La foto della ragazza con l’auto bruciata e altre storie

10 maggio 2015 20:08
  1. “If citizenship is no different than a private club with arcane rules for admission, how can we continue to allow the color of our passports to shape the fate of millions of children like Patience?”. La storia dell’adozione impossibile di una bambina libica da parte di una famiglia americana (ma non solo) diventa uno spunto per l’apertura globale delle frontiere nel magnifico reportage di Stephan Faris.
  2. Secondo il Washington Post, il monte Everest dovrebbe essere chiuso per sempre agli scalatori: principalmente perché è sporchissimo, e uccide sempre più persone a causa delle valanghe (e il lavoro degli sherpa è pericoloso e mal retribuito).
  3. Virginia Eubanks analizza i numerosi rischi legati all’utilizzo di algoritmi nelle indagini della polizia, e suggerisce alcune soluzioni per evitarli, fra cui porli sempre in un contesto politico, senza darne per scontata la neutralità.
  4. “Looking at the body, I couldn’t help thinking that in the coming months, more incidents would arise in more American cities. Nobody can predict where and when these killings may happen, only that they will happen, and that the movement will continue to draw attention to them, and that the sense of grief within black America and of constant siege at the hands of the police will not abate”. Un lungo, magnifico articolo del New York Times sull’attivismo nero negli Stati Uniti al giorno d’oggi, e il molto lavoro che c’è ancora da fare nel movimento per i diritti civili.
  5. Stanchi di leggere sui quotidiani di “popolo del web”, necessità di una sorveglianza digitale di massa e altre banalizzazioni? Fabio Chiusi le smonta per voi.
  6. La grande metropoli che produce più rifiuti e spreca più energia è New York. Brian Merchant ne analizza gli aspetti meno sostenibili in un’ottica di design urbano, e spiega perché sarebbe meglio guardare a un esempio come Tokyo quando si tratta di gestire le megacity.
  7. “Being a conscientious and versatile worker had gotten me nowhere”. Di storie sulla disoccupazione giovanile e i lavori tristi, precari e sottopagati cui sono costrette le nuove generazioni, ce ne sono tante. Ma Jackie Roach ha illustrato la sua davvero bene, e con una bellissima conclusione.
  8. Gli 883, lo zagozago, Cecchetto, cosa vuol dire fare il produttore musicale oggi, un fusto di birra, come capire se un dj sfonderà e molto altro nell’intervista di Rolling Stone a Pierpaolo Peroni.
  9. Un bel progetto: la fondazione Arrels di Barcellona ha raccolto la grafia di alcuni senza tetto della città e l’ha trasformata in una serie di font ora in vendita. I ricavi serviranno per aiutare le persone sostenute dalla fondazione (a me piace molto la grafia di Guillermo).
  10. Condividere il proprio lutto o quello altrui su Facebook può sembrare di cattivo gusto, ma per Catherine Shoard non c’è motivo di considerarlo meno sincero del dolore “non digitale”.
  11. L’Atlantic raccoglie alcune bellissime fotografie che illustrano “l’arte cinese della massa”.
  12. Il reportage di Eva Giovannini dall’Ungheria di Orban, fra spedizioni punitive contro i rom, difesa della famiglia tradizionale leggi illiberali, e opposizione di destra ancora più estrema (i neofascisti di Jobbik, per cui “i nazisti avevano ragione”).
  13. C’è una nuova rivista letteraria in città: il Colophon. Potreste cominciare a sfogliarla partendo da questo bell’articolo su Gianni Celati.
  14. Condividiamo di tutto sul web, la tecnologia di riconoscimento facciale fa grandi passi avanti, il controllo governativo sul digitale è stato fonte di numerosi scandali: la privacy è morta? Secondo il filosofo Evan Selinger è sbagliata la domanda.
  15. “La foto è esplosa, ha cominciato a circolare. Sul Corriere, al Tg4. Ovunque su Twitter. Ho ricevuto diversi messaggi, qualche telefonata. Mi ha fatto piacere. Era partito un virus che si era proiettato proprio da un mio dispositivo. Euforico e connesso alla rete, come quegli scienziati in camice dei fumetti, con i capelli dritti per aver toccato un cavo in laboratorio”. Ivan Carozzi racconta la storia dell’immagine della ragazza accanto a un’auto bruciata, durante gli scontri del primo maggio a Milano. L’ha scattata lui.
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