Lavoratori palestinesi in fila al checkpoint di Betlemme, in Cisgiordania, per andare a Gerusalemme, il 18 giugno 2006. (Oded Balilty, Ap/Ansa)

La strada tra i checkpoint

Lavoratori palestinesi in fila al checkpoint di Betlemme, in Cisgiordania, per andare a Gerusalemme, il 18 giugno 2006. (Oded Balilty, Ap/Ansa)
29 novembre 2019 13:58

Questo articolo è uscito il 4 agosto 2006 nel numero 653 di Internazionale. Era stato pubblicato sull’Atlantic con il titolo The checkpoint.

Il mondo moderno ci ha abituato alle attese. Così, la prima volta che uno attraversa un checkpoint in Cisgiordania, pensa: “Oh, be’, che sarà mai: al massimo dovrò fare un po’ di fila”. Poi si accorge che non è solo questo. Il checkpoint somiglia molto di più a un imbuto: all’inizio c’è posto per una trentina di persone, in piedi fianco a fianco sotto un tetto di lamiera. Dopo qualche centinaio di metri lo spazio si restringe, e tutti spingono verso due cancelli girevoli. Un pomeriggio d’autunno del 2004 (ma oggi sarebbe lo stesso) a Qalandia, il checkpoint tra Ramallah e Gerusalemme, ho fatto una fila di quaranta minuti. È stato un esercizio di compressione graduale: all’inizio avevo qualche possibilità di scelta nei movimenti (per esempio, potevo scegliere il passaggio a sinistra o a destra), ma alla fine ero incastrato. La lunghezza dei miei passi dipendeva da chi avevo davanti; chi mi stava accanto m’inchiodava le braccia al corpo, e chi mi stava dietro spingeva di continuo.

A volte fare la fila a un checkpoint crea immediatamente un senso di comunità: si soffre tutti insieme e un po’ di conversazione aiuta a sopportare l’attesa. Ho scoperto così che il signore alla mia destra era un medico, e come ogni giorno tornava a casa a Gerusalemme Est dal suo ambulatorio di Ramallah. “La strategia di Israele è di renderci la vita impossibile per costringerci ad andar via”, ha detto a un certo punto. “Ma dimentica una cosa: noi palestinesi non abbiamo dove andare”.

Era la prima volta che attraversavo un checkpoint ed ero preoccupato per la
pressione crescente che dovevamo sopportare. Il medico mi ha avvertito di non far cadere niente a terra – per esempio i documenti – perché sarebbe stato impossibile raccoglierli. Con aria stanca, mi ha raccontato che quando non c’era la tettoia di lamiera a fare un po’ d’ombra era ancora peggio.

Essere incastrati in una massa di trecento persone è come subire una carcerazione temporanea. Se la folla fosse stata presa dal panico, sarebbero stati guai per tutti. Appena un mese prima, sulla strada da Jenin ad Haifa, dei terroristi kamikaze avevano avuto paura dei controlli e si erano fatti saltare in aria proprio al mio checkpoint. Risultato: due palestinesi morti e sei poliziotti israeliani feriti. Il giorno prima a Gerusalemme, nel quartiere di French hill, a pochi chilometri da Qalandia, una palestinese si era fatta esplodere uccidendo due poliziotti israeliani. Ma nonostante tutto avevo la sensazione che se avessi avuto un attacco di panico – per claustrofobia, poniamo – la gente intorno a me avrebbe fatto di tutto per farmi uscire. Situazioni del genere rendono più acuta la sensibilità per il livello di stress di chi ci sta vicino.

Qualche istante dopo il medico e io siamo stati separati, proprio mentre ci avvicinavamo alla parte apparentemente più dura del calvario, quella in cui bisogna decidere quando fare un passo avanti per occupare lo spazio che si è liberato nel cancelletto girevole. Da dietro spingevano talmente che quella decisione non dipendeva più da me: per non finire con le gambe incastrate tra le estremità delle sbarre girevoli, dovevo stare tutto inclinato all’indietro, e in più dovevo fare attenzione a non pestare i piedi a bambini e persone anziane. Con mio gran sollievo, un tizio muscoloso che si stava avvicinando al cancelletto proprio in quel momento ha usato il suo fisico, come fosse una diga contro l’oceano, per farmi un po’ di spazio attorno. Così sono finalmente riuscito a superare il tornello, senza essere spinto: “Shukran”, gli ho detto. Grazie.

Avrei dovuto sentirmi sollevato per essere riuscito a passare dall’altra parte, vicino all’estremità della baracca. Ma è proprio lì che sono piazzate le armi. Quel giorno c’erano una decina di soldati israeliani, tutti giovani e attrezzati per il combattimento, che maneggiavano fucili d’assalto M4. Intanto la procedura si faceva più spedita: una ragazza soldato ha esaminato il contenuto della mia tracolla. Poco più in là un altro soldato – protetto da una muraglia di blocchi di cemento, uno spesso finestrino di plastica e un paio di occhialetti – mi ha fatto cenno di avanzare. Gli ho allungato il mio passaporto e il tesserino da giornalista. Li ha studiati per un bel pezzo, soffermandosi (come fanno sempre le autorità israeliane) su un visto turistico che avevo avuto anni prima per visitare un paese arabo. Poi me li ha restituiti ed è passato a quello dietro di me. Era il segnale che la trafila era finita. Uscendo all’aria aperta, nell’affollato parcheggio dei taxi che si crea a ogni checkpoint insieme a un bazar improvvisato, mi sono sentito come un condannato in libertà vigilata.

Le violenze nei Territori, che si erano placate nei mesi successivi alla morte di Arafat, in seguito si sono infiammate di nuovo. L’intifada non è mai veramente finita, così come i soldati israeliani non se ne sono mai andati.

Israele gestisce l’occupazione della Cisgiordania – un territorio abitato da 1,3 milioni di palestinesi e 400mila coloni israeliani – soprattutto limitando la libertà di spostamento dei palestinesi. Il simbolo più noto di queste limitazioni è la “barriera di sicurezza” che sta ancora prendendo forma a est lungo la Linea verde, il confine che divideva Israele dai suoi vicini prima del 1967. Anche se la costruzione della barriera ha suscitato molte polemiche perché si addentra nei Territori palestinesi e separa gli agricoltori dalle loro terre, il muro è riuscito a ridurre notevolmente il numero degli attentati suicidi in territorio israeliano. Ma ancor più significativa della barriera, per la vita quotidiana in Cisgiordania, è il controllo israeliano sulle strade palestinesi. Gli accordi di Oslo del 1993 e poi quelli del 1995, avevano riconosciuto ai palestinesi il diritto di governare direttamente le loro città, ma avevano affidato a Israele il controllo sulle principali arterie dei Territori. E così i checkpoint si sono moltiplicati e spesso sono diventati permanenti. Il loro numero varia a seconda delle condizioni di sicurezza: nell’autunno del 2004 se ne contavano una settantina, sparsi qua e là.

Ogni checkpoint è diverso dagli altri. Quasi tutti lasciano passare sia i pedoni sia i veicoli, ma alcuni sono riservati solo ai pedoni. Certi chiudono al tramonto e riaprono all’alba, e di notte non lasciano passare nessuno; altri di notte restano chiusi ai veicoli ma aperti ai pedoni, oppure lasciano passare tutti. Altri, infine, cambiano regole ogni giorno. I checkpoint permanenti, come quello di Qalandia, hanno degli spartitraffico e dei blocchi di cemento dietro cui si trovano i soldati, più qualche tettoia per fare ombra e dei bidoni di acqua potabile. Poi ci sono i “checkpoint volanti”, dei posti di blocco che funzionano solo per qualche ora e sono controllati da due o tre soldati o poliziotti di confine, che spesso agiscono in base alle indicazioni dell’intelligence.

Le regole ai checkpoint sono sempre diverse, e in alcuni casi i militari le cambiano ogni giorno

Ma a cosa servono i checkpoint? Secondo le autorità israeliane servono alla sicurezza, come quasi ogni altra cosa in Cisgiordania. Permettono cioè all’esercito israeliano di fermare il passaggio di armi e di attentatori, che dovrebbero essere individuati, almeno in parte, attraverso perquisizioni casuali. Altri arresti avvengono grazie alla potente agenzia di spionaggio israeliana, lo Shin Bet, che dirama aggiornamenti quotidiani su chi e cosa cercare. Ma i soldati di servizio ai
checkpoint passano buona parte del tempo a esaminare documenti d’identità rilasciati da Israele e dall’Autorità Nazionale Palestinese a tutti gli abitanti dei Territori che hanno più di 16 anni. Se un palestinese vive a Nablus, ma è diretto a Betlemme, rischia di vedersi rispedire indietro dai soldati. Ma non sempre, perché le regole dei checkpoint sono applicate in modo arbitrario, con un metodo che rende insopportabile la vita dei palestinesi. Per loro i controlli sono il simbolo stesso dell’arroganza israeliana.

Eppure i checkpoint, anche quelli vicino ai varchi nella barriera di sicurezza o nei punti strategici all’interno dei Territori, rappresentano in un certo senso il “volto umano” dell’occupazione, perché spesso sono i luoghi dove israeliani e palestinesi s’incontrano più da vicino. Un volto, però, che non è quasi mai amichevole: dei soldati taciturni s’incontrano con dei civili tartassati; ne esaminano i documenti e decidono (spesso a seconda dell’umore, a sentire i palestinesi) se lasciarli passare o costringerli ad aspettare per ore e ore nelle aree di sosta. Per i soldati, insomma, la vita al checkpoint è monotona, stressante e alienante. Per i palestinesi è una fonte inesauribile di frustrazione, umiliazione e rabbia.

Ma durante i controlli possono anche capitare episodi di violenza. Quando ero lì, le autorità militari israeliane hanno processato il comandante del checkpoint di Hawara, subito a sud di Nablus, per aver picchiato vari palestinesi e sfondato i finestrini di dieci taxi. Un cineoperatore dell’esercito aveva ripreso il comandante mentre dava un pugno in faccia a un palestinese con il figlio di pochi mesi attaccato alla camicia. Poi aveva registrato il rumore sordo dello stesso uomo preso a pugni e a calci in pancia nella baracca in cui l’aveva trascinato il comandante.

A detta degli stessi palestinesi, una delle prepotenze più crudeli a cui sono sottoposti è che le ambulanze sono trattenute arbitrariamente dai soldati, a volte per ore. Secondo il gruppo palestinese di monitoraggio dei diritti umani, almeno 71 palestinesi sono morti perché trattenuti senza motivo.

Secondo le forze armate israeliane 56 soldati o ufficiali della polizia di confine israeliana sono stati uccisi ai checkpoint o ai posti di blocco dallo scoppio della seconda intifada nel settembre del 2000. Nel 2003 due sono stati uccisi a sud di Gerusalemme da un palestinese che aveva fatto entrare un fucile nascosto in un tappeto da preghiera arrotolato. Nel dicembre del 2004 alcuni membri di Hamas e di Al Fatah, dopo aver scavato un tunnel lungo centinaia di metri, hanno collocato una tonnellata di esplosivo sotto un checkpoint a Rafah, nei pressi del confine egiziano con Gaza. Nell’attentato sono morti cinque militari. Infine, nel dicembre del 2005, attraversando il checkpoint di Qalandia – proprio quello dov’ero stato – un palestinese ha ucciso un soldato pugnalandolo al collo.

Omer, israeliano
Omer (le Forze israeliane di difesa – Fid – mi hanno proibito di usare il vero nome dei soldati che ho conosciuto) è un giovane di 26 anni con i capelli rossi, asciutto e affabile, che comanda una compagnia del 202° battaglione paracadutisti, una formazione di élite delle forze armate israeliane. Nell’autunno del 2004 la sua compagnia, formata da un centinaio di militari di leva, ha occupato un campo base in cima a una collina tra Ramallah e Nablus, dove sono stato per quasi due settimane. La base si trova vicino a un’importante via di comunicazione, la statale 60.

La strada attraversa tutta la Cisgiordania da nord a sud ed è il collegamento principale tra le città di Jenin, Nablus, Ramallah, Gerusalemme, Betlemme ed Hebron. In passato il tracciato di questa strada proseguiva a nord fino a Damasco e a sud fino a Beersheva. Il problema della statale 60, mi ha detto Omer, è che è diventata una corsia preferenziale per terroristi. A Gerusalemme e in molte zone del sud del paese la barriera di sicurezza non è stata ancora completata, e secondo
i militari questo è uno dei motivi per cui il 31 agosto del 2004, pochi giorni prima del mio arrivo, alcuni terroristi kamikaze provenienti da Hebron sono riusciti a uccidere 16 persone in due diversi attentati, entrambi contro degli autobus, a Beersheva. Negli ultimi tempi i terroristi hanno usato sempre più spesso la statale 60 per spostarsi a sud dalle città politicamente più irrequiete del nord. Così, oltre ad Hawara e all’altro checkpoint permanente che sorge sulla strada, per controllare la statale 60 l’esercito israeliano schiera unità come quella comandata da Omer. “Per andare da Nablus a Gerusalemme bisogna passare er forza da qui. E se un terrorista ci prova, noi cerchiamo di fermarlo”, mi ha spiegato Omer. La sua compagnia allestisce dei checkpoint temporanei, effettua missioni di pattugliamento e compie
arresti notturni nei villaggi arabi vicini, di solito su segnalazioni dello Shin Bet.

Il checkpoint di Hawara, vicino a Nablus, in Cisgiordania, il 29 agosto 2005. (Nasser Ishtayeh, Ap/Ansa)

Omer non ha ancora trent’anni, ma da otto è sotto le armi. Nella gamba ha ancora una scheggia rimasta dopo i combattimenti contro gli hezbollah libanesi alla fine degli anni novanta. “Qui è tutto complicato”, sostiene. “Non è facile spiegare ai soldati la loro missione, dirgli quali risultati abbiamo raggiunto contro il terrorismo, convincerli che con un po’ di tempo e un buon lavoro d’intelligence risolveremo le cose. In Cisgiordania i danni collaterali sono moltissimi e creano grandi scrupoli morali. A lungo andare sono un problema serio”. In altre parole, l’azione dell’esercito nei Territori danneggia inevitabilmente dei civili innocenti: “Una perquisizione, un’irruzione con un gruppo di ragazzi di vent’anni a cui hai spiegato che per trovare anche una sola arma è consentito rivoltare una casa intera… È una cosa terribile per chi la subisce, che magari è un padre di famiglia con quattro figli. E questo è ovvio. Quello che capisci solo dopo la quindicesima volta che lo fai è che poi stai male anche tu”.

In media i militari israeliani sono assegnati al servizio ai checkpoint per periodi
di tre mesi. Prima di essere comandata alla statale 60 tra Ramallah e Nablus,
la compagnia di Omer è stata al checkpoint di Hawara. Per buona parte, ammette Omer senza difficoltà, quel periodo è stato sfiancante e demoralizzante. Gli uomini facevano turni di otto ore in servizio e otto di riposo, con poche pause. Ogni giorno passavano per Hawara cinquemila palestinesi: una massa di persone con cui era difficile comunicare. Molti tendevano a ignorare gli ordini dei soldati o addirittura a contestarli. Gli uomini al comando di Omer dovevano stare con occhi e orecchi sempre aperti, nel caso che in mezzo alla folla ci fosse una persona – anche una sola – pronta a farli saltare in aria.

Fortunatamente per il morale dei soldati, due episodi accaduti verso la fine
del periodo hanno dimostrato che il loro lavoro era servito a qualcosa.

Primo episodio: una donna soldato, perquisendo la grossa borsa da ginnastica di un ragazzino di dieci anni, ha scoperto un cellulare con attaccati dei fili e un ordigno esplosivo. Interrogato, il ragazzino ha dato l’impressione di non saperne nulla. Ha detto che qualche minuto prima, vicino al checkpoint, un tizio gli aveva offerto qualche shekel per portare la borsa. Secondo gli ufficiali dell’esercito, il terrorista
aveva semplicemente cercato di far passare la bomba di nascosto attraverso il checkpoint. Resta però quello che Omer chiama “il rischio di default”, cioè la possibilità che il terrorista, vedendosi scoperto, faccia scoppiare la bomba lì dove si trova.

Il secondo episodio è avvenuto nove giorni dopo. Quella mattina il controllo della coda al checkpoint era stato affidato a Doron, un soldato di 19 anni, nato a Rishon Lezion, una cittadina a sud di Tel Aviv. È stato lui a farmi questo racconto: “Erano forse le due del pomeriggio. Mi chiamano quelli dello Shin Bet e dicono: ‘Nella tua fila c’è un kamikaze!’. Io dico: ‘Che aspetto ha?’. E loro: ‘Boh, forse è maschio, forse è femmina. Avrà 14 anni, forse 16’”. Intercettando come sempre le comunicazioni via cellulare nella zona intorno al checkpoint, i servizi di sicurezza avevano scoperto una chiamata fatta da un terrorista. Doron ha deciso di chiudere immediatamente il checkpoint. Ha ordinato a tutte le persone in fila di fare un passo indietro e poi di andare verso i soldati uno alla volta. Dovevano essere perquisiti accuratamente. “A un certo punto si fa avanti un ragazzino. Noi gli diciamo: ‘Levati la giacca’, ma lui non vuole. E trema”, ricorda Doron. “Alla fine si leva la giacca e vediamo che ha qualcosa sotto la maglia. Allora diciamo: ‘Tirati su la maglia’. E lui obbedisce”. Quando i soldati si sono accorti che il ragazzo portava un giubbotto pieno di cariche
esplosive già collegate, gli hanno puntato contro i fucili. Hanno usato un robot degli artificieri per passare al ragazzo un paio di forbici con cui tagliare il giubbotto. Poi hanno fatto brillare l’ordigno.

In media i militari israeliani prestano servizio ai checkpoint per periodi di tre mesi

Siccome le forze armate volevano far conoscere a tutti i pericoli che i soldati affrontano nei Territori, le autorità israeliane hanno fatto venire da Nablus il corrispondente dell’Associated Press insieme a una troupe televisiva che ha ripreso tutta la scena. Le immagini del ragazzino spaventato con il giubbotto addosso e le braccia alzate hanno fatto il giro del mondo. Per ricordo i soldati di Omer hanno stampato delle magliette con la foto del ragazzo e la scritta: “Mi avevano promesso il paradiso e 72 vergini. Invece mi sono toccati i parà del 202°”.

Finito il servizio al checkpoint di Hawara, Omer e la sua compagnia hanno trascorso alcuni mesi difficili a Nablus, una città palestinese con un clima politico molto teso, che gli israeliani considerano uno dei punti caldi del terrorismo. Omer spiega che è stata un’esperienza terribile ma allo stesso tempo emozionante. Protetti dal buio della notte, lui e i suoi entravano in città – a volte a bordo di un corazzato, a volte a piedi, in certi casi a volto coperto – per arrestare i sospetti terroristi. Attraversavano il miserabile campo profughi di Balata, a sudest di Nablus, sperando che i ribelli gli sparassero, per riuscire a scoprirne i nascondigli. Demolivano le abitazioni dei palestinesi che, secondo i servizi segreti, avevano partecipato ad azioni contro Israele. Una volta un ragazzino ha rotto il naso a Omer tirandogli un sasso. Un’altra volta il secondo ufficiale è caduto in un’imboscata e Omer, uscendo da dietro un’ambulanza che era sul posto, si è trovato faccia a faccia con un ragazzo che teneva in mano una molotov innescata. Gli ha sparato una quindicina di colpi mirando “alle gambe”. Ma il ragazzo “è morto lo stesso”.

Omer e alcuni dei suoi ricordano di essere dovuti andare più volte a Nablus di giorno per mettere in salvo dei compagni rimasti con i veicoli in panne o in strade senza uscita. Durante alcune di quelle missioni, i palestinesi salivano sui tetti delle case e lanciavano degli oggetti pesanti contro i mezzi dei militari, compresi blocchetti di cemento e una volta perfino un forno. Ho chiesto a uno degli autisti di Omer, un tale dall’umorismo tetro di nome Adam, quali sono le zone più pericolose di Nablus. “Nablus è tutta una zona pericolosa”, mi ha risposto.

Un giorno Omer mi ha portato sulla collina che domina il checkpoint di Hawara. Siamo passati accanto a una strada per soli israeliani che porta a Bracha, un insediamento ebraico di cinquecento abitanti (dove i soldati del checkpoint hanno anche le loro caserme), e poco più su abbiamo attraversato un’antica città della Samaria, che adesso è una delle regioni d’Israele. L’altura, chiamata Gerizim, è citata nella Bibbia. Sembra che Abramo, subito dopo aver ricevuto da Dio la promessa “io farò di te una grande nazione”, avesse condotto la sua tribù ad accamparsi nel boschetto di querce che si trova tra il monte Gerizim e il monte Ebal, un’altra collina un po’ più a nord. Da quell’accampamento nacque la città biblica di Shchem, oggi Nablus, dove vivono 300mila palestinesi. Per molti è un insulto – che illustra bene i problemi di questa regione – il fatto che sui cartelli stradali israeliani la cittadina sia chiamata Shchem e non Nablus.

In base alle descrizioni fatte dai soldati mi ero immaginato Nablus come una grande bidonville maleodorante. Sono rimasto sorpreso, quindi, di vedere degli edifici bianchi, scintillanti, appollaiati su entrambi i lati di una vallata. Almeno da lontano, Nablus mi è sembrata bella. Ma per Omer lo spettacolo era meno attraente. Lungo la strada, non faceva che indicarmi i vari punti dove erano capitati brutti incidenti a lui e ai suoi. Mentre scendevamo verso la città, mi ha mostrato un edificio che i soldati chiamavano “la discoteca”. Era un salone per banchetti palestinese che i paracadutisti avevano sequestrato durante il periodo di tensione del 2002 per assicurare maggiore protezione ai coloni. Una notte, mentre i militari dormivano, due palestinesi hanno ucciso un sergente e un tenente prima di morire a loro volta nell’attacco. Perdere quei due uomini è stata l’esperienza più dolorosa per Omer.

Per ordine dei militari, ai civili israeliani è proibito entrare nelle città palestinesi. E nella maggior parte dei casi, in effetti, farlo è pericoloso. Ma non per me, mi avevano detto, visto che non sono né israeliano né ebreo. E così ci sono andato, per guardare i checkpoint dal punto di vista dei palestinesi.

Il checkpoint di Hawara, vicino a Nablus, in Cisgiordania, il 31 marzo 2006. (Nasser Ishtayeh, Ap/Ansa)

Avevo bisogno di un pendolare palestinese e ho trovato Abdul Latif M. Khaled. Khaled, un idrologo, aveva studiato nei Paesi Bassi e non abitava a Nablus, ma a Jayyus, un villaggio una trentina di chilometri a ovest. Un tempo, mi ha detto, ci voleva mezz’ora per arrivarci. Adesso casa e ufficio erano separati da due checkpoint e cinque posti di blocco: spesso ci volevano due ore per andare e due per tornare. Il pomeriggio in cui sono andato a trovarlo, Khaled mi ha invitato a una conferenza sul risparmio d’acqua che doveva tenere a Nablus davanti alle autorità di una trentina di villaggi dei dintorni. Alla fine della conferenza abbiamo preso un taxi collettivo – una di quelle vecchie station wagon della Mercedes tipiche del sistema semipubblico di trasporti della Cisgiordania – e ci siamo diretti verso casa sua.

Khaled è un uomo sui quarant’anni, alto e ben vestito: parla un ottimo inglese e si vede benissimo che gli ufficiali lo rispettano. In taxi si è messo a chiacchierare con gli altri passeggeri sulla situazione del checkpoint quel pomeriggio. Era come sintonizzarsi sulla radio per gli aggiornamenti sul traffico, in versione palestinese. Ovvio, percorsi alternativi non ce n’erano, ma almeno avrebbe saputo che cosa ci attendeva.

Entrati a Nablus abbiamo attraversato un posto di blocco e poi siamo scesi dal taxi a Beit Iba, un quartiere nordoccidentale della città. Da lì abbiamo raggiunto a piedi un checkpoint che sembrava una stazione, un po’ come quelli di Qalandia e di Hawara. Quando ha visto che c’erano circa 250 persone in attesa, Khaled ha fatto un pronostico: se tutto andava bene ci avremmo messo una mezz’ora. Sentendomi sospirare, mi ha detto che era già una fortuna che non fosse giovedì pomeriggio, quando gli studenti dell’università nazionale An Najah tornano a casa per il fine settimana: in fila ci sarebbero state molte centinaia di persone.

Dopo una ventina di minuti siamo stati separati dal flusso di persone che si spostavano in direzioni diverse. Mi sono ritrovato addosso a un tale con una camicia a scacchi, o meglio, addosso alla sua antenna satellitare. Aveva l’aria di volersi fare tutta la fila con un’ingombrante parabola che gli arrivava all’altezza dei fianchi. Per quanto sembrasse assurdo a prima vista, presto mi sono reso conto che probabilmente non aveva altra scelta, perciò ho fatto il possibile per dargli una mano, e come me anche altre persone. In pochi minuti il mare di folla mi ha depositato al cancelletto girevole, proprio un passo davanti a lui.

Mentre facevo la fila per presentarmi al militare che doveva esaminare i miei documenti, ho sentito un rumore metallico e ho visto che la parabola si era incastrata nelle sbarre girevoli. Il tizio con la camicia a scacchi, senza scomporsi, è riuscito a disincastrarla e ha cominciato a farla passare attraverso una griglia di sbarre verticali accanto al tornello. Vedendo che aveva quasi finito, mi sono sporto in avanti per tener ferma la parabola dalla mia parte.

Io facevo resistenza passiva e il soldato israeliano urlava: “In fondo alla fila!”

Grave errore. Il soldato che controllava i documenti della mia fila si è alzato e mi ha strillato di passare subito avanti. Il suo inglese era approssimativo, ma si spiegava benissimo: avevo violato le regole e lui non era affatto contento. Mi sono scusato in mille modi. Gli ho detto che era la prima volta che passavo quel checkpoint e non mi ero reso conto che stavo facendo qualcosa di sbagliato. Quando mi ha preso di mano il passaporto e la tessera stampa israeliana ho creduto che fosse tutto a posto. Invece lui ha indicato il mare di umanità in cui avevo galleggiato fino a quel punto e ha dichiarato: “In fondo alla fila!”. Non mi aspettavo quella punizione, e così ho cercato di prendere tempo, promettendo che non l’avrei fatto più. Khaled, che in quel momento si trovava di fronte a un altro soldato, ha preso le mie difese. Per questo è stato spedito all’area di sosta, un piccolo spiazzo dietro a dei cespugli, con poche panchine dure, occupate da altri uomini che avevano fatto qualcosa di sgradito alle autorità. Intanto io continuavo a fare resistenza passiva e il soldato a urlare: “In fondo alla fila!”.

Proprio mentre cominciavo a spostarmi in coda, si è diffuso tra i soldati una sorta di allarme silenzioso. In fondo alla fila stava succedendo qualcosa. Il militare che ce l’aveva con me ha afferrato l’M4 ed è corso fuori dalla baracca con cinque colleghi, sparendo rapidamente tra la folla. A quel punto il checkpoint era ufficialmente chiuso.

Sono passati venti minuti prima che i soldati tornassero lentamente ai loro compiti, senza dare spiegazioni. Intanto la folla era aumentata al punto che non riuscivo a vedere cosa aveva provocato tanta confusione. I militari erano tutti giovani dallo sguardo spento: il loro stress traspariva da tutto quello che facevano. Mi sono rimesso di fronte al soldato di prima e lui ha ricominciato a esaminare il mio passaporto con aria di studiata indifferenza. Dal suo recinto Khaled mi ha visto e ha gridato qualcosa ai militari, ma loro lo hanno ignorato.

Il soldato ha chiamato il comandante, che mi ha interrogato per un quarto d’ora prima di decidersi a lasciarmi passare. Invece Khaled ha dovuto aspettare. Sono passato accanto ai militari e mi sono messo all’estremità del terminal per aspettarlo. Veder trattare con tanta mancanza di rispetto una persona perbene come Khaled mi ha turbato. Lui intanto mi indicava ripetutamente e io temevo che, a forza di difendermi, finisse per farsi picchiare.

Invece dopo una ventina di minuti i soldati hanno deciso di lasciarlo passare. Imbarazzato, mi ha detto che l’avrebbero trattenuto ancora se non avesse detto ai soldati che stavano facendo una pessima figura con la stampa e che la cosa rischiava di ritorcersi contro di loro. Quando gli ho detto che era stata tutta colpa mia, lui ha scrollato le spalle e mi ha raccontato che prima di lasciarlo andare i soldati lo avevano costretto a dire: “Sono un namrud”. Gli ho chiesto che cosa significava quella parola tanto simile a “Nimrod”: matto? casinaro? Sì, ha risposto, ma in arabo aveva piuttosto il senso di “bambino cattivo”.

Nel parcheggio alle spalle del checkpoint abbiamo incontrato il sindaco di Jayyus, che ci ha offerto un passaggio sul suo pickup. Mentre salivamo a bordo Khaled ha detto: “A volte ci costringono a restare in quel recinto fino a dopo l’ora di chiusura, quando non c’è più neanche un taxi”. Ha indicato i cespugli accanto al parcheggio: “Una volta”, ha detto, “ho dovuto dormire per terra lì vicino”.

Sulla strada di casa c’era solo un altro checkpoint da passare, ma il fatto che la via fosse quasi libera non ha migliorato l’umore di Khaled. Siamo arrivati a un incrocio dove la settimana prima, ha detto, i soldati di un posto di blocco hanno raccolto i documenti di tutti, se li sono tenuti più di un’ora e alla fine li hanno buttati alla rinfusa per strada, divertendosi a guardare i proprietari che si affannavano a ritrovarli. Senza documenti, un palestinese non può andare da nessuna parte.

La strada della morte
La base del 202° battaglione paracadutisti si trovava poco distante dalla statale 60, in cima a una delle numerose colline che la circondano come una collana di perle. Era chiaramente una zona contesa: sul fianco di alcune colline c’erano i villaggi palestinesi e sulle cime di altre gli insediamenti israeliani illegali. Di notte era più facile distinguerli, perché le luci irregolari dei villaggi erano diverse per luminosità e colore – quella verde e più forte di tutte indicava la moschea – mentre le luci degli insediamenti erano tutte identiche e a intervalli regolari, in tante casette a schiera uguali l’una all’altra. Da anni i coloni non si sentivano sicuri nelle strade. Quattro anni prima un tratto della statale 60 era stato perfino ribattezzato “strada della morte”: me l’ha raccontato Marc Prowisor, responsabile della sicurezza di Shilo, l’insediamento che potevo vedere dal finestrino della roulotte di Omer. Lungo la statale 60 hanno sparato a molti coloni. Almeno 22 sono morti. Un giorno una famiglia di quattro persone di Shilo è stata aggredita lungo la strada: i genitori sono rimasti uccisi, mentre i bambini sono sopravvissuti chissà come. Allora i coloni hanno chiesto e ottenuto la protezione dell’esercito. Solo grazie ai militari, mi ha spiegato Prowisor, la strada era diventata più sicura.

Ho chiesto a Omer come avesse fatto la sua unità a ridurre il numero degli attentati
sulla statale 60. Grazie a un insieme di cose, ha risposto: i checkpoint, gli informatori, le irruzioni nelle case. E poi, la presenza visibile dei soldati sottolineata in vari modi: attraversando i villaggi con i mezzi militari o approfittando dell’abilità dei tiratori scelti. Quando gli ho chiesto che cosa potevano fare esattamente i tiratori scelti, mi ha raccontato questa storia.

Un paio di mesi prima, subito dopo che la compagnia aveva preso possesso della base (chiamata avamposto 773 perché è situata a 773 metri sul livello del mare), è arrivata la notizia che di notte, da una collina vicina, venivano spesso lanciate delle pietre contro le auto dei coloni in viaggio sulla statale 60. Omer ha mandato a indagare un gruppo di tiratori scelti con attrezzature mimetiche. Una notte, grazie a speciali strumenti ottici, i cecchini hanno colto in flagrante un ragazzo palestinese di vent’anni del villaggio di Sinjil. Gli hanno sparato al ginocchio con una carabina molto potente. Omer si trovava lì insieme a un medico militare. Così, cinque minuti dopo essere stato colpito, il ragazzo è stato assistito dallo stesso esercito che lo aveva azzoppato. Un’ambulanza israeliana lo ha trasferito in un ospedale di Gerusalemme,
dove è stato curato a spese del governo. Hanno dovuto amputargli parte della gamba, ma intanto era vivo e quello che gli era successo sarebbe servito da avvertimento. “Nel suo villaggio ricorderanno questa storia ogni giorno”, ha
commentato Omer.

Gli ho chiesto se era proprio necessario sparargli: i soldati non potevano semplicemente arrestarlo o dargli un avvertimento? Per Omer era una domanda incomprensibile: dal suo punto di vista, avevano reagito con moderazione. “Legalmente”, mi ha spiegato, “potevamo sparare per uccidere”, visto che gli automobilisti di passaggio lungo la statale 60 avevano rischiato la vita. Anzi, mi ha ricordato Omer, nel marzo 2002, non lontano da dove stavamo chiacchierando, un cecchino palestinese aveva sparato con una vecchissima carabina contro un checkpoint della statale 60 chiamato British police (perché era stato costruito dalla polizia britannica). Erano morti sette soldati e tre civili israeliani. Il cecchino non era mai stato preso. Il checkpoint, che sorgeva vicino a un boschetto di pini, era ormai abbandonato, ma nessuno aveva dimenticato quello che era successo.

Una sera al tramonto sono uscito con Omer e due dei suoi uomini per una missione
di pattugliamento a Sinjil e Jiljilya, due villaggi arabi non lontani dalla base. Omer guidava la Storm, una speciale jeep corazzata con finestrini antiproiettile e pneumatici a prova di foratura. Abbiamo percorso una strada stretta, quasi tutta di terra battuta, che si arrampicava su un’altura e passava accanto alle case semplici e bianche di calce del primo villaggio, Sinjil. Qui un soldato mi ha indicato una
mappa d’Israele dipinta su un muro: lo spazio corrispondente allaCisgiordania era stato riempito per intero dalle strisce verdi, nere e bianche della bandiera palestinese. Per i soldati israeliani quella era una prova inconfutabile del rifiuto palestinese di accettare il diritto di Israele a esistere, e un chiaro segno che eravamo in territorio nemico.

In perlustrazione
Nessuno dei militari mi aveva detto cosa dovevo aspettarmi, perciò quando la pietra ha colpito il tetto della Storm ed è rimbalzata sul cofano mi ha colto di sorpresa. Lasciato Sinjil, avevamo percorso forse tre chilometri su un’altura arida e deserta, e stavamo arrivando a Jiljilya. Attraverso gli spessi finestrini della Storm ho cercato di capire da dove era venuto il sasso, ma non si vedeva anima viva. Su entrambi i lati della strada, però, si scorgevano i resti di una barricata; un tempo bloccava tutta la strada, ma ormai era ridotta a un cumulo di sassi, scatoloni, sedie e perfino un televisore. A quel punto Omer ha detto: “Non credo che attraverseremo il villaggio, stasera”, e ha fatto un giro intorno all’abitato fino al lato opposto.

Per motivi di sicurezza non era il caso di procedere con un solo veicolo. Questo però mi è stato spiegato la sera dopo, quando ho chiesto se potevamo entrare nel villaggio. Omer non poteva venire, ma ha autorizzato il viaggio in Storm e mi ha fatto accompagnare da Adam, conducente di grande esperienza, e dal marconista Rooey. Altri soldati ci hanno seguito a bordo di uno Humvee. I soldati hanno chiacchierato tutto il tempo, comunicando ogni tanto con la base a mezzo radio.

C’è piovuta addosso una raffica di pietre, ma il nostro piccolo corteo ha proseguito

Le chiacchiere si sono interrotte quando la prima pietra ha colpito la Storm con un tonfo. Stavano ripassando accanto ai resti sparsi della barricata di Jiljilya. Ho avuto paura, ma Adam ha continuato imperterrito a guidare con un sorriso spento: “La prima fa sempre un po’ paura”, ha detto. “La prima?”, ho ripetuto. Proprio in quell’istante altre due pietre hanno colpito la Storm e altre ancora ci hanno mancato di poco. Stavolta ho visto da dove venivano: da un gruppo di ragazzini nascosti
dietro un muretto. Ma i soldati li hanno ignorati, proseguendo fino al villaggio di Abwein. Cinque minuti dopo, ad Abwein, ho sentito per la prima volta il fischio acuto e sonoro con cui i palestinesi segnalano l’arrivo dei veicoli dell’esercito. Ci è piovuta addosso un’altra raffica di pietre, ma il nostro piccolo corteo ha proseguito senza rallentare. Adam era impassibile. “Ma esattamente, perché siamo qui?”, gli ho chiesto. “Tanto per fargli vedere che ci siamo”, ha risposto. In altre parole, ho pensato tra me e me, per intimidirli.

Poco dopo siamo arrivati alla fine della strada: l’esercito l’aveva bloccata con un grosso cumulo di terra. Queste barriere – che sono una cosa diversa dai checkpoint – si trovano in posizioni strategiche e sono molto comuni in tutta la Cisgiordania; l’esercito israeliano le usa per limitare l’accesso alle strade preferite dai coloni ma anche per controllare meglio le zone palestinesi. Abbiamo cominciato a fare una manovra lunga e complicata per girare gli Humvee nella strada stretta. “Volete dire che dobbiamo tornare per la stessa strada da cui siamo venuti?”, ho chiesto al conducente. Sembrava che per Adam fosse una domanda divertente. Nei minuti successivi, e poi ancora quando ci siamo avvicinati alla barricata distrutta di Jiljilya, la Storm è stata tempestata di pietre. Eravamo su una strada senza uscite e i lanciatori di sassi sapevano bene che eravamo costretti a tornare sui nostri passi. “Chissà se saranno solo pietre”, ha borbottato Adam mentre procedevamo lentamente sotto la grandinata. Proprio in quel momento una bottiglia di Coca-Cola riempita di olio motore si è schiantata sul parabrezza, e dalle chiazze che mi sono
spuntate sul braccio e sui pantaloni ho scoperto che la Storm non era a tenuta stagna. Mi sono girato per vedere cosa stava per piovere sullo Humvee, e ho visto
esplodere una molotov che ha disegnato una diagonale di fiamme sul pezzo di strada tra i due veicoli. Ci siamo fermati tutti. Adam ha acceso i tergicristalli della Storm, ma vedendo che servivano solo a spalmare l’olio ha imprecato. “Era meglio la molotov”, ha detto. Lo Humvee ha cominciato a fare manovra per tornare indietro.

“Ma che faranno?”, ho chiesto ad Adam. “Be’, se riescono a prenderli, possono sparargli alle gambe”, ha risposto dal sedile posteriore Rooey, il marconista. Dal punto di vista dei militari, lanciare una bottiglia molotov è un’aggressione di livello più alto che lanciare sassi. Di solito, se la provocazione è violenta ma non rischia di avere effetti letali, sparano sotto il ginocchio. I bambini israeliani fanno perfino un gioco che somiglia un po’ a palla avvelenata, in cui bisogna cercare di colpire l’avversario sotto il ginocchio. Lo Humvee è sparito per dieci minuti, il tempo di
fare una rumorosa incursione nei vicoli di Jiljilya. Poi è riapparso negli specchietti retrovisori: i lanciatori erano fuggiti.

Rientrati alla base, ho notato che Omer era più preoccupato del solito: “Bottiglie e sassi sono normali, ma le molotov… su quella strada non era mai successo”, mi ha spiegato. “È una cosa seria: vuol dire che sono pronti ad attaccarci. Una molotov può davvero far esplodere un’auto”. “Ma i veicoli corazzati non dovrebbero essere in grado di resistere?”, gli ho domandato. “In teoria”, ha risposto. Il giorno dopo, Omer e un gruppetto di soldati hanno creato un posto di blocco notturno sul tratto di strada deserto fra Sinjil e Jiljilya. Erano le due del mattino, era molto buio e non si sentiva un rumore. Guardando verso ovest si vedevano il Mediterraneo e le luci scintillanti di Tel Aviv. Che paese piccolo.

Per strada non c’era quasi nessuno. Ma anche quando ci sono “pochissime probabilità di contatto effettivo con attività terroristiche”, ha spiegato Omer, “un
blocco stradale improvviso crea incertezza, perché diventa impossibile sapere
quando uscire di nascosto da un villaggio senza incappare in un controllo”. E ha
aggiunto: “Operare in luoghi e tempi diversi abbassa il livello della minaccia rivolta
alle nostre forze”. Quando finalmente la prima auto si è avvicinata al blocco stradale, gli uomini di Omer hanno acceso all’ultimo momento dei proiettori molto potenti che hanno spaventato a morte il conducente. Era un farmacista e stava rincasando dopo aver approfittato della calma notturna per rifornire il negozio. Non ha fatto obiezioni quando i militari hanno chiesto di perquisire il bagagliaio, il sedile posteriore e perfino il cofano della sua auto. Dopo un’ora e altre due auto siamo rientrati alla base.

Khaldun, palestinese
Quando il nostro taxi è passato accanto al checkpoint British police sulla statale 60, ormai abbandonato, Khaldun al Khatib, studente dell’università di Bir Zeit, vicino a Ramallah, l’ha indicato come un punto di riferimento, proprio come aveva fatto Omer. Solo che per lui il nome del checkpoint era diverso: Ayun al Haramia (gli occhi dei ladri), e il massacro degli israeliani a opera del cecchino misterioso non era stato una tragedia, ma un trionfo: “Anche noi palestinesi continuiamo a non sapere come ha fatto”, ha spiegato Khaldun raggiante. “Altro che Uomo Ragno!”.

Ancora una volta percorrevo la statale 60 diretto a sud: stavo tornando in una zona ormai familiare, ma con una guida così diversa che avevo l’impressione di trovarmi altrove. Ahmed, un mio conoscente che studia in Pennsylvania, mi aveva suggerito di contattare suo fratello Khaldun. È stato proprio lui, quando sono arrivato a Ramallah e gli ho parlato del mio interesse per i checkpoint, a proporre di andare verso sud per trascorrere il fine settimana dai suoi, a Hebron. Spesso, mi ha detto, montano un posto di blocco a pochi isolati da lì.

Khaldun è un bel ragazzo di 22 anni, magro e pieno d’energia. Frequenta il terzo anno di psicologia a Bir Zeit. Per scendere a sud abbiamo preso più di un taxi, cambiando ogni volta che ce lo imponeva un checkpoint o una barriera. Secondo la mia guida, nessun checkpoint è inespugnabile: “Mostramene uno”, mi ha detto più volte, “e io ti mostrerò come aggirarlo”. Il primo esempio che mi ha fatto è il checkpoint di Qalandia, tra Ramallah e Gerusalemme: se sei disposto a fare una lunga deviazione e a pagare otto volte il prezzo normale della corsa in taxi, puoi evitarlo. È esattamente quello che abbiamo fatto a sud di Ayun al Haramia: abbiamo cambiato taxi a un incrocio chiamato Arram e alla fine ci siamo ritrovati al parcheggio delle auto pubbliche appena a sud di Qalandia. Grazie a quel percorso tortuoso e costoso ho capito perché la maggior parte dei palestinesi si rassegna ad attraversare il checkpoint.

In altri punti, mi ha spiegato Khaldun, le tattiche di aggiramento sono più rischiose. Si può evitare un checkpoint prendendo una strada secondaria sterrata o un sentiero isolato, ma i soldati non sono stupidi: sanno benissimo che nella rete ci sono dei buchi e mandano le loro pattuglie a prendere i pesci che cercano di approfittarne. Ogni palestinese conosce aneddoti come quello che mi ha raccontato un cameriere di Nablus. Una sera, tornando a casa dopo il lavoro, ha trovato chiuso il checkpoint di Hawara e ha pensato di aggirarlo salendo sul monte Gerizim, ma ha incontrato due soldati che l’hanno picchiato e gli hanno puntato una pistola alla tempia. I taxi sor-presi nel tentativo di aggirare i checkpoint vengono regolarmente multati o
addirittura confiscati.

Nonostante ciò, Khaldun mi ha ripetuto in tono di sfida: “Loro chiudono una strada? E noi ne troviamo altre cento! Anzi”, ha proclamato, “ci facciamo delle nuove strade! Dove vogliamo noi!”.

Cominciavo già a credergli, quando il nostro taxi si è fermato davanti all’università
di Al Quds, a Gerusalemme Est. Dall’altro lato della strada, la vista panoramica della città era stata cancellata da un lungo tratto della nuova barriera di sicurezza costruita da Israele: una struttura spoglia e imponente che corre lungo il bordo dei polverosi campi sportivi dell’università. Secondo il progetto originario il muro doveva passare attraverso i campi, rendendoli inutilizzabili, ma dopo l’intervento del segretario di stato americano Condoleezza Rice è stato modificato. “La strada per aggirare questo qui non riuscirete a farla”, ho fatto notare a Khaldun. Lui mi ha guardato di sbieco e per il resto del viaggio non è più tornato sull’argomento.

Quando siamo arrivati vicino a Hebron, Khaldun ha chiamato il padre al cellulare per avvisarlo di venirci a prendere in centro. Ma il padre, Awni al Khatib, ci ha richiamati subito dopo: al checkpoint vicino a casa la fila era così lunga che ci avrebbe messo delle ore. Meglio vedersi altrove. E così, arrivati in vista dell’abitato, il taxi ci ha lasciati sul bordo della strada. Abbiamo scavalcato un cumulo di terra alto un metro e mezzo (l’esercito ne ha disseminati a centinaia per limitare l’accesso dei palestinesi alle grandi arterie, come la statale 60) e ci siamo fatti quattrocento metri a piedi fino a una viuzza dove abbiamo incontrato il padre di Khaldun, Awni, un uomo simpatico ed estroverso di poco più di cinquant’anni. A bordo della sua
Polo Volkswagen c’era anche il figlio minore, Muhammad. In dieci minuti siamo
arrivati a un incrocio completamente intasato da lunghe code di auto e di camion.

“Accidenti”, ho esclamato. Khaldun ha avuto una reazione completamente diversa:
“Ma che dici! Siamo arrivati!”, ha esclamato. È sceso dalla Polo, ha attraversato la strada insinuandosi tra i paraurti delle auto in coda e ha aperto un cancello che dava sul vialetto d’accesso di casa sua. Ci sono voluti cinque minuti buoni per riuscire a passare con l’auto tra gli altri veicoli. “Vede che cosa ci tocca sopportare?”, mi ha detto Awni mentre Khaldun richiudeva il cancello dietro di noi. La lunga coda di auto e camion era provocata dal checkpoint che si trovava poche centinaia di metri più avanti. “Ai posto di blocco”, mi ha spiegato Khaldun, “non ci sono mai soldati a sufficienza, così le attese durano di più”.

La vita della famiglia Al Khatib è stata stravolta dal checkpoint che le hanno costruito sotto casa

Awni è uno scienziato: dopo la laurea alla State university dello Utah ha preso
un dottorato in chimica inorganica all’università della Florida a Gainesville. Inoltre è stato visiting scholar presso l’università dell’Oklahoma grazie a una borsa di studio. La sua famiglia, composta da sei persone, si è trasferita a Hebron anni fa. Nei primi tempi hanno abitato in un appartamento, poi Awni è diventato vicepresidente dell’ateneo cittadino e ha potuto costruire questa bella casa sul fianco di una collina in un quartiere periferico, con un balcone, aiuole fiorite e una magnifica vista sugli uliveti che ricoprono il fondo valle.

La vita della famiglia Al Khatib è stata stravolta nel 2001, quando le hanno
costruito un checkpoint proprio sotto casa. Mentre la madre di Khaldun, Latifa, ci serviva il tè nel patio davanti al soggiorno, alcuni palestinesi hanno attraversato
il giardino facendo abbaiare il pastore tedesco di casa. “È tutta gente che cerca di aggirare il checkpoint”, ha spiegato Khaldun. E per far questo, ha aggiunto, devono attraversare di corsa la strada dei coloni che parte da casa Al Khatib e arriva oltre l’uliveto. Così risparmiano un sacco di tempo (sempre che nessuno li fermi).

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Mi è venuta la curiosità di sapere quanto tempo si risparmiava. Così il giorno dopo siamo andati a piedi nella strada dove c’era il checkpoint. Un soldato faceva la guardia su un cavalcavia e altri due stavano in basso. Mi sono messo in fila con una quarantina di palestinesi che aspettavano con impazienza che i militari si occupassero di loro. Ho scoperto che essere americano non serviva ad accelerare le procedure. Dopo più dimezz’ora, quando finalmente è arrivato il mio turno, un giovane soldato israeliano con i capelli rossi ha esaminato i miei documenti e, facendosi più vicino, mi habisbigliato che quella città era pericolosa. “Se fossi in lei, mi arrampicherei lassù”, ha detto indicando la strada dei coloni costruita sul terrapieno. “Farei l’autostop e me ne andrei via di qui”. L’ho ringraziato per la premura: con tutto quello che aveva da fare, non toccava certoa lui preoccuparsi della mia sicurezza. “Sono sicuro che andrà tutto bene. Mi accompagna un amico”, gli ho detto indicando Khaldun. Con aria sorpresa ci ha lasciato passare.

La guerra del duemila
Omer non faceva che parlare di “vecchia statale 60” e “nuova statale 60”. Un giorno
gli ho chiesto spiegazioni e lui mi ha raccontato che il vecchio tracciato univa le principali città palestinesi della Cisgiordania. Ma con la crescita degli insediamenti
israeliani nei Territori – e visto che i coloni avevano dei problemi ogni volta che attraversavano i centri abitati palestinesi – erano state create delle circonvallazioni. I lavori sono stati realizzati soprattutto alla fine degli anni novanta. Oggi il grosso del tracciato della statale 60 – che aggira non solo le città, ma anche molti villaggi – è formato proprio da queste “bretelle”.

Una mattina l’intelligence ha diffuso una segnalazione: alcuni attentatori provenienti da Nablus si sarebbero diretti verso i posti di blocco a sud. Così Omer ha deciso di crearne uno nel punto in cui la nuova statale 60 incrocia la vecchia,
proprio sotto la base della sua compagnia. Un terrorista poteva decidere di evitare le arterie principali, con i loro checkpoint permanenti, e preferire le strade secondarie, pur sapendo che ci avrebbe messo più tempo.

Così, a metà mattinata uno Humvee ha portato quattro soldati al punto dove dovevano piazzare il checkpoint, e io li ho accompagnati. Il responsabile dell’operazione era Ori, 21 anni, uno degli uomini più fidati della compagnia di Omer. Ori ha subito scaricato dallo Humvee due casse di munizioni con il cosiddetto
pakal machsom, cioè l’occorrente per il checkpoint: fari, un cartello di avvertimento
montato su un treppiedi e due file di “denti di drago”, ovvero delle bande chiodate pieghevoli, lunghe quasi due metri l’una, da piazzare sulla strada per costringere le auto a fermarsi.

La sera prima, alla base, avevamo ce-nato all’aperto e avevo avuto modo di parlare a lungo con quel ragazzo. Non molto alto, attraente e scrupoloso, Ori aveva fatto otto mesi in marina e poi due anni nell’esercito. Come molti suoi commilitoni si stava ancora adattando al passaggio dalla vita attiva di un militare impegnato in missioni di pattugliamento intorno a Nablus a quella relativamente inattiva della guardia di un checkpoint. “A Nablus ti senti un guerriero”, mi ha spiegato Ori. “Fai degli arresti, consegni i criminali alla giustizia. Qui invece non vedi mai i risultati del tuo lavoro. La cosa difficile è reggere alla pressione che ti mettono addosso tutte queste persone, con i loro problemi, e i tuoi uomini che ti osservano per vedere come te la cavi. Nel frattempo devi affrontare le minacce in agguato nella borsa di una donna, nel motore di un condizionatore, dietro alla collina più vicina, in una bomba a mano
che può arrivare anche da cinquanta metri di distanza”. A quelle parole di Ori mi è tornato in mente il simbolo del suo plotone, un giocoliere che lancia in aria delle granate.

Il periodo peggiore del suo servizio militare, mi ha raccontato Ori, erano stati i tre mesi trascorsi al checkpoint di Hawara e, più di recente, i compiti rischiosi che aveva svolto a Gaza. Qui era stato spedito il giorno dopo che una granata montata su un razzo aveva ucciso cinque militari israeliani che viaggiavano a bordo di veicoli corazzati per il trasporto truppe. Mentre piovevano le pallottole dei cecchini, Ori aveva dovuto cercare di recuperare i resti dei cadaveri perché i parenti avessero qualcosa da sotterrare.

Quel giorno, però, Ori era di nuovo a un checkpoint, a combattere contro il caldo e la noia di esaminare uno per uno tutti i documenti di una lunga e lenta fila di auto. La coda arrivava oltre una collina. Mi è tornata in mente la scena a cui avevo assistito con Khaldun a Hebron. Ori, piantato sull’asfalto, faceva segno a un veicolo alla volta di portarsi in testa alla fila, e rivolgeva al conducente le poche frasi in arabo che aveva imparato nel corso del suo addestramento:

Wain raieh?, dove vai?

Jai min wain?, da dove vieni?

Lahalak fi al-saiara?, sei solo in macchina?

Laish raieh? Shu al-shughul?, perché ci andavi? A fare che?

Itfi al-saiara! spegni il motore (un ordine che spesso viene ignorato).

Itla min al-saiara!, scendi dalla macchina!

Iftah al-sanduq!, apri il bagagliaio!

Irfa qamisak!, tirati su la camicia!

Per tutta la mattina sono rimasto a osservare Ori e i suoi colleghi al lavoro. Li ho visti fermare un’ambulanza e far scendere tutti, compreso il vecchio che i barellieri stavano portando in ospedale e che sembrava ormai moribondo. In seguito, per difendersi, Ori e altri soldati mi hanno fatto notare che le ambulanze erano state usate in più di un’occasione per trasportare esplosivi.

Li ho visti costringere una donna incinta ad aspettare più di venti minuti sotto il sole

Ho visto i soldati permettere alle auto con la targa israeliana – gialla e nera, a differenza di quella palestinese bianca e verde – di evitare la fila e superare il checkpoint usando la corsia riservata ai veicoli in entrata. Quasi tutti i conducenti, prima di procedere, rallentavano per scambiare un’occhiata con Ori, ma alcuni sono passati a tutta velocità.

Li ho visti costringere una donna incinta ad aspettare più di venti minuti sotto il sole cocente, mentre un soldato, all’interno della base, passava la sua carta d’identità al computer.

Li ho visti ordinare a un gruppo di palestinesi di scendere da un taxi di servizio lasciando a bordo un ferito con un piede avvolto da garze macchiate di sangue… Mi sono chiesto cos’era successo. Temendo una trappola, Ori aveva ordinato all’uomo, visibilmente sofferente, di scendere dal taxi e portargli i documenti zoppicando. Terminati i controlli e ottenuto il via libera, gli altri passeggeri l’hanno trasportato a braccia fino al taxi.

Ho visto una vecchia scendere dall’auto su cui viaggiava e imboccare la strada a piedi dicendo che il marito poteva raccoglierla dopo aver superato il checkpoint, ma lei non aveva intenzione di aspettare un minuto di più: “Dài, sparami addosso!”, ha
detto a Ori mentre gli passava accanto.

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Dopo circa tre ore è arrivato Omer e ha deciso che il checkpoint aveva finito il suo compito, anche se non era stato intercettato nessun terrorista armato di esplosivo né erano stati sequestrati materiali pericolosi. Tornati alla base, Ori ei suoi compagni si sono disfatti del loro pesante equipaggiamento e tutti contenti si sono seduti a tavola. Durante il pasto Ori mi ha detto che gli sarebbe piaciuto fare il militare ai tempi dell’Haganah, l’organizzazione militare che c’era prima delle Fid, le Forze israeliane di difesa, o di un’unità scelta d’attacco come il Palmach. Quelli, ha detto, erano combattenti volontari, che non avevano bisogno di reclutamento: vivevano e lavoravano insieme per un unico obiettivo. “Adesso invece è tutto così complicato… Non sai mai chi ha ragione e chi ha torto, e ogni volta ti chiedi se hai fatto la cosa giusta”.

Di sicuro, all’alba del ventunesimo secolo – quando la cosa più difficile non è assumere il controllo di un territorio (che sia la Cisgiordania, la Cecenia o l’Iraq),
ma tentare di amministrarlo dopo averlo conquistato – questi sentimenti sono condivisi da migliaia di soldati, non solo israeliani, ma anche russi e americani. Oggi il campo di battaglia non è più una spiaggia, una pianura o una giungla piena di militari, ma una strada o un posto di blocco. E la difficoltà sta nell’individuare il nemico – un adolescente con un lungo soprabito, una donna con una carrozzina
– tra la folla dei civili, evitando al tempo stesso di farsi nuovi nemici. Il grande rischio di questa lotta incessante contro un nemico invisibile è finire per demonizzare anche chi non fa parte della resistenza. C’è poco da stupirsi, allora,
se Ori aveva nostalgia dei vecchi tempi. Né è strano che Omer, al comando di una
base circondata da nemici storici, non temesse una sconfitta nel senso tradizionale
del termine (visto che gli israeliani hanno una superiorità militare schiacciante), ma fosse preoccupato piuttosto delle condizioni psicologiche dei suoi uomini.

Una mattina, arrivando alla base appena prima dell’alba dopo un arresto particolarmente difficile in un villaggio palestinese, Omer si è seduto sulla sua branda e mi ha descritto con aria abbattuta il ragazzo tremante e la madre che singhiozzava. I militari erano riusciti ad arrestare il sospettato, ma il prezzo di quel lavoro era alto, ha detto slacciandosi gli anfibi. “La vera lotta quotidiana”, ha
aggiunto pensando ai suoi soldati, “è quella per conservare un’anima”.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Questo articolo è uscito il 4 agosto 2006 nel numero 653 di Internazionale. Era stato pubblicato sull’Atlantic con il titolo The checkpoint.

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