Questo articolo è stato pubblicato il 30 luglio 2010 sul numero 857-858-859 di Internazionale.

La voce della donna era allarmata e febbrile: “Dov’è Pasquale?”. Mario Alamaro fece un passo indietro. La donna era anziana, avrà avuto quasi ottant’anni, con il corpo rattrappito, tutta vestita di nero. Se ne vedono tante di figure così che ondeggiano come ali di corvo nei vicoli di Napoli. Mario guardò il suo viso segnato, i capelli arruffati. E i suoi occhi. Stravolti, sbarrati, iniettati di sangue. Quanto dolore.

Ma quegli occhi brillavano per la determinazione. Impaziente, quasi minacciosa, la donna fece un passo avanti: “Dov’è?”.
“Chi?”.
“Pasquale. Fatemi passare”.
“Non si può. È vietato”.
“Lo devo trovare. Aprite!”.

Sconcertato, Mario tolse il catenaccio alla porta di ferro battuto e la vecchia si infilò nella grotta del cimitero delle Fontanelle. Povera pazza. Come poteva sperare di trovare un’anima persa in quel labirinto, seppellito sotto una chiesa, nel rione Sanità?

Ormai sono quarant’anni che questo posto è chiuso al pubblico. È una spaccatura nella montagna, una cripta monumentale scavata nel tufo e alta venti metri. Decine di gallerie si diramano, buie e profonde, per tremila metri quadrati, fiancheggiate da larghi banchi di pietra. Su ogni spazio libero, in fila o in mucchi, disposti con cura, in ordine, tondi, bianchi, coperti di polvere, con lo sguardo vuoto ma integri, ci sono quarantamila teschi, appoggiati sul loro letto di ossa: il popolo dei morti del cimitero delle Fontanelle, realizzato nel 1656, quando una terribile epidemia di peste devastò la città. I monatti, gli uomini dai mantelli gialli, spingevano i loro carri per le strade appestate di Napoli e scaricavano qui fino a tremila cadaveri al giorno. All’epoca i morti si seppellivano il più vicino possibile a Dio, sotto le chiese.

Napoli respirava la morte. La vita fuggiva dalla città, i corpi neri e deformi delle vittime si accumulavano alla rinfusa sugli scolatoi. Erano messi lì a disseccare, senza sepoltura. Poi sarebbero stati raggiunti dalle vittime delle epidemia di colera del 1836 e del 1973. Si era dovuta ingrandire la caverna. Un colpo di scalpello, un pezzo di legno nella fessura, due violente mazzate e tutto un lato della montagna veniva giù. Finché un giorno, tornata la pace e quando ormai le ossa erano imbiancate, un monaco e alcune suore cominciarono la grande cernita.

Mario ricorda di aver seguito quella vecchia vestita di nero, che avanzava a piccoli passi nell’oscurità e nel silenzio soffocato dalla polvere. Ogni passo sembrava costarle uno sforzo enorme, ma lei tirava dritto, senza degnare di uno sguardo i primi teschi. Alcuni erano appoggiati su un cuscino di velluto e protetti da campane di vetro o teche di metallo, oppure circondati da candele. Altri erano accompagnati da targhe di marmo inciso: “Anima bella”, “Pax”, “Grazia”. La donna girò intorno alla “biblioteca”, gigantesca, alta quattro metri e larga cinque, ornata dalla statua di un santo fatta di tibie e femori dai còndili levigati. L’anziana aveva fretta, eppure si fermò per farsi il segno della croce davanti al “calvario”, tre grandi croci di legno piantate su un cumulo di ossa. Camminava spedita, zoppicando, soffrendo, gemendo per l’impazienza – “Pasquale…” – finché puntò dritto verso un banco illuminato dalla luce tenue di uno spiraglio: “Ah, eccolo, finalmente”.

Io, che ero vivo, non esistevo più
Mario la vide precipitarsi su un teschio nerastro, inginocchiarsi, prendere l’orribile reliquia e stringersela al petto. “Ah, Pasquale… Come sei bello! Non sono potuta venire prima, scusami. Ma io non ti ho mai dimenticato, ti tengo nel cuore…”.

Mario Alamaro ascoltò il lungo monologo. Da anni, come responsabile comunale del sottosuolo, si prende rispettosamente cura dei cumuli delle Fontanelle. Cinquant’anni, robusto, con la fronte ampia e penetranti occhi azzurri, stazza da militante comunista, barba da sindacalista e naso rotto da scugnizzo. Mario legge la sua città come un libro aperto e poche cose lo sorprendono. Quella volta, rimase di stucco: “Io, che ero vivo, non esistevo più. C’erano solo lei e lui”.

La donna sollevò la campana di vetro, pulì il cuscino mangiato dalle tarme e i grani del rosario, e si mise a conversare con il teschio, raccontandogli quarant’anni di vita e baciandolo con forza. Poi supplicò Mario di lasciarla tornare il giorno dopo con una campana nuova. In nome dell’amore della sua infanzia, un amante spirituale, “Pasquale”, un oscuro monaco dal teschio nero scomparso il 10 dicembre 1818, quasi due secoli prima.

La vecchia signora non era pazza. Un tempo chiunque poteva venire qui, scegliere un teschio, dargli un nome, adottarlo. Con le braccia cariche di fiori e candele, il cuore colmo di speranza, il popolo di Napoli veniva alle Fontanelle a celebrare il culto dei teschi. E suggellava uno strano patto con i morti. I monaci oscurantisti del medioevo avevano inventato il purgatorio, una dolorosa tappa supplementare tra la vita e il paradiso. Senza degna sepoltura, i poveri morti delle Fontanelle erravano come anime in pena. Da parte loro i napoletani, tra guerre, miseria, peste e colera, vivevano l’inferno in terra.

Tra Mediterraneo e Vesuvio, tra mare e vulcano, lontano dal cielo e vicinissimo agli inferi, c’è uno spazio vuoto monumentale

Tutti, uomini e donne, adottavano un teschio, scrostavano la sporcizia, lo lavavano, lo lucidavano, gli offrivano un cuscino di velluto, dei fiori freschi e la fiamma di una candela. E pregavano, pregavano, fino a che i loro sacri sussurri raggiungevano il purgatorio e scaldavano le anime intirizzite. I vivi si prendevano cura dei morti, ma quelle anime contraccambiavano. Da lassù, sospesi tra due mondi, gli spiriti potevano allontanare il diavolo, curare un bambino malato, far tornare un marito adultero e, soprattutto, potevano rivelare i numeri per vincere al lotto. Tra i vivi e i teschi nasceva un attaccamento profondo, quasi carnale, un amore assoluto, una passione.

“Ciao, Pasquale. A domani”. Dopo aver fatto il suo dovere, la donna si era rimessa in strada a cuor leggero in uno dei quartieri più pericolosi della vecchia Napoli: il rione Sanità.

I poliziotti e i giudici non si avventurano fino a qui, se non per poco tempo e in moto quando avviene un omicidio. Costruito sulle pendici di un antico vallone, oltre le mura della città, questo quartiere malfamato è un groviglio di vicoli che da corso Amedeo arriva fino alle Fontanelle. Un esercito di Vespe intralcia il traffico, il mercato della verdura occupa il centro della strada. I muri, coperti di scritte, segnano confini, i panni sbattono contro le finestre come bandiere di pirati. Le donne vivono in lutto perenne, i ragazzini in bande. E gli adolescenti fanno le sentinelle per i boss della droga, capomastri di questa corte dei miracoli.

L’entrata delle catacombe di san Gaudioso. (Massimo Siragusa per Internazionale)

Gli abitanti della Sanità hanno una voglia furiosa di vivere, sempre pronti a mordere una pizza, la bocca della loro donna o la mano del carabiniere che vorrebbe arrestarli. Tutto s’intreccia, la vitalità e la violenza, il chiasso e il furore, la vita e la morte, il caos di un disordine radicato. “Napoli è l’unica città orientale senza un quartiere europeo”, ha detto qualcuno che ci ha vissuto. Napoli è l’Africa, l’oriente, i Caraibi, un crogiolo al sole che sa di spazzatura, polvere, aglio e peperoncino.

Entro nel quartiere a passo lento, con le mani in tasca e l’aria anonima, seguito immediatamente da decine di sguardi. Il quartiere finisce in un vicolo cieco. Una macchina ferma non ha mai finito la sua manovra. Le ruote sono ancora girate, l’auto invade la carreggiata. Il posto al volante è vuoto. Un proiettile di grosso calibro ha forato il parabrezza. La Sanità sa regolare i suoi conti con semplicità.

La leggenda dei due amanti
In mezzo a questo caos calmo, la necropoli delle Fontanelle sembra un’oasi di pace eterna. Grazie al lotto, i poveri della Sanità non speravano nella fortuna, ma solo nel numero vincente che gli avrebbe permesso di non morire di fame. Il giorno prima dell’estrazione l’ipogeo era pieno di fedeli in preghiera, nella luce tremolante dei lumini elettrici azzurri.

Molti dormivano là, per terra, vicino al loro teschio, in ascolto dei loro sogni, immagini in codice inviate dalle anime. Il padre voleva dire 9, la lama di un coltello 6, l’apparizione della Vergine una serie di numeri. E la mattina dopo, la combinazione vincente appariva al sognatore illuminato. Miracolo. Il beato baciava il suo teschio con devozione e lo chiudeva a chiave sotto una campana di vetro, per paura che qualche invidioso gli rubasse quel morto così generoso.

Anche la testa eternamente brillante di donna Concetta è un miracolo: un teschio bianco, liscio, da cui trasuda un’essenza divina. È appoggiata su un altare proprio dietro la statua di san Gaetano, il protettore degli appestati. Intorno a lei, tutti gli altri teschi sono coperti da uno spesso strato di polvere grigia. Gli scettici hanno provato a spiegare che le gocce sono condensa provocata dalla fiamma delle candele. Fiato sprecato: le donne incinte o che non riescono ad avere figli accorrono a baciare il sacro sudore di quest’anima bella e portatrice di fertilità.

Mario ricorda un vecchio notabile del comune di Napoli, un uomo ricco ma senza figli (no, non si fanno nomi), venuto qui in segreto con la giovane sposa disperata. “Hanno pregato molto”, toccando il teschio di donna Concetta. Qualche mese dopo Mario ha ricevuto un biglietto pieno di gratitudine in cui annunciavano la nascita di un bambino. Non c’è niente da ridere. Anzi, ridere può essere pericoloso. Alcune coppie illegittime ricordano di aver fatto l’amore al riparo delle tombe, ma nessuno s’indigna. Mancare di rispetto alle anime del purgatorio, invece, è inconcepibile. Tutta Napoli conosce la leggenda dei due amanti che, alla vigilia delle nozze, si recarono davanti al teschio del Capitano, la testa più famosa della necropoli. Mentre la ragazza pregava in ginocchio, il ragazzo, scettico, infilò la punta del suo bastone da passeggio nell’orbita cava del Capitano: “Se esisti davvero, t’invito al mio matrimonio…”. E scoppiò in una risata maligna. La sera delle nozze, durante il banchetto, il giovane sposo notò un uomo di spalle, in uniforme militare: “Chi ti ha invitato?”. “Tu. Alle Fontanelle”. “Insolente! Dimostralo…”. L’uomo si girò, aprì la giacca da capitano e rivelò il suo scheletro al giovane, il quale, sconvolto, morì sul colpo.

“Chi è senza fede non deve venire alle Fontanelle, è un sacrilegio”, avverte Mario, il militante comunista. “Io, che sono ateo, tutte le domeniche vado al cimitero comunale a parlare con mia madre, morta due anni fa”.

Donne incinte e matrone, notabili e straccioni, laici e religiosi, sindacalisti e fascisti: il culto delle anime del purgatorio coinvolge tutti. E non ci ha messo molto a somigliare a una religione. Orrore: i vivi hanno relazioni dirette con i morti. Sfidano il proibito, scambiano favori, stabiliscono rapporti d’amore, da pari a pari. Ma dove si credono di essere, questi napoletani, nell’antica Grecia?

E infatti, i teschi registrano il tutto esaurito ogni lunedì, giorno dedicato a Ecate, la dea greca del mondo sotterraneo. Ancora un po’ e cominceranno a sgozzare caproni neri alle porte degli inferi, a bagnare la terra di sangue e di latte e a consultare il divino Tiresia sul loro futuro. E non ci sarebbe da sorprendersi, con questi cattivi cristiani. Ribelli storici, per ben tre volte hanno osato respingere con le armi il santo esercito dell’Inquisizione. “A Napoli la religione puzza di zolfo. E questo mi piace”, si rallegra Jean-Noël Schifano, scrittore miscredente innamorato della città.

La modernità non ha intaccato le antiche credenze. Nel 1950 il culto era così popolare che una linea di tram portava fino al cimitero. Era ora di dire basta: nel 1969 un cardinale molto cattolico, Corrado Ursi, decise di chiudere al pubblico tutte le necropoli del ventre di Napoli. Le Fontanelle piombarono nuovamente nel silenzio: “Ah, Pasquale…”.

Nata da una pena d’amore
Vietare l’accesso alle viscere della terra: che idea da bigotto. Voleva dire ignorare che Napoli ha una sorella gemella nel sottosuolo, un lato nascosto, una città-specchio. Tra Mediterraneo e Vesuvio, tra mare e vulcano, lontano dal cielo e vicinissimo agli inferi, c’è uno spazio vuoto, monumentale, l’equivalente di otto milioni di metri cubi. Otto metri cubi di vuoto per abitante. Tutti i napoletani camminano scalzi sotto un vulcano e sopra un abisso. Sotto i loro piedi si aprono enormi cave sotterranee, tombe e catacombe, discariche clandestine, cantine e granai, la ragnatela dell’antica rete fognaria e un immenso sistema idraulico: acquedotti, canali, pozzi, cisterne. In superficie tutti gli edifici – case, chiese, palazzi, fortezze – sono costruiti in tufo color sabbia. Una pietra calcarea, friabile e tenera, che si graffia con un’unghia. Duttile ed elastica, resiste a ogni tipo di pressione e alle scosse dei terremoti. È questo tufo provvidenziale che i costruttori hanno scavato sotto i loro piedi. Immaginate di prendere il volume della città e di capovolgerlo: avrete un’idea del vuoto abissale che corrisponde alle cave sotterranee di Napoli.

Tutto cominciò con l’Odissea di Omero e la storia di una sirena di nome Partenope.Vedendo passare il bell’Ulisse, Partenope si mise a cantare. Ma il guerriero greco, con le orecchie tappate dalla cera, non l’ascoltò. Era l’epoca in cui le sirene avevano ancora le ali, prima che il triste medioevo gli attribuisse una ridicola coda coperta di scaglie. Disperata, la donna-uccello si lanciò in mare, annegò e le onde trasportarono il suo corpo su una spiaggia vulcanica in terra italica. Napoli è nata da una pena d’amore.

La cisterna imperiale. (Massimo Siragusa per Internazionale)

I primi coloni si misero subito a scavare per costruire. La città, bruciata dal sale del mare e dalla lava vulcanica, aveva un disperato bisogno d’acqua potabile. I greci andarono a cercarla alle falde del Vesuvio. L’acquedotto della Bolla affondava nel sottosuolo per fornire l’acqua dolce a tutti gli abitanti. Nel 79 dC – i romani si erano insediati già da tempo – l’eruzione del Vesuvio seppellì Pompei sotto una nuvola di fuoco ma Napoli, testarda, continuò a ingrandirsi e a chiedere acqua. L’acquedotto costruito da Augusto partiva da un monte a sessanta chilometri da lì, vicino ad Avellino, e si spingeva fino alla città di Baia.

Quindici secoli dopo, un matematico fu incaricato di estendere la ragnatela dei canali. E si ricominciò a scavare. Il ventre di Napoli ormai era abitato, ambìto, percorso dalla soldataglia, dai criminali e dalla corporazione dei pozzari, che aveva il potere di tagliare il rifornimento idrico ai palazzi. Gli addetti ai pozzi potevano mettere in ginocchio un quartiere buttando carogne nei canali e provocando terribili epidemie. Una legge puniva con centinaia di frustate – in altre parole la morte – “chi insozza i pozzi buttandovi gatti morti”.

La peste, mio dio, la terribile peste del 1656. Napoli, sfavillante, era la città più popolosa d’Europa, 400mila abitanti. L’epidemia ne uccise i tre quarti. I barellieri incappucciati raccoglievano per strada cinquemila vittime al giorno. La città era appestata, sommersa dai morti. Per le vie le carrozze degli abitanti in fuga sobbalzavano sui corpi. La cloaca massima, la fogna più grande della città, ostruita dai cadaveri, esplose con la prima grande pioggia e tutta via Toledo fu inondata di resti umani. La peste fu un trauma collettivo. Ormai deserta, Napoli perse la sua memoria. I fuggitivi ricordavano solo quell’acqua malefica, in grado di trasformare una capitale ricchissima in un grande cimitero. Solo nel 1885, quando fu costruito un ultimo acquedotto, moderno, ermetico e in pressione, ebbe fine l’incubo delle epidemie.

Finché, un giorno, il cielo e la terra ricominciarono a tremare. Per una volta non era il Vesuvio: erano flottiglie di aerei moderni che si contendevano l’antica colonia. Partenope è stata distrutta, prima con raffinatezza dai bombardamenti inglesi del 1940 e del 1941, poi con forza dai B-24 statunitensi nel 1942 e nel 1943, infine con metodo dai tedeschi dal 1943 al 1945. Con cinquecento incursioni aeree, Napoli è stata la città più bombardata d’Italia. Il ministero della guerra fece trasformare in rifugi cinquecento cave e cisterne greche, in grado di accogliere quattrocentomila persone: rampe di accesso, panchine, impianti sanitari, docce e lampade da dodici volt. A trenta metri di profondità.

La montagna abitata
Ci siamo. Il posto è buio e fresco. Vado avanti guidato da una candela, con le spalle di traverso, tra le pareti curve e strette di un antico canale. In alcuni punti nel muro si apre un buco dove gorgoglia l’acqua. Una fessura dà su una cisterna vasta come una cattedrale. Un corridoio sbocca su un pozzo, una piccola sala decorata da un carro armato tedesco (come sarà arrivato qui?), e si perde nel reticolo infinito delle grotte naturali e dei vecchi rifugi antiaerei. Enzo gongola.

Esperto speleologo riconvertito in imprenditore buongustaio, presidente dell’associazione Napoli sotterranea, Enzo adora disorientare gli stranieri negli abissi della sua terra. Al suo fianco si può compiere un caotico viaggio in 3d, dove ogni punto di riferimento è abolito. All’aria aperta, fermo tra due anonimi palazzi di Spaccanapoli, tende il braccio sinistro: “Ecco il teatro romano dove Nerone si dilettava a cantare, stonando”. Poi il braccio destro: “Ed ecco la scena e i gradini pubblici per settemila spettatori”. Non vedo nulla. È normale. Ci giriamo, suoniamo il campanello di una porta in ferro ed entriamo in un corridoio a ogiva: sono le fondamenta in mattoni rossi dell’antico teatro romano. Enzo attraversa la stanza, spinge un letto con le rotelle che copre una botola e scende per una scala nascosta: “Le terme dove Nerone veniva a lavarsi tra due esibizioni”. Oltre un muro romano, fatto di pietre cilindriche, si apre un’altra cantina. La scala fatiscente sbuca in un negozio di alimentari, attraversa la strada, finisce in un piccolo teatro. Qui, dieci metri sotto terra, alcuni muratori stanno costruendo le stanze di un albergo a tre stelle. “Il museo classico è obsoleto, bisogna vivere le rovine”, afferma Enzo. Poi indica la sede della futura scuola della pizza. Della pizza? “Certo, la geotermia è l’unica fonte di calore che permette di cuocere alla perfezione l’autentica pizza napoletana”.

Ancora una scala, un minuscolo ascensore, una porta da spingere, canali greci da scavalcare, tre sale da attraversare e un colpo secco a una porta massiccia. Pausa. Da dietro la spessa parete arriva una musica sacra. Alla fine la porta si apre, tirata da un uomo pallido che indossa un saio. Siamo nel cortile di un convento dei padri teatini. In mezzo al chiostro c’è un parcheggio. Al piano superiore, ci sono le stanze dei monaci. Nella sacrestia si sente un forte odore di naftalina e c’è un immenso affresco di Francesco Solimena, La conversione di san Paolo. Un capolavoro. Dietro un’altra porta appare una magnifica cappella, con uno squarcio al centro del soffitto, colpito da una bomba. Un’ultima porta e rispunto all’aria aperta, abbagliato dal sole giallo di Napoli, in mezzo alle macchine, al rumore, ai colori violenti e all’odore dei corpi e del caos urbano. Ho l’impressione di essere emerso in cima a una montagna abitata.

Cimitero delle Fontanelle. (Massimo Siragusa per Internazionale)

“In passato un ricercatore ha dimostrato che è possibile attraversare Napoli da est a ovest senza mai risalire in superficie”, spiega Enzo lo speleologo. Spesso, senza preavviso, questa terra si apre sotto i piedi dei suoi abitanti. Nel luglio del 1984, in via Nicolardi, una voragine ha risucchiato un container che doveva servire da rifugio ai terremotati. Quattro anni dopo, in via Sacramento, la volta di una cavità di cui non si conosceva l’esistenza ha ceduto, trascinando con sé tre palazzi. Nel 1996 tutti i quotidiani di Napoli hanno aperto con la notizia del tragico episodio avvenuto a Secondigliano, un quartiere povero del nord della città e regno della camorra. Erano le quattro e mezza di un pomeriggio d’inverno, pioveva, quando si è sentito un rumore spaventoso. La terra si è aperta di nuovo, inghiottendo tutto, passanti, macchine, case. In fondo al crepaccio una montagna di rifiuti in stato di decomposizione, ammassati in una discarica abusiva, ha sprigionato una nuvola pestilenziale. E infiammabile. Un attimo dopo, dalla spaccatura si sono alzate immense lingue di fuoco. Undici morti, una persona dispersa e corpi carbonizzati, smembrati, in fondo al baratro.

Nel 1968 una squadra di giovani speleologi, guidati da Clemente Esposito, propose al comune di esplorare il sottosuolo per mappare le viscere del mostro. Pagati una miseria (100 lire a metro quadro scoperto e 200 lire a pozzo), registrarono centomila metri cubi di vuoto. Lì in fondo tutto era mortale: le gallerie rischiavano di crollare o di essere inondate, i rifiuti esalavano gas esplosivi. Il 7 giugno 1979, vicino ai Gradoni di Chiaia, un falegname diede fuoco a un pezzo di giornale e lo buttò in un pozzo dove accumulava i rifiuti del suo laboratorio: voleva “dare un’occhiata al fondo”. Scoppiò un incendio, tre palazzi sparirono tra le fiamme, trenta famiglie furono evacuate. Ci vollero tre settimane prima che i pompieri riuscissero a domare le fiamme sotterranee.

Durante una ricognizione, mentre procedeva munita di corde e lampade frontali, a un certo punto la squadra di Clemente si trovò di fronte una grande parete di legno. Appena buttato giù l’ostacolo, i ricercatori furono travolti da una montagna di scarpe e abiti. “Vedendoci sbucare dal loro armadio, i proprietari della casa ci offrirono un caffè”, racconta Clemente. Un’ora dopo, la squadra finì in un magazzino di profumi: il titolare li rinchiuse nella stanza e corse a chiamare la polizia. Un giorno, in una galleria dimenticata di Posillipo, Clemente s’imbatté in una figura dalla barba lunga e arruffata, furiosa per essere stata scoperta nel suo nascondiglio: “Era un ex insegnante che si era esiliato da anni in quella grotta, un poveraccio distrutto da una terribile delusione d’amore”.

La squadra di speleologi ha rischiato spesso la morte. Durante un’esplorazione sotto l’ospedale San Camillo, Clemente sentì che qualcuno stava trivellando la parete sopra di loro. “Ci mettemmo tutti a urlare: ‘Fermi! Fermi, ora usciamo’. Dall’altra parte calò il silenzio. Poi arrivò la voce potente di un operaio: ‘No, non uscite, dateci solo i numeri del lotto!’”.

Una vita in sospeso
Nel suo ufficio in comune, Mario Alamaro, il responsabile delle Fontanelle, apre un’immensa carta geologica della città. In grigio sono indicati i contorni scuri degli edifici. In rosso, sovrapposta, si vede la trama delle cavità sotterranee, ottocento piccole macchie che costellano il foglio. Mario sospira: “Conosciamo appena la metà di tutti gli abissi di Napoli”.

Il baratro, il fragore, il fuoco, l’inferno. Quanti conventi, quante chiese e cattedrali, quante roccaforti di Dio servono per sbarrare la strada alle forze malefiche che risalgono dal mondo di sotto. A piazza del Gesù un Cristo si contorce sotto il sole violento di Napoli, il catrame fonde e le suole s’incollano alla strada. Lì vicino, piazza Dante vive sospesa sopra il vuoto sotterraneo di un immenso granaio. Nel suo ufficio a piazza Cavour, uno speleologo malizioso ha messo la sua poltrona sul bordo di una voragine vertiginosa. I napoletani vivono ovunque sospesi. La terra sotto i loro piedi può spaccarsi da un momento all’altro. E inghiottirli. Ma loro non ci fanno caso. Vivono ogni istante come fosse un attimo di eternità, amano, si moltiplicano, si espandono con un’insolenza rara. Sfidando le leggi della fisica, degli dèi e degli uomini in uniforme blu della questura.

Tomba di san Gaudioso. (Massimo Siragusa per Internazionale)

E questi uomini odiano il vuoto. Soprattutto quello delle gallerie che i criminali locali percorrono per mettere a segno i loro colpi. Al terzo piano della questura ci sono due roccaforti. Il primo ufficio riunisce gli esperti di lotta alla camorra. Una ventina di uomini appena, in maglietta, jeans e scarpe da ginnastica, semplici e solidi. Agli antipodi dei poliziotti delle serie tv americane, schiavi della tecnologia, questi agenti sono di casa nei quartieri popolari, sanno tutto degli usi e costumi della camorra, conoscono le sue regole, parlano la lingua della strada, evitano l’uso gratuito della violenza, e quando arrestano un boss gli lasciano il tempo di indossare giacca e cravatta prima di finire in manette. Un pugno di uomini che sgobbano diciotto ore al giorno, mal pagati ma incorruttibili, tenaci ed efficaci, monaci guerrieri in guerra contro la piovra. Il loro motto: “Tagliare qualche tentacolo non basta, bisogna decapitarla”. Questi uomini sanno che i camorristi usano i tunnel della città per spostarsi, fuggire, organizzare riunioni segrete, nascondere armi e soldi. Non lontano dal cimitero delle Fontanelle, in alcune grandi grotte naturali, hanno trovato dei parcheggi e un poligono di tiro. Una galleria lunga e stretta, piena di bersagli, armi da guerra, kalashnikov e mitragliatrici Uzi. Oltre a una montagna di cocaina.

Nel 1999 i carabinieri sorpresero il boss del quartiere di Forcella, Carmine Giuliano, detto ’o Lione, nel suo nascondiglio sotterraneo a due passi da casa. Come ogni boss che si rispetti, ’o Lione era latitante nel cuore del suo territorio. E quando gli uomini del nucleo antidroga perquisirono l’appartamento vuoto del capoclan Raffaele Stolder, nel 1991, scoprirono un passaggio segreto che si apriva con un comando elettronico. Dietro, una scala sotterranea portava alla rete fognaria, dove l’uomo era già scomparso.

Gli scavatori notturni
In un ufficio della questura c’è la squadra antirapina. Il gruppo è diretto da un uomo di 48 anni piccolo e posato, Luigi, detto il Professore. Una mattina del 1989 ci fu una rapina alla Banca della Provincia: i dipendenti furono presi in ostaggio, il direttore sequestrato, cinquanta cassette di sicurezza forzate. Bottino: tra i cinque e i sei miliardi di lire. Tra i tesori scomparsi c’era anche il pallone d’oro di Maradona. Un colpo da professionisti. Il Professore individuò subito il punto d’accesso: il sottosuolo. Non sapeva ancora che l’avventura appena cominciata lo avrebbe portato, insieme ai suoi uomini, a sfiorare la disperazione e la follia. Banco di Napoli, Credem, Monte dei Paschi di Siena, Banca di Roma, Banca Nazionale del Lavoro, uffici postali: tutti gli istituti furono colpiti. “Per sette anni”, racconta Luigi, “hanno agito dove e quando volevano. Una rapina la mattina, una la sera, sempre colpi grossi. Stavamo impazzendo”.

I suoi uomini studiavano giorno e notte il sistema fognario, le condotte greche e romane, le gallerie di servizio, quelle della metropolitana, dell’elettricità, del gas e del telefono. Primo dato: i ladri lavoravano solo di notte. Di giorno, come tranquilli padri di famiglia, i rapinatori del rione Sanità salutavano il postino e portavano i figli a scuola. Di notte, scavavano. Alla fine il Professore scoprì il loro punto debole. Per preparare il materiale necessario – tute da lavoro, torce, martelli perforatori, apparecchi radio – serviva una base sotterranea fissa. Il primo rastrellamento del sottosuolo napoletano portò all’arresto di dodici persone.

La squadra di Luigi pensava di aver risolto il problema. Ma le rapine continuavano. A volte i criminali scavavano fin sotto l’atrio della banca, tagliavano il pavimento e piazzavano un cric. Il giorno del colpo, bastava un giro di manovella per entrare. I rapinatori prendevano tutti in ostaggio, chiudevano la banca e mettevano un cartello con su scritto: “Chiuso per riunione sindacale”. Quando la polizia arrivava, trovava i tombini della zona bloccati. “Eravamo impotenti, li vedevamo lavorare, con i volti coperti e le persone in ostaggio, dentro la banca, sotto i nostri occhi”, ricorda Luigi con rabbia. Gli ci volle qualche mese per capire che la banda in realtà era formata da sei bande diverse, indipendenti e senza capo. Quella dei Vigilantes fu la prima a essere fermata.

Una mattina la guardia della Banca Commerciale Italiana entrò in bagno e trovò un uomo nascosto nella fossa settica. I due spararono contemporaneamente. La guardia si accasciò, colpita alla pancia. Il delinquente fuggì, ferito al viso. “Abbiamo passato dodici ore nei tunnel a seguire le tracce di sangue”. In fondo a una galleria c’era il retrobottega di un droghiere della Sanità: era la base logistica della banda. Due anni di perquisizioni e l’analisi del dna del sangue del ferito consentirono un arresto decisivo.

Il Professore riuscì a catturare, una dopo l’altra, tutte le bande fantasma. Con qualche sorpresa. Nel 2008 la squadra ha arrestato una banda di cui facevano parte un poliziotto e due marescialli dei carabinieri, e che aveva come informatore il piantone della questura. Da allora ogni tanto capita che una nuova rapina compiuta dagli abissi costringa Luigi, ormai stanco, a immergersi nuovamente nelle antiche fogne di Napoli. Ma non mancano i bei ricordi: “Una notte sono entrato in una camera blindata e sono inciampato su qualcosa”. A tastoni ha trovato l’interruttore della luce, l’ha acceso ed è rimasto abbagliato: “Stavo camminando su una montagna di gioielli, di oro e di diamanti… Mamma mia!”.

Nella luce infuocata della città
Napoli trabocca di oro e di diamanti. E i poveri possono toccarli con le loro dita tremanti. In pieno centro, a via dei Tribunali, due teschi neri di bronzo, con la fronte scavata dalle carezze dei fedeli, segnano l’ingresso della chiesa di Santa Maria delle anime del purgatorio ad Arco. La cappella, in sé, non ha nulla di speciale. Tranne una scala che porta a un altro ambiente, enorme e sotterraneo. Sei tombe dalle forme morbide, lumini elettrici azzurri, qualche coperta per riscaldare i morti precedono la più celebre delle giovani spose.

È bella, Lucia, con la sua cuffia bianca intatta, i gioielli e i fiori sempre freschi che le circondano il teschio appena inverdito dalla muffa. Tutte le donne di Napoli conoscono la storia di questa giovane plebea innamorata di un principe che aveva promesso di sposarla. Ma il giorno delle nozze, ahimè, l’aristocratica famiglia disse di no. E così Lucia si lasciò morire. Uccisa da una pena d’amore, come la sirena Partenope.

Fuori, nella luce infuocata della città, respiro l’odore di caffè, cornetti e pomodori freschi. E guardo questa città innamorata dei suoi morti vibrare di felicità e di rabbia di vivere. Il tasso di suicidi è il più basso d’Italia. Qui gli psicanalisti non servono. Freud odiava questa città, dove le persone mettono in piazza il loro inconscio. I napoletani baciano i loro teschi con amore e si godono la vita. Conoscono il segreto delle anime del purgatorio. I morti, quei poveri morti, soffrono molto. Bisogna solo prendersene cura e amarli con forza. E loro, riconoscenti, vi lasceranno in pace.

(Traduzione di Francesca Spinelli)

Questo articolo è stato pubblicato il 30 luglio 2010 sul numero 857-858-859 di Internazionale.

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