In un centro di detenzione per migranti vicino al villaggio di Karareem, in Libia, il 25 settembre 2016. (Manu Brabo, Ap/Ansa)

Perché non è possibile affidare all’Onu i centri per i migranti in Libia

In un centro di detenzione per migranti vicino al villaggio di Karareem, in Libia, il 25 settembre 2016. (Manu Brabo, Ap/Ansa)
07 novembre 2019 11:57

Parlando alla camera il 6 novembre, la ministra dell’interno Luciana Lamorgese ha rivendicato il successo degli accordi siglati da Roma con Tripoli nel febbraio del 2017 (Memorandum Italia-Libia), ma ha fatto pochi riferimenti agli elementi problematici di quegli accordi: gli “inimmaginabili orrori” denunciati dall’Onu all’interno dei centri di detenzione libici in un rapporto della fine del 2018; le violazioni sistematiche dei diritti umani nei centri di detenzione governativi (finanziati dai contribuenti italiani ed europei) descritti da numerosi report e da migliaia di testimonianze; la scarsa capacità della cosiddetta guardia costiera libica di controllare e operare salvataggi in uno dei tratti di mare più trafficati e pericolosi del mondo; l’innalzamento del tasso di mortalità lungo la rotta mediterranea e infine le numerose denunce sul coinvolgimento di interlocutori discutibili, come il clan Dabbashi a Sabratha o il clan Koshlaf a Zawyia (caso di Al Bija), nelle trattative per fermare le partenze di migranti dalla Libia nel 2017.

“Nel 2019 si sono contratti i flussi del 97,2 per cento rispetto al 2017”, ha detto la ministra. “E il Memorandum ha sicuramente contribuito a tali risultati”, ha aggiunto, rivendicando il raggiungimento dell’obiettivo della riduzione degli arrivi di migranti sulle coste italiane, esattamente come avevano fatto i due governi precedenti (Gentiloni e primo governo Conte). Nessun riferimento all’innalzamento del tasso di mortalità lungo la rotta più pericolosa del mondo, né all’assenza di dati ufficiali sulle partenze e sulle morti in mare e nei centri di detenzione libici, nessun riferimento infine alla questione sollevata recentemente da un’inchiesta di Lillo Montalto di Euronews sulla mancanza di un programma di monitoraggio dei soldi pubblici (oltre 90 milioni) spesi negli ultimi tre anni nell’ambito del Memorandum per addestrare la cosiddetta guardia costiera libica. Nell’inchiesta Montalto si chiede: “Diamo milioni di euro alla guardia costiera libica. Chi la monitora? Praticamente nessuno”.

“Nell’ultimo report disponibile (dell’operazione Sophia), quello di luglio 2019, si legge che ogni ‘attività di monitoraggio’ sul personale addestrato (335 persone dal 2016) ‘dovrà essere condizionale al miglioramento generale delle condizioni di sicurezza in Libia, che al momento non consentono al personale della missione di entrare nel paese’. Non solo. Perfino la missione civile di assistenza per la gestione delle frontiere, Eubam, è stata costretta a fare le valigie e ‘trasferirsi a Tunisi, a causa degli scontri nell’area di Tripoli’”, scrive Montalto.

L’Onu nei centri di detenzione
Come era già stato anticipato dal ministro degli esteri Luigi Di Maio la settimana scorsa, la ministra ha dichiarato inoltre di voler convocare la commissione paritetica Italia-Libia prevista dall’articolo 3 del Memorandum, per introdurre delle modifiche all’accordo. Secondo Lamorgese i cambiamenti dovrebbero portare a un maggiore coinvolgimento delle organizzazioni umanitarie nella gestione dei centri di detenzione, a una graduale chiusura dei centri attuali e all’apertura di altri centri, gestiti direttamente dalle organizzazioni internazionali come l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).

L’obiettivo proposto dalla ministra sembra, tuttavia, poco realistico nel breve periodo, se si considera quanto ammesso dalle stesse Nazioni Unite in una conferenza stampa tenuta a Roma il 22 ottobre in cui sono intervenuti sia Vincent Cochetel, inviato speciale dell’Unhcr per il Mediterraneo centrale, sia Jean-Paul Cavalieri, capo della missione per la Libia dell’Unhcr.

I centri di detenzione sono di fatto gestiti dalle milizie, le stesse impegnate al momento nella guerra contro il generale Khalifa Haftar

In Libia al momento ci sono 19 centri di detenzione governativi dove – secondo alcune stime – sarebbero rinchiuse circa cinquemila persone, e le organizzazioni internazionali hanno un accesso limitato e sporadico solo a tre di questi centri. Poi c’è il Gathering and departure facility (Gdf), un centro di transito per rifugiati aperto a Tripoli nell’autunno 2018, in cui dovrebbero essere ospitati tutti i rifugiati che sono stati registrati dall’Unhcr durante le visite ai centri di detenzione, prima di essere spostati dalla Libia in altri paesi come il Niger e il Ruanda con i programmi di trasferimento. Secondo le stesse Nazioni Unite, tuttavia, nemmeno il centro di transito di Tripoli è completamente sotto il controllo dell’organizzazione. “In un primo tempo nel centro erano presenti solo persone che noi avevamo individuato come rifugiati”, spiega Cochetel. “Ora molte delle persone che sono nel centro non le abbiamo individuate noi”.

Cavalieri ha spiegato quali sono i problemi per gli operatori umanitari che lavorano in Libia: “Le nostre visite ai centri devono essere autorizzate dalle autorità libiche, abbiamo uno scarso accesso, poi abbiamo problemi di sicurezza per il personale, inoltre la guerra (che è ricominciata ad aprile, ndr) ha portato una serie di nuovi problemi”. Cavalieri ha spiegato che i centri di detenzione sono di fatto gestiti dalle milizie, le stesse impegnate al momento nella guerra contro il generale Khalifa Haftar, per cui è molto difficile che il governo di unità nazionale guidato da Fayez al Serraj possa imporre la chiusura dei centri di detenzione, perché ha bisogno delle milizie per combattere contro Haftar. “Chiudere completamente i centri di detenzione è improbabile, stiamo cercando alternative alla detenzione, ma dobbiamo essere realisti. Questa è la Libia al momento”, ha detto Cavalieri.

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Anche sui reinsediamenti dalla Libia verso altri paesi, altro elemento che Lamorgese ha promesso di potenziare, i funzionari dell’Onu hanno espresso pessimismo. “Stiamo continuando a fare pressione sugli altri paesi per incentivare i trasferimenti dalla Libia, ma al momento non c’è disponibilità rispetto a questa soluzione e non è possibile reinsediare tutti i rifugiati che abbiamo registrato in Libia”, ha detto Cavalieri. Per questo l’Onu ha spiegato di voler investire nei programmi di insediamento urbano per i rifugiati che consistono nell’erogazione di fondi per sostenerli nella ricerca di un alloggio e di un lavoro. “Bisogna essere realistici rispetto a quello che possiamo fare e quello che non possiamo fare in Libia”, ha detto Cochetel durante l’incontro con la stampa. “Abbiamo cercato di spiegare alle autorità italiane che si dovrebbe evitare che le persone arrivino in Libia, perché una volta che sono entrate nel paese non possiamo più salvarle, perdiamo il contatto con la maggior parte di loro”.

Mentre la ministra Lamorgese riferiva alla camera sul Memorandum con Tripoli, la procuratrice della Corte penale internazionale (Cpi) Fatou Bensouda parlava della situazione libica con toni allarmati al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “C’è stata un’escalation di violenza in Libia nell’ultimo periodo (cento morti tra i civili, 120mila sfollati interni e un aumento delle persone scomparse, rapite e arbitrariamente detenute)”, ha detto Bensouda, che ha inoltre denunciato il clima di assoluta impunità nel paese. Molte persone accusate di crimini di guerra e crimini contro l’umanità su cui pendono mandati di arresto della Cpi vivono nel paese e hanno incarichi militari, senza che sia dato seguito ai mandati di arresto. “La mia squadra continua a raccogliere prove di presunti crimini commessi nei centri di detenzione e sulla possibilità che questi casi che riguardano migranti siano portati davanti alla Cpi”, ha detto Bensouda.

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