Il 30 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la nomina di Kevin Warsh a presidente della Federal reserve (Fed), la banca centrale degli Stati Uniti. Negli ultimi mesi Warsh aveva più volte criticato l’istituto, di cui in passato era stato uno dei governatori.
La nomina di Warsh dovrà essere confermata dal senato, dove il Partito repubblicano ha la maggioranza.
Il mandato dell’attuale presidente della Fed, Jerome Powell, scade a maggio.
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“Conosco Kevin da molto tempo e non ho alcun dubbio che passerà alla storia come un GRANDE presidente della Fed, forse il più grande. Congratulazioni Kevin!”, ha affermato Trump sul suo social network Truth Social.
Dopo l’annuncio, l’economista Samuel Tombs, della Pantheon Macroeconomics, ha invitato a non trarre conclusioni affrettate sulle conseguenze della nomina sulla politica monetaria degli Stati Uniti.
“È ragionevole supporre che abbia detto al presidente di essere favorevole a un taglio dei tassi d’interesse, altrimenti non sarebbe stato nominato. Ma la natura di ‘falco’ di Warsh potrebbe riemergere una volta ottenuto l’incarico”, ha dichiarato in una nota.
Nel gergo delle banche centrali, un “falco” è qualcuno che sia molto attento alla lotta contro l’inflazione e diffidente nei confronti di tassi bassi. Warsh era classificato in questa categoria quando era uno dei governatori della Fed (2006-2011).
Il 29 gennaio Trump aveva ribadito che secondo lui i tassi d’interesse sono “intollerabilmente troppo alti”.
La sera dell’11 gennaio Powell aveva annunciato che la Fed era minacciata da azioni legali del dipartimento della giustizia, che si aggiungevano alle molteplici pressioni esercitate nell’ultimo anno dal presidente statunitense Donald Trump.
“La Fed ha ricevuto una convocazione del dipartimento della giustizia che potrebbe portare a un’accusa penale, legata a una mia audizione del giugno scorso su un progetto di ristrutturazione della sede dell’istituto”, aveva spiegato in un comunicato.
Secondo lui, la convocazione rientrava nelle pressioni esercitate da Trump sull’istituto per spingerlo ad abbassare maggiormente i tassi d’interesse, in un momento in cui l’inflazione rimane però al di sopra dell’obiettivo del 2 per cento.
Il giorno dopo tre ex presidenti della Fed avevano contestato l’azione legale, denunciando un uso politico della giustizia per minare l’indipendenza dell’istituto.
“Una cosa simile non può avere posto negli Stati Uniti”, avevano affermato in un comunicato congiunto Alan Greenspan, Ben Bernanke e Janet Yellen.
Anche alcuni senatori repubblicani avevano contestato l’azione legale, dichiarando che non avrebbero accettato alcuna nomina di Trump alla Fed fino a quando il procedimento non fosse stato archiviato.