Scuola per il restauro del mosaico, Ravenna, gennaio 2012.

In Italia ci sono anche scuole a casa e asili nei boschi

Scuola per il restauro del mosaico, Ravenna, gennaio 2012.
27 febbraio 2016 10:49

Nel 2013 Tilda Swinton ha cofondato una scuola d’ispirazione steineriana, la Drumduan Upper school, nel nord della Scozia. Lo ha fatto, racconta al Guardian, perché i suoi due gemelli potessero andare in una scuola speciale, una scuola dove si insegna “la vita di tutti i giorni”.

La famosa attrice britannica, educata in una severa scuola nel Kent, è oggi un’artista inventiva, originale. Avrebbe sviluppato una personalità così inconfondibile se avesse studiato alla scuola steineriana “costruendo canoe e caramellando cipolle”, al costo di 7.500 sterline all’anno?

Ma soprattutto: Tilda – che si poi è laureata a Cambridge in scienze politiche e non ha mai nascosto le sue simpatie per l’estrema sinistra – è certa che i figli non maturino un senso di elitarismo, di superiorità? Oggi il mondo è cambiato, le ideologie sono sepolte, qualcuno potrebbe obiettare. Oppure: perché non fa beneficenza la ricca Tilda? Ma i soldi per la scuola sono sempre ben spesi, direbbe qualcun altro.

Di certo la pensano così alcuni genitori (non necessariamente ricchi come lei) che oggi, nel nostro paese, stanno facendo grossi sforzi (a volte proprio titanici), per dare ai figli un’istruzione diversa da quella che offre la scuola statale.

Sono famiglie nelle quali è sempre più forte un disamore verso un’istituzione che mira a formare una classe, più che dirigente, “consumante”: bambini destinati a vivere, comprare e lavorare. Piccoli produttori. Famiglie convinte, invece, che la scuola debba puntare a una felicità democraticamente condivisa e non solo essere “una ginnastica d’obbedienza”, come cantava Fabrizio De André molti anni fa

Un movimento frastagliato

La volta scorsa, ho cercato di raccontare qui alcune storie di scuole resistenti e sperimentali, all’interno dell’istituzione scolastica. Ora invece mi addentro in questo piccolo ma crescente movimento, costituito da famiglie che non accettano il compromesso di cui sopra, e decidono di farsela da soli, la scuola per i loro figli.

Come quella di Tilda, insomma, anche se un po’ meno cara. Secondo i dati Istat la percentuale di bambini che frequentano la scuola pubblica e quelli che frequentano la privata in Italia è rimasto invariata negli anni, mentre è in lieve crescita il numero di studenti che non frequentano nessuna scuola, i cosiddetti homeschooler o che frequentano le scuole parentali o non paritarie.

Erika mi spiega che i suoi bambini non hanno orari fissi di lezione né seguono i programmi

All’ufficio statistiche del ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (Miur) non ci sono ancora dati che riguardano l’istruzione parentale. Il numero di bambini che studiano a casa o in scuole genitoriali o non iscritte all’albo non è quantificabile: questi studenti risultano comunque iscritti a scuola o almeno secondo la legge i genitori dovrebbero iscriverli e poi comunicare alla scuola in questione che il bambino è in “istruzione parentale” e la scuola a sua volta dovrebbe avvertire il Miur: entrambi i passaggi però non sempre sono rispettati e quindi per il ministero questi bambini non esistono.

Si può parlare in ogni caso di un movimento di opinione, un movimento di certo frastagliato, che esiste in realtà dagli anni settanta, ma che oggi sta prendendo una forma meno politicizzata (o meglio, per nulla politicizzata), ma più strutturata, con numerosi eventi a cui partecipare, che segnalerò nel corso di questo articolo.

Spesso chi cerca un’alternativa alla società dei consumi è anche chi compra cibo sano, preferisce un parto non medicalizzato, preferisce la medicina naturale e in taluni casi sceglie di non vaccinare i figli. La rivista Terra Nuova organizza a Vaiano (Prato) una festa-convegno chiamato Tutta un’altra scuola a cui partecipano “persone di tutti i tipi”, dice Claudia Benatti coordinatrice del progetto, “operatori di scuola pubblica, semplici insegnanti, famiglie che non si ritrovano nella scuola frequentata dai figli e famiglie che hanno già fatto scelte differenti”.

È molto utile la mappatura fatta da Terra Nuova, scaricabile gratuitamente qui, un ricco elenco dettagliatissimo di alcune scuole che offrono un’alternativa concreta, sia nell’ambito delle scuole paritarie sia in quello statale.

Homeschooling e scuole parentali

Una delle animatrici di Tutta un’altra scuola e riferimento italiano per l’homeschooling è Erika Di Martino. Trentacinque anni e cinque figli, Di Martino, italoamericana, vive in provincia di Pavia ed è un’ex insegnante di inglese. Da una decina d’anni è la maestra dei suoi figli e nei ritagli di tempo (“quando qualcuno dei miei figli fa uno sport e la piccola dorme”) lavora facendo la consulente familiare. Di Martino ha scritto il primo libro italiano sull’homeschooling e mentre parliamo su Skype culla e allatta con estrema allegria la sua ultima arrivata:

Quello che la gente non capisce è che la mia è una scelta facile, non eroica! È molto più economico fare homeschooling: non ho spese, non compro libri di testo, zaini, nulla. I bambini seguono i loro ritmi e imparano. Mio marito fa l’impiegato e prende spesso dei congedi parentali. I bambini sono molto più indipendenti di quel che si pensa, soprattutto se sei abituato a condividere il tempo con loro. È molto difficile da capire per i genitori che sono sempre fuori casa: oggi non c’è più l’abitudine a stare assieme. E me ne accorgo quando lavoro come consulente con famiglie che scelgono la via dell’homeschooling: per adattarsi gli uni agli altri, genitori e figli, ci mettono almeno un anno.

Erika mi spiega che i suoi bambini non hanno orari fissi di lezione né seguono i programmi (“altrimenti li avremmo mandati a scuola”) ma sono liberi di imparare facendo le cose di tutti i giorni. I bambini non andranno alle medie né al liceo. “Quando sarà e se vorranno studiare all’università, allora faranno l’esame di terza media e la maturità”.

Da un certo punto di vista l’homeschooling e le scuole parentali rappresentano una resa. Si rinuncia a cambiare la scuola e dunque il mondo, e ci si concentra solo sul benessere individuale dei propri bambini. “Ho nutrito molte speranze nella scuola pubblica, ci ho anche insegnato, e spero che un cambiamento ci sia ma non posso stare ad aspettare. È adesso il momento in cui i miei figli crescono!”.

Istituto comprensivo statale E. Morosini e B. di Savoia, Milano, maggio 2011.

Anche Di Martino mi conferma che non ci sono dati sugli homeschooler, anche se secondo lei il numero di bambini che studiano a casa è oggi “attorno al migliaio, e in forte crescita… lo vedo dal numero crescente di email che ricevo e dalle adesioni alle giornate di Rimini che organizzo ogni anno” (il quarto incontro nazionale sull’educazione parentale sarà dal 17 al 21 giugno).

Orari che non coincidono mai

Arrivati a questo punto la maggior parte dei lettori di questo articolo starà pensando: “Ma questi ragazzi riusciranno a portare avanti gli studi? A lavorare? Che adulti saranno?”. In Italia sono ancora pochi gli ex bambini che hanno fatto questo percorso. Io ne ho incontrati alcuni.

Uno è André Stern, che ho conosciuto solo attraverso la lettura del suo Non sono mai andato a scuola (Nutrimenti), un libro molto rassicurante. André è figlio dell’educatore tedesco Arno Stern, e nel suo libro risponde a tutti gli assilli del genitore. No, mette subito in chiaro Stern, non bisogna essere particolarmente sapienti per fare scuola ai propri figli. Ma Stern non fa proselitismo né offre una soluzione che vada bene per tutti, si limita a raccontare come per lui sia stata un’esperienza bella e stimolante. E a scanso di equivoci dice: “Noi non siamo mai stati una famiglia agiata. La nostra priorità era stare assieme”.

Poi ho conosciuto i tre figli di Etain Addey, inglese ma umbra d’adozione, che racconta con grande gioia la sua esperienza in Acque profonde (Fiori Gialli). Addey, contadina per scelta e grande naturalista, ha educato i figli a casa (oggi tutti laureati, postdottorati e con una buona occupazione).

Se non si è d’accordo con la società di consumismo e guerra permanente, è molto strano mandare i propri figli a fare gli apprendisti! È chiaro che questa società ha anche dei valori positivi, ma il miscuglio di valori positivi e politiche reali aggressive crea confusione negli adulti, figuriamoci nei giovani. Non è che per fare questa scelta un genitore debba per forza avere uno stile di vita radicale, ma certo che l’indipendenza del ritorno alla terra crea un contesto fertile per i ragazzi.

È innegabile che esista un problema sociale. Quella in cui viviamo è una società postfamiliare, dove non ci sono più le reti allargate di aiuti, soprattutto nelle città, e nel frattempo scarseggiano sempre più i soldi per baby-sitter o lezioni private. Ma soprattutto è una società dove si sta molto poco assieme. Gli orari dei bambini e gli orari dei genitori non coincidono quasi mai.

La scuola del fare

“È stato un malessere della nostra famiglia che ci ha spinto a partire e a cambiare”, racconta Anna, insegnante delle scuole superiori e coregista con il marito Lucio del film Unlearning, un documentario autoprodotto che sta girando per le sale e le aule universitarie. Il film racconta di una coppia con una bambina di cinque anni che prende una pausa dalla routine quotidiana viaggiando per sei mesi attraverso ecovillagi, scuole libertarie, fattorie vegane e incontrando famiglie che hanno scelto di istruire i figli in modo diverso.

Tornati a Genova, Lucio e Anna lasciano che la bambina vada alla scuola pubblica dove l’avevano iscritta prima di partire. E il film finisce così. Ma poi, mi racconta Anna, terminato l’anno scolastico, cambiano idea e mandano la bimba alla scuola libertaria Officina del Crescere che costa 200 euro al mese, poco più di quello che spendevano per la mensa scolastica. “Lei non si trovava male, ma nel viaggio aveva visto altro e noi abbiamo voluto darle questa possibilità. È stata una conquista graduale e molto combattuta, e lo dico da insegnante di scuola pubblica”, conclude Anna.

Cecilia Fazioli, pedagogista, madre di due bambini che frequentano il Progetto Educativo Campovolo di Faenza mi spiega che le scuole parentali hanno varie strutture e forme, e troppo spesso nascono e muoiono come funghi:

Non ci piacciono le definizioni, per noi questa è semplicemente una scuola. Una scuola dove si rispettano le tappe, non si corre, non si usano i computer fin dalla prima elementare. Una scuola del fare. Però ci diamo delle regole, per esempio non facciamo noi i maestri ai nostri figli, ma abbiamo chiamato insegnanti da fuori. La retta è di 330 euro al mese e anche così si coprono a mala pena le spese… I maestri prendono sette euro l’ora! Però crediamo in un progetto di trasformazione sociale. Perché oggi la scuola pubblica non è più innovatrice, non aiuta i ragazzi a farsi un pensiero critico e non li aiuta a capire quali sono i loro talenti.

Faenza, tra l’altro, sarà il teatro ad aprile di un altro appuntamento importante per la “scuola che cambia”, il Festival della comunità educante.

Educazione emozionale

Un’amica che insegna in una prima media statale a Bologna ha dato un compito ai suoi alunni. Descrivete la scuola che vorreste, con tanto di materie e orari di lezioni. Le scuole immaginate dai bambini sono anche architettonicamente molto fantasiose e “libere” rispetto alla scuola che vivono. Giulia, per esempio, immagina una scuola “fatta con canne di bambù con il tetto di paglia”.

Oltre alle materie tradizionali che comunque cita, Giulia propone “escursionismo, conoscenza animale, animalese, musica, costruzione artigianale”. Una scuola che non si discosta troppo dalla Waldkindergarten o “scuola nel bosco”, un progetto nato in Danimarca negli anni cinquanta e poi fiorito in Germania e oggi esportato anche qui da noi.

Ci sono ancora poche scuole d’infanzia e primarie di questo tipo in Italia, ma il fenomeno desta molta curiosità. Io sono andata a visitare L’asilo nel bosco di Ostia Antica, vicino a Roma. Il maestro Paolo Mai mi racconta del loro esperimento mentre passeggiamo in un vero e proprio parco costellato da qualche grossa casa colonica: la natura è rigogliosa e selvaggia, c’è un orto molto ben organizzato, casette di legno, molti animali.

Fuori dell’istituto comprensivo statale E. Morosini e B. di Savoia, Milano, maggio 2011.

I bambini dell’asilo, che sono una trentina, pranzano all’aperto su dei tavolini bassi, con le galosce e le felpe un po’ infangate. Quelli della primaria sono invece dentro una delle case, seduti per terra su dei cuscini e studiano su tavolini bassi. Uno dei bimbi saltella fuori e abbraccia il maestro, così senza dire nulla. Del resto tra le materie qui ce n’è una che si chiama “educazione emozionale”.

“In realtà, la nostra scuola è pubblica, anche se è un progetto sperimentale. Le famiglie partecipano con delle donazioni in denaro o in tempo dedicato ad alcune funzioni all’interno della scuola. Per noi può partecipare chiunque indipendentemente dalla possibilità di pagare. Vorremmo che questa esperienza diventasse per tutti e farla assaggiare a un gruppo di bambini ci pare un primo passo…”. A marzo uscirà il libro con dvd L’asilo nel bosco. Un nuovo paradigma educativo di Emilio Manes, ordinabile qui.

Quando lascio la scuola nel bosco penso a quello che scriveva Maria Montessori più di un secolo fa:

La natura, in verità, fa paura alla maggior parte della gente. Si temono l’aria e il sole come nemici mortali. Si teme la brina notturna come un serpente nascosto tra la vegetazione. Si teme la pioggia quasi quanto un incendio… Il bambino, invece, ha bisogno di vivere naturalmente, e non soltanto di conoscere la natura.

Princìpi già chiarissimi anche a un altro rivoluzionario della pedagogia, Rudolph Steiner. Tra l’altro è interessante notare che Steiner e il movimento a cui diede vita, le cosiddette scuole Waldorf – chiamate così perché il suo primo committente era l’industriale Emil Molt, proprietario della fabbrica di sigarette Waldorf Astoria – subirono una sorte simile a quelle di Maria Montessori: le scuole steineriane in Germania furono infatti chiuse durante il nazismo, per poi rifiorire negli anni settanta, ma nel frattempo si moltiplicarono all’estero.

Oggi nel mondo esistono circa un migliaio di scuole steineriane e 1.700 asili (in alcuni casi si trovano in paesi non industrializzati o in zone disagiate) e quello steineriano è il movimento laico di scuole indipendenti maggiormente diffuso. In Italia la prima scuola è stata quella di Milano negli anni quaranta; il fenomeno è “in aumento del 500 per cento”, dicono sul sito Educazione Waldorf, l’organo ufficiale del movimento.

Ci si chiede sempre se i bambini in queste scuole restino un po’ ai confini della società. Se non rischino di far parte, senza averlo scelto, di una setta pedagogica. Di certo quelli che reagiscono molto bene sono i loro genitori. Per ammissione di tutti, le famiglie che fanno queste esperienze imparano molto.

Federica Testa, educatrice steineriana nella neonata scuola Steiner/Waldorf di Parma, ha deciso di studiare per diventare maestra solo dopo aver seguito le figlie in questo percorso fin dall’asilo.

Ho capito che non esiste educazione senza una spietata autoeducazione e ho trovato in questa esperienza un nuovo meraviglioso racconto dell’umano, del suo senso e del suo destino. Anche perché il metodo steineriano coglie dell’infanzia proprio il bisogno di meraviglia e di sacralità e considera l’apprendimento come un processo che inizia nell’infanzia, e si protende per tutta l’esistenza.

Molte sono le critiche rivolte dai pedagogisti ai metodi didattici, come quelli di Steiner e Montessori, proprio perché sono modelli unici e a volte paradossalmente rigidi. Una reazione a questo rischio è rappresentata dalla pedagogia di matrice libertaria, a dire il vero la più complessa e storicizzata.

Una pedagogia che tenta sempre di mescolare varie esperienze, senza chiudersi nei metodi, per rimanere sempre avanguardia. Anche se qui non esiste un padre fondatore, se proprio vogliamo andare all’origine, la prima forma di esperimento di questo tipo è quella a cui diede vita lo scrittore russo Lev Tolstoj. Ma le esperienze di personaggi come William Godwin, Ivan Illich o Alexander Neill, che fondò nel 1921 la Summerhill school in Inghilterra – ancora oggi in buona salute e capostipite delle free school di tutto il mondo – sono state fondamentali.

Come spiega Francesco Codello, ex dirigente scolastico di un istituto comprensivo a Treviso, autore del volume La buona educazione (Franco Angeli), “queste sono scuole gestite dalla comunità e non dallo stato. Scuole che non seguono un metodo didattico unico, ma vari pezzi di metodologie, nessuna gabbia”. Le scuole libertarie hanno sempre nomi molto evocativi e si trovano per la maggior parte in zone non metropolitane della penisola. Un elenco incompleto lo trovate sul sito della Rete per l’educazione libertaria, di cui Codello è coresponsabile.

Secondo Amanda Rose Wilder, regista di un documentario molto bello, Approaching the elephant, che racconta proprio una giornata di una scuola libertaria del New Jersey, ci sono oggi nel mondo 262 free school. In alcuni paesi, come la Danimarca e la Nuova Zelanda, queste scuole possono ricevere dei finanziamenti dai comuni, e anche negli Stati Uniti ci sono le charter school, finanziate in parte dalle singole contee. “Qui da noi le scuole libertarie stanno in piedi solo grazie all’autofinanziamento e soprattutto grazie alla solidità delle convinzioni di chi le gestisce. Noi non abbiamo l’ambizione di convincere nessuno. L’importante è trovare il modo di perdurare. Possibilmente, senza fare esperimenti sui bambini, ma dando loro formule già sperimentate”.

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