un sistema per rendere automatica la condivisione di informazioni scientifiche tra i ricercatori del laboratorio: il world wide web. Alla base di questa invenzione c’era la volontà di facilitare lo scambio e la cooperazione tra scienziati. Trent’anni dopo il progetto di Berners-Lee, il web è diventato accessibile a tutti, ma il proposito di rendere la scienza aperta e accessibile a tutti non è ancora stato realizzato.

Secondo tante persone che lavorano negli enti di ricerca, nelle università e nelle biblioteche di tutto il mondo per farlo è necessario ripensare l’attuale modello di pubblicazione scientifica. Un modello che ha una storia plurisecolare, fondamentale per il progresso della scienza e della società, e capace di attirare l’attenzione su temi nuovi, di ispirare decisioni politiche e spostare flussi di finanziamenti. Al centro ci sono le riviste scientifiche. Chi vuole diventare professore deve pubblicare lì, aspettando anche mesi prima che un suo articolo sia accettato, perché il suo lavoro deve essere prima analizzato da altri scienziati.

Così com’è – chiuso e spesso con costi proibitivi per abbonarsi a certe pubblicazioni – questo sistema ostacola una vera circolazione del sapere scientifico. Per questo sempre più persone chiedono di adottare un approccio open access, che permetta a tutti di accedere gratuitamente agli articoli, alle riviste e ai risultati delle ricerche. Non è un obiettivo facile da raggiungere e infatti negli anni non sono mancati scontri anche piuttosto duri.

Scontri
Alla fine dello scorso febbraio, l’università della California – i cui ricercatori sono gli autori di circa il 10 per cento degli articoli scientifici scritti negli Stati Uniti – ha deciso di non rinnovare il contratto da undici milioni di dollari all’anno con Elsevier, il più grande editore scientifico al mondo. L’università aveva provato a negoziare un accordo del tipo read-and-publish, avrebbe cioè pagato un’unica soluzione forfettaria per accedere alle riviste del gruppo olandese e per pubblicarvi i lavori dei suoi ricercatori in modalità open access. Ma Elsevier avrebbe chiesto un aumento dell’80 per cento. Una condizione inaccettabile per l’università.

Prima dell’università della California anche alcuni atenei e consorzi bibliotecari in Germania, Svezia e Ungheria avevano interrotto i loro contratti con Elsevier. Gli istituti di ricerca norvegesi, invece, dopo una lunga battaglia sostenuta anche dal governo, sono riusciti a firmare nell’aprile scorso un accordo che permette ai ricercatori di pubblicare gli articoli in open access e di avere accesso a tutti i contenuti dell’editore tramite gli archivi online.

Jon Tennant, paleontologo al Center for research and interdisciplinarity di Parigi, è uno dei principali promotori dell’open access. Tennant spiega che mettere tutti nelle stesse condizioni di fare scienza aumenta gli stimoli per i ricercatori, migliora la qualità dei risultati e velocizza la loro diffusione: “C’è anche un aspetto morale alla base della nostra richiesta: bisogna fare in modo che tutti i ricercatori abbiano gli stessi strumenti, così da superare il divario tra nord e sud del mondo in questo campo. È un principio contenuto anche nell’articolo 27 della Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite”.

Il dominio dei grandi editori
Per capire meglio lo scontro in atto bisogna fare qualche passo indietro e considerare che a più di trecento anni dalla nascita della prima rivista scientifica, il Journal des sçavans, il metodo di pubblicazione è ancora lo stesso. Una volta completato lo studio e ottenuti i risultati, il ricercatore sceglie la rivista a cui proporre il proprio lavoro. Se l’editore giudica interessante l’articolo, lo invia ad altri colleghi ricercatori che lo valutano e lo correggono – la cosiddetta peer review – prima di pubblicarlo. Una procedura che si fonda sulla volontaria e gratuita disponibilità degli stessi ricercatori, ma che per Tennant “permette ai grandi editori di ottenere guadagni alti”.

L’attuale mercato editoriale scientifico è dominato da sei editori. Elsevier, Springer-Nature, Wiley, Taylor & Francis, American Chemical Society e Sage pubblicano più del 50 per cento degli articoli scientifici. I profitti di Elsevier nel 2018 hanno raggiunto il miliardo di euro, mentre quelli di Springer nel 2017 ammontavano a 374 milioni.

Tutto questo è possibile grazie al fatto che la consultazione delle loro riviste è permessa principalmente solo a chi ha un abbonamento. Per garantirlo ai loro ricercatori e studenti, tra il 2017 e il 2018 in Europa le università hanno pagato 726 milioni di euro all’anno, il 65 per cento dei quali è andato ai cinque grandi editori.

“L’accesso alle ultime scoperte diventa insostenibile per i singoli studenti e per i professionisti che non hanno la possibilità di usare gli abbonamenti pagati dagli istituti”, spiega Elena Giglia, responsabile dell’unità di progetto Open access dell’Università di Torino.

Nel passaggio dal cartaceo al digitale i prezzi non sono scesi, nonostante molti dei costi legati al vecchio metodo di produzione siano scomparsi. Costi legati alla stampa e alla distribuzione sono ormai minimi, ma ancora oggi per leggere il pdf di un articolo scientifico bisogna spendere mediamente trenta euro.

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Gli editori, inoltre, hanno cominciato a negoziare con università e biblioteche abbonamenti per pacchetti di giornali scientifici invece che per singoli periodici, guadagnando un forte vantaggio contrattuale.

“Il paradosso è che le università pagano la stessa ricerca tre volte: con lo stipendio ai ricercatori, con i finanziamenti alla ricerca e con gli abbonamenti alle riviste su cui vengono pubblicati i risultati dei loro ricercatori”, continua Giglia. “Inoltre, non tutti sono consapevoli che quando un lavoro viene accettato da una rivista il copyright viene ceduto agli editori. Se un ricercatore volesse condividere un suo lavoro con altri colleghi, dovrebbe pagare i diritti per riutilizzarlo”.

Le alternative aperte
Oggi nel mercato editoriale esistono però delle alternative ai modelli chiusi. Ci sono diverse riviste che permettono di pubblicare articoli in modalità open access. Le due alternative più conosciute sono il green e il gold open access. La prima dà la possibilità di depositare la bozza finale di un articolo – rivista dagli altri studiosi – negli archivi aperti degli istituti di ricerca e delle università. In questo modo chi non è abbonato potrà leggere un articolo molto simile a quello che poi sarà pubblicato. Tuttavia, spesso le riviste chiedono di aspettare alcuni mesi prima di rendere disponibile la bozza negli archivi aperti.

Il gold open access prevede invece una pubblicazione immediatamente accessibile a chiunque, ma che ha un costo. Gli autori devono infatti pagare gli editori se vogliono pubblicare così i loro articoli, e le tariffe possono essere anche alte. La rivista medica The Lancet, per esempio, chiede cinquemila dollari, mentre Nature communications 4.290 euro. Tutto questo fa nascere un cortocircuito: le università pagano degli abbonamenti per leggere delle riviste, ma devono pagare degli altri soldi se vogliono permettere ai loro ricercatori di pubblicarvi dei lavori in gold open access. È il cosiddetto double dipping, fenomeno che ha fatto crescere anche il numero delle riviste cosiddette ibride, passato da circa duemila nel 2009 a quasi 10mila nel 2016. Nel 73 per cento dei casi queste riviste fanno parte dei cinque principali editori. “Questi grandi gruppi hanno tutto l’interesse a guadagnare sia dagli abbonamenti sia dalle tariffe degli articoli open access”, dice Elena Giglia.

Non tutte le riviste open access fanno pagare per pubblicare. Secondo il database Doaj, solo il 26 per cento di questi giornali, escluse le riviste ibride, chiede il pagamento di una commissione. Negli altri casi i costi sono coperti, come nel caso delle riviste universitarie, da fondi messi a disposizione dalle istituzioni.

I sostenitori dell’open access hanno più volte sottolineato la poca chiarezza sui prezzi richiesti per la pubblicazione di un articolo. Jon Tennant spiega che variano da editore a editore: “Riviste come il Journal of Machine Learning Research dichiarano che i loro costi di produzione per un articolo sono di dieci dollari, mentre le stime di Nature arrivano a 20-30mila dollari. Ma i calcoli fatti da diversi ricercatori dimostrano che le spese non superano in media i 400 euro”.

Per Tennant alcuni editori stabiliscono in modo ambiguo le cifre, e lo fanno sopratutto in base al prestigio della rivista: “Se editori come eLife e Ubiquity Press sono completamente trasparenti, dettagliando spese dirette e indirette, possono esserlo anche Elsevier e Springer”.

L’invenzione di un indice
Nonostante a volte le cifre possano essere proibitive, smettere di pubblicare su riviste come The Lancet o Cell non è semplice. Il motivo è strettamente legato al modo in cui la ricerca è valutata. Negli anni cinquanta, a causa del crescente numero di pubblicazioni, Eugene Garfield, uno dei padri della bibliometria, elaborò un indice che aiutava le biblioteche a scegliere a quali abbonarsi: l’impact factor. Questo indice assegna un punteggio a ogni rivista in base al numero di volte che i suoi articoli sono citati in altri lavori scientifici.

Lo stesso Garfield aveva fatto notare che l’impact factor non riflette il valore di una rivista, eppure con il tempo il numero di citazioni è diventato un indicatore importante per misurare la qualità di un articolo e di un giornale. Il che spinge i ricercatori a cercare di pubblicare sulle riviste con l’impact factor più alto, di solito quelle dei grandi editori, così da avere più citazioni e più possibilità di carriera. In Italia l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) ha adottato questo criterio. “Le valutazioni delle università e dei singoli ricercatori si basano sulle citazioni e il prestigio delle riviste su cui pubblicano”, spiega Stefano Bianco, fisico dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn).

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Il motto “publish or perish” (pubblica o muori) descrive perfettamente la pressione che si vive a livello accademico: pratiche come l’autocitazione o la pubblicazione dei risultati di uno studio in più di un articolo sono molto comuni. “Si è creata una ipercompetizione tra i ricercatori”, spiega Giglia, “soprattutto tra i più giovani. L’obiettivo è pubblicare tanto non per fare avanzare la ricerca, ma per inseguire i criteri dell’Anvur”.

Secondo Paola Masuzzo, bioinformatica e componente del comitato direttivo della piattaforma Open science mooc, ci vuole un cambio di prospettiva: “Un modo per valutare una ricerca è necessario, ma bisogna superare la retorica dell’eccellenza e giudicarla in base ai risultati ottenuti e alla rigorosità del lavoro fatto. Se un ricercatore aspetta mesi per pubblicare su Nature, il lavoro rimane ignoto e la scienza perde una possibilità per progredire”.

Nel 2010 il medico e ricercatore Alessandro Liberati ha raccontato le difficoltà che si possono incontrare quando i risultati di una ricerca non sono noti. Affetto da mieloma multiplo sapeva di quattro studi che lo avrebbero potuto aiutare a decidere se sottoporsi a un nuovo trapianto di midollo. I risultati però non erano stati ancora pubblicati. In un’intervista fatta un anno prima di morire dichiarava: “Credo che i risultati della ricerca debbano essere visti come un bene pubblico che appartiene alla comunità, in particolare ai pazienti”.

Alternative
Per aggirare gli ostacoli c’è anche chi ha scelto di sabotare l’attuale sistema. Nel 2011 in Kazakistan la studente Alexandra Elbakyan ha creato Sci-hub, un sito pirata su cui è possibile trovare riviste e articoli scaricati dai portali di università e istituti di ricerca. Ogni giorno migliaia di persone in tutto il mondo si collegano a Sci-hub, e lo fanno anche dall’Italia, dove in teoria studenti e ricercatori hanno più possibilità per accedere a questo tipo di risorse.

I siti pirata non sono però l’unica alternativa. C’è chi punta sui preprint, cioè le bozze di articoli non ancora inviati alle riviste e quindi senza i commenti dei revisori. “Diffonderne uno”, spiega Paola Masuzzo, “significa metterlo a disposizione dell’intera comunità scientifica e ricevere risposte immediate con le quali migliorare il lavoro che sarà poi pubblicato”.

I fisici lo fanno da sempre, anche per questo sono considerati i precursori dell’open access: “Negli archivi dell’Infn si trovano preprint cartacei degli anni cinquanta. Quando ero un laureando mi capitava di passare giornate intere in biblioteca a leggere quelli appena arrivati da tutto il mondo”, ricorda Stefano Bianco. Internet ha accelerato questo scambio, permettendo già nel 1991 lo sviluppo di arXiv, un archivio digitale di preprint. Negli ultimi anni sono nati nuovi archivi dedicati ad altre discipline: BiorXiv, EarthrXive PsyarXiv.

Le riviste predatorie
L’idea alla base dell’open access ha dovuto fin da subito misurarsi con le insidie dell’editoria scientifica. Il sistema pay-to-publish (pagare per pubblicare) utilizzato da molti editori che fanno open access è diventato uno strumento per fare soldi, sfruttato da imprenditori che molto spesso non hanno nulla a che fare con il settore scientifico. Semplici gestori di siti internet si improvvisano editori scientifici e convincono i ricercatori a pubblicare le loro ricerche su riviste create appositamente, le cosiddette riviste predatorie.

Un’inchiesta pubblicata lo scorso anno da Süddeutsche Zeitung Magazin – in italiano sul numero 1274 di Internazionale – ha dimostrato come questi editori siano riusciti a raggirare moltissimi ricercatori, anche rinomati, che più volte hanno pubblicato su riviste dove c’erano articoli di nessuna rilevanza scientifica.

I vantaggi maggiori che queste riviste offrono sono due: costi di pubblicazione più bassi rispetto alla media e tempi di pubblicazione veloci, possibili grazie all’assenza di una revisione formale. La pressione a pubblicare spinge molti a scegliere queste riviste. La maggior parte è formata da giovani ricercatori provenienti da paesi in via di sviluppo.

Le sfide del futuro
Dopo 15 anni la comunità che si batte per l’open access pensa che i tempi siano maturi per imporre azioni concrete agli editori. “Dobbiamo capire che consentire l’accesso non significa fornire un servizio. Il servizio semmai è il controllo della qualità dei contenuti, la loro organizzazione e la loro promozione. Possiamo pagare per questo, ma l’accesso deve essere libero”, dice Colleen Campbell, responsabile dell’Open access 2020 initiative alla Max Planck digital library.

Per raggiungere questo obiettivo, alcuni enti che finanziano la ricerca hanno redatto il PlanS, un documento sostenuto anche dalla Commissione europea, che dal 2021 punta a rendere pubblici tutti i risultati di ricerche finanziate da fondi pubblici. Il documento sta creando un grande dibattito all’interno della comunità accademica e prevede tre strade principali per pubblicare secondo le regole dell’open access: scegliere riviste completamente aperte, scegliere qualsiasi rivista che consenta di depositare una bozza del lavoro in archivi aperti (green open access), pubblicare su riviste ibride purché siano in fase di transizione verso l’open access. Nonostante ci siano punti su cui ancora si discute – come le tariffe massime per la pubblicazione in modalità aperta – i princìpi contenuti nel PlanS permettono agli autori di mantenere i diritti sui loro lavori e hanno come obiettivo anche quello di trovare nuovi criteri per valutare una ricerca.

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Nel frattempo, molti paesi hanno già adottato strategie per trasformare il modello economico delle pubblicazioni scientifiche. Paesi Bassi, Germania, Svezia e Norvegia sono riusciti a siglare contratti che eliminano gli abbonamenti e pagano gli editori in base agli articoli pubblicati sulle riviste. La Germania lo ha fatto con l’editore Wiley. Calcolando il numero degli articoli pubblicati in un anno dai ricercatori tedeschi sulle sue riviste, la Germania paga un anticipo per il costo della loro pubblicazione in modalità open access, e in cambio chiede che anche tutti gli altri contenuti siano consultabili gratuitamente. Alla fine dell’anno, se gli articoli pubblicati sono più di quelli previsti al momento dell’anticipo sarà pagata a Wiley la cifra mancante, in caso contrario sarà l’editore a rimborsare lo stato. Un cambiamento profondo, ma considerato dai promotori dell’open access solo un punto di passaggio e non di arrivo.

“Non sappiamo quale sarà il modello in futuro, probabilmente ce ne saranno diversi a seconda della disciplina o delle richieste di chi finanzia la ricerca”, aggiunge Colleen Campbell. “Molti editori come Wiley stanno capendo che il mondo va verso l’open access. Anche altri lo hanno capito, ma finché gli enti pagheranno, quegli editori continueranno a prendere tutto ciò che possono”.

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