Jamila, 23 anni, nel centro di transito di Hamdallaye, Niger, maggio 2019. (Annalisa Camilli per Internazionale)

La vita in Niger dei rifugiati liberati dalle carceri libiche

Jamila, 23 anni, nel centro di transito di Hamdallaye, Niger, maggio 2019. (Annalisa Camilli per Internazionale)
05 giugno 2019 10:07

Il primo giorno in Libia l’hanno presa a botte con un tubo di ferro. I carcerieri libici frustano gli uomini, se non pagano il riscatto: vogliono lasciargli i segni dei tagli sulla pelle come un marchio. Le donne invece le picchiano con dei tubi di ferro in modo da far rimanere solo degli ematomi. “Ci hanno chiesto ventimila dollari per liberarci, diecimila dollari ciascuno. Soldi che non avevamo. Questo è successo il primo giorno in cui siamo arrivati in Libia dal Sudan”.

C’è un odore intenso nella veranda in cui Jamila ci accoglie nell’afa densa di Hamdallaye, un villaggio a 40 chilometri dalla capitale del Niger, Niamey. È l’odore inconfondibile dell’olio che le donne del corno d’Africa usano per tenere in ordine i capelli. Jamila è di origine somala, ha 23 anni, il volto incorniciato da una sciarpa nera, il vestito fiorato la avvolge fino alle caviglie, il volto ancora morbido di una donna giovane. Viene da una famiglia di allevatori al confine tra la Somalia e il Kenya, è scappata insieme a suo marito due anni fa per sottrarsi agli attacchi del gruppo terroristico Al Shabaab.

“Mio cognato era morto in un attentato, mio marito era stato minacciato, non volevamo morire anche noi. Siamo scappati una notte. Non potevamo più rimanere”. Jamila scoppia a piangere molte volte mentre ricorda un viaggio che non avrebbe mai immaginato. “In Libia pensavo di morire: ero in un campo con altre mille persone e tutti i giorni vedevo persone morire per la tubercolosi o per le infezioni. I carcerieri prendevano i corpi e li gettavano nel deserto”, ricorda.

“Decine di cadaveri sono stati buttati nella sabbia come sacchi. Quando vedi tutti i giorni cose così, non riesci più a pensare a nulla”. Da quando è arrivata in Niger la tormentano i sogni, impedendole di dormire. Torna continuamente con la memoria a quei giorni dentro un centro di detenzione a Beni Walid. “Non potevamo pagare, non avevamo ventimila dollari, allora ci prendevano e ci portavano fuori dal centro sotto al sole, ci cospargevano di acqua e zucchero e ci lasciavano all’aperto per ore. Così gli insetti ci assalivano e il sole ci bruciava la pelle, poi ci gettavano addosso acqua fredda”.

Fermati dalla guardia costiera
Gli occhi allungati di Jamila si chiudono come per respingere il ricordo, le lacrime scendono sulle guance. Dal terreno di sabbia rossa sale un’insopportabile arsura. È la stagione calda in Niger, le temperature toccano i quaranta gradi e un vento implacabile alza la sabbia e gonfia le vene delle tempie. “Se sei una donna in Libia la violenza sessuale è una certezza: ogni notte i carcerieri vengono a prendersi le donne che vogliono stuprare”, racconta, mentre è seduta su un tappeto di rafia viola e verde. Un anno e quattro mesi è il tempo che Jamila ha passato in Libia: sempre in detenzione. La violenza che ha subìto non la vuole raccontare, le lacrime le segnano il volto, poi irrompe il silenzio. Quando torna a parlare, sembra riemersa da un’altra dimensione.

“Mio marito è riuscito a ottenere i soldi dai parenti, una colletta credo. Soldi che non avevamo. Così siamo stati liberati e ci hanno portati sulla spiaggia a Sabrata, dove eravamo pronti a imbarcarci per l’Europa”. Ricorda la sensazione di sollievo quando ha capito che si sarebbero lasciati la detenzione alle spalle. Ma dopo qualche ora di navigazione a bordo di un gommone, una motovedetta della cosiddetta guardia costiera libica li ha fermati e li ha riportati indietro.

Jamila e suo marito sono stati trasferiti in un centro di detenzione governativo per altri sette mesi. “Ci davano da mangiare una volta ogni tre giorni, le persone si ammalavano, eravamo in tanti”. È in quel centro che ha incontrato gli operatori dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) che hanno conosciuto il suo caso, le hanno fatto un’intervista e hanno capito che poteva rientrare nei programmi di trasferimento d’emergenza dei rifugiati verso il Niger (Emergency transit mechanism, Etm).

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Ora le sue giornate passano lente: “All’arrivo a Niamey non riuscivo a dormire, mi tormentavano gli incubi, avevo continui flashback che mi portavano indietro a quello che avevo visto e vissuto in Libia”. L’aria è densa, sono gli ultimi giorni del Ramadan: non ha bevuto né mangiato per tutto il giorno. Jamila sa che presto partirà per la Francia con un programma di reinsediamento: sarà tra le poche persone che riusciranno ad affrontare il viaggio per l’Europa in maniera legale dopo essere passata dall’inferno libico, senza doversi mettere ancora una volta nelle mani dei trafficanti di esseri umani.

“Ora voglio solo dimenticare quello che mi è successo in Libia”, dice, mentre osserva i passi di alcuni uomini eritrei che camminano davanti alla sua tenda. Le loro voci sembrano molto lontane. “Da quando sono partita non sono riuscita a comunicare con mia madre, mi manca, ma non so dove sia, né che ne è stato di lei”.

Un meccanismo salvavita
Dal novembre 2017, dal Niger sono state trasferite 1.248 persone in paesi sicuri come il Belgio, il Canada, la Finlandia, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Svezia, la Svizzera, il Regno Unito e gli Stati Uniti con il programma Etm rivolto alle persone più vulnerabili, soprattutto eritrei e somali che hanno subìto torture e violenze nei paesi di origine e durante la loro permanenza in Libia. Da Tripoli sono state evacuate 3.612 persone, di queste 561 sono arrivate direttamente in Italia.

Il centro di transito di Hamdallaye, Niger, maggio 2019. (Annalisa Camilli per Internazionale)

Numeri irrisori se si pensa che secondo l’Unhcr in Libia ci sono almeno 57mila profughi, quattromila dei quali già individuati dai funzionari dell’organizzazione internazionale che hanno un accesso limitato ai centri di detenzione gestiti dal governo di Tripoli. “Questo è un centro di transito”, spiega Alessandra Morelli, rappresentante dell’Unhcr in Niger. “Qui arrivano le persone che sono state portate via dai lager libici: si fermano nel campo dai cinque mesi a un anno prima di riprendere il viaggio, questa volta legale verso l’Europa”, continua.

“Quando le persone arrivano sono spesso sotto shock, poi piano piano riprendono a vivere”. Il centro di transito di Hamdallaye è l’unico di questo tipo in tutta l’Africa, è nato proprio per permettere il trasferimento d’emergenza dei rifugiati dai centri di detenzione libici. Ma il governo nigerino ha accettato di accogliere al massimo 1.560 persone, così finché i rifugiati non sono trasferiti verso le destinazioni finali attraverso i canali umanitari, non è possibile trasferire verso il Niger altre persone dalla Libia, un paese martoriato da una guerra civile che va avanti dal 2011. Se le persone non partono dal Niger, non ne possono essere liberate altre dalla Libia. Questo meccanismo dipende quindi dalla disponibilità dei paesi considerati sicuri ad accogliere.

“Al momento nel centro ci sono seicento persone”, spiega Morelli, romana con una lunga esperienza umanitaria alle spalle. “Per noi è molto difficile gestire le aspettative delle persone che sono in questo campo. I tempi del loro trasferimento dipendono dai governi che accettano i reinsediamenti. Garantire che ci sia almeno un volo al mese verso i paesi terzi sicuri consentirebbe di assicurare il funzionamento di un meccanismo salvavita”, continua la rappresentante dell’Onu in Niger.

Dalla Libia è molto difficile evacuare le persone: non ci sono ambasciate se non quella italiana. Per questo i rifugiati sono portati in Niger prima di raggiungere l’Europa o il Nordamerica. “Purtroppo è trasferito solo chi è in una condizione di estrema vulnerabilità, quelli che hanno subìto le violenze peggiori”, spiega la portavoce dell’Unhcr per l’Europa meridionale Carlotta Sami. “Non è una scelta, è proprio una questione di vita o di morte: nei centri libici non c’è acqua, non c’è cibo, non c’è accesso ai servizi sanitari. Anche salvare una vita sola vale tutta la complessità di questo meccanismo”, conclude.

Dalla Libia per il momento possono essere trasferite solo le persone che sono riconosciute come altamente vulnerabili dall’Onu e che appartengono a un gruppo di sette nazionalità, quelle che per il governo di Tripoli possono ambire al riconoscimento della protezione internazionale: la Libia infatti non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951. “Il conflitto nel paese si sta inasprendo e la situazione sta peggiorando sia per i libici sia per i migranti: le persone continuano a partire, non hanno alternative. Muoiono in mare, oppure le intercetta la cosiddetta guardia costiera libica che le riporta indietro nei centri di detenzione”, spiega Carlotta Sami.

Durante gli allenamenti di taekwondo nel centro di Hamdallaye, Niger, maggio 2019. (Annalisa Camilli per Internazionale)

Non ci sono canali per uscire dalla Libia, nemmeno chi vuole tornare a casa riesce a farlo, le persone rimangono di fatto intrappolate nel paese. “Solo a causa degli ultimi scontri, ci sono 82mila sfollati interni in Libia. Questa cifra dà un’idea della gravità della situazione”. Nel 2019, tuttavia, sono state intercettate in mare 2.350 persone dalla guardia costiera libica, finanziata dal governo italiano e dai governi europei, che le ha riportate indietro, nei centri di detenzione.

Un tempo per la cura
Sulle trecento casette prefabbricate del centro di transito di Hamdallaye soffia un vento caldo, i rifugiati hanno tirato delle reti sopra ai tetti per creare un ricircolo di aria. Alcuni, nonostante l’afa, si sono raccolti in un cortile e si allenano con un maestro di taekwondo, Tommy. Quest’arte marziale è tra le più praticate in Niger e anche i rifugiati, dopo mesi di allenamento, ne apprezzano i benefici. “Tra i rifugiati ci sono delle promesse del taekwondo”, assicura il maestro.

“Le lezioni, che si tengono due volte alla settimana nel centro, sono solo una delle attività offerte ai rifugiati, con l’idea che usino questo tempo di attesa per ricostruirsi, riprendersi da quello che hanno subìto”, spiega Marzia Vigliaroni, responsabile della salute mentale e del benessere psicosociale per l’Unhcr. Le attività più importanti sono però quelle sanitarie e psicologiche. I rifugiati hanno in molti casi contratto tubercolosi, malattie dermatologiche e traumi fisici. E le ferite psicologiche sono ancora più insidiose.

“Incubi notturni ricorrenti, flashback quotidiani in cui si rivivono gli eventi traumatici, dipendenza da alcol, depressione. Sono sintomi molto diffusi tra i rifugiati arrivati dalla Libia”, spiega Vigliaroni. “Ma al di là del dolore e della sofferenza, troviamo spesso un profondo senso di colpa, legato al sentimento di impotenza per non aver evitato la violenza. Questo sentimento è diffuso soprattutto tra le donne che hanno subìto violenza”. Il senso di colpa spesso impedisce soprattutto alle donne di raccontare tutto quello che hanno visto e vissuto, e quindi di liberarsene: “Da una parte si vergognano, temono che le famiglie possano disconoscerle e allontanarle, oppure in generale si sentono responsabili per quello che hanno subìto”.

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“Solo una volta una ragazza somala è riuscita a raccontarmi della violenza sessuale subita la prima volta che mi ha incontrato, perché ne aveva già parlato con sua madre. Le parole tranquillizzanti della madre l’avevano aiutata a raccontare”, spiega l’operatrice. Sugli uomini le torture sessuali diventano ferite ancora più profonde e segnate dallo stigma, e anche in questo caso è molto difficile per queste persone anche solo raccontare quello che hanno subìto: “In un anno e mezzo in Niger abbiamo seguito l’80 per cento delle persone che sono passate dal centro. Normalmente in una popolazione rifugiata, ce n’è sempre una parte enorme che ha bisogno di un accompagnamento psicologico, ma nel caso della Libia abbiamo proporzioni impressionanti, senza precedenti nella mia esperienza”, confessa Vigliaroni, che vive da sette anni in Niger e ha lavorato anche nella Repubblica Centrafricana.

“Pensavo di avere ascoltato storie di violenza indicibile, ma sono niente in confronto alle storie che sto ascoltando dalle persone che fuggono dalla Libia. E sia chiaro: le persone che sono più povere, quelle che non hanno soldi per pagare il riscatto, sono quelle che sono sottoposte alle violenze più brutali”.

“La storia a cui sono più legata è quella di una ragazza che è partita a 16 anni. Lungo il viaggio è stata ripetutamente violentata, una sua amica è morta tra le sue braccia a causa delle violenze, lei è rimasta incinta. Nel momento in cui ha dato alla luce suo figlio, frutto dello stupro, ha provato a togliersi la vita. Poi l’hanno portata in Niger. Ha fatto un percorso incredibile su se stessa, una volta arrivata qui”, racconta Vigliaroni. Ora, dopo una lunga attesa, è riuscita a raggiungere finalmente l’Europa.

Da sapere

L’Unione europea e l’Italia sono state denunciate alla Corte penale internazionale per “crimini contro l’umanità” il 3 giugno 2019 per aver adottato politiche di deterrenza totale, aver sospeso le missioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale e aver affidato alla guardia costiera libica il compito di intercettare i migranti in fuga dalla Libia e riportarli indietro nel paese in guerra. La denuncia è stata presentata dal giornalista Juan Branco e dall’avvocato Omer Shatz.

L’esposto di 245 pagine accusa numerosi politici italiani ed europei tra cui l’ex presidente del consiglio Paolo Gentiloni e l’ex ministro dell’interno Marco Minniti di aver “sacrificato la vita dei migranti in difficoltà in mare con l’unico obiettivo di dissuadere gli altri in situazioni simili dalla ricerca di un rifugio sicuro in Europa”. Il tribunale internazionale dell’Aja dovrà decidere se aprire un fascicolo in seguito alla denuncia.

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