L’11 febbraio la camera dei rappresentanti ha approvato, con 219 voti a favore e 211 contrari, una risoluzione che chiede la revoca dei dazi doganali contro il Canada. Sei deputati repubblicani hanno votato a favore, sfidando il presidente Donald Trump.
Il testo passerà ora all’esame del senato. Ma anche se fosse approvato, andrebbe incontro al veto di Trump, che ha fatto dei dazi la pietra angolare della sua politica economica.
A quel punto, per aggirare il veto presidenziale servirebbe una maggioranza dei due terzi al congresso, cosa impossibile considerando gli attuali equilibri alla camera e al senato.
La risoluzione ha quindi un significato soprattutto simbolico.
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Prima della votazione Trump aveva lanciato un avvertimento sul suo social network Truth Social ai deputati repubblicani pronti a votare a favore della risoluzione: “Ne pagheranno le conseguenze nelle elezioni di metà mandato, e anche prima, nelle primarie”.
“I dazi sono fondamentali per la sicurezza economica e nazionale degli Stati Uniti, e nessun repubblicano dovrebbe metterli a rischio”, aveva aggiunto.
Nonostante le minacce, sei deputati repubblicani si sono uniti ai democratici, risultando decisivi per l’approvazione.
La votazione si è tenuta dopo la scadenza di un provvedimento che vietava al congresso di mettere in discussione i dazi. Il presidente repubblicano della camera, Mike Johnson, aveva cercato fino alla sera prima di prorogarlo, senza successo.
Sostenitori del libero scambio, molti repubblicani disapprovano più o meno apertamente la politica protezionistica di Trump, senza contare che in base alla costituzione statunitense il potere d’imporre i dazi spetterebbe al congresso.
“Non possiamo e non dobbiamo rinunciare alle nostre prerogative”, aveva affermato sul social network X, prima di votare a favore della risoluzione, il deputato repubblicano Don Bacon.
“So per esperienza che i dazi non sono altro che una tassa sui consumatori statunitensi”, aveva aggiunto.
Il Canada, come altri partner commerciali degli Stati Uniti, è stato colpito da successive ondate di dazi imposti da Trump dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, nel gennaio 2025.