Dopo un’esplosione ad Hamoria nella Ghouta orientale, alla periferia di Damasco, gennaio 2018. (Bassam Khabieh, Reuters/Contrasto)

In Siria la rivoluzione ha perso anche la guerra delle immagini

Dopo un’esplosione ad Hamoria nella Ghouta orientale, alla periferia di Damasco, gennaio 2018. (Bassam Khabieh, Reuters/Contrasto)
29 marzo 2019 15:19

Da quando Hafez al Assad, padre di Bashar, prese il potere 48 anni fa, la Siria è stata uno dei buchi neri dell’informazione mondiale. Il paese non ha mai conosciuto nessuna forma di libertà di stampa e fino a poco tempo fa dal paese arrivavano poche immagini. Con la guerra scoppiata dopo la rivoluzione del 2011, è invece diventato il luogo di conflitto con la più ampia visibilità. Ma gli attivisti e i rivoluzionari che avevano sete di documentare tutto oggi hanno perso anche questa battaglia. Con il suo libro Shooting a revolution, la ricercatrice Donatella Della Ratta offre una riflessione originale sul rapporto tra immagini e violenza in Siria che rileva, anche ben oltre la Siria stessa, il paradosso delle nostre società iperconnesse.

Nell’ultimo decennio, a livello globale, i video amatoriali sono aumentati a dismisura per l’uso quotidiano dei telefoni e dal 2011 i siriani, entusiasti di potersi finalmente connettere con il mondo, hanno documentato le proteste in modo quasi ossessivo. Quest’entusiasmo è sicuramente frutto di un’epoca basata sull’immagine e di un uso allargato dei social network, ma è anche testimonianza della voglia di raccontare una realtà politica nascosta da anni di autoritarismo.

L’espressione “rivoluzione pixelata”, coniata nel 2012 dal regista libanese Rabih Mroué in un suo spettacolo di successo, si riferisce a questi milioni di immagini amatoriali e di video caricati e diffusi su YouTube o Facebook. La metafora di un mosaico di immagini descrive bene questo bisogno di documentare la realtà dopo un’assenza di immagini durata quasi cinquant’anni: non è arrivata praticamente nessuna immagine del massacro commesso da Hafez al Assad nel 1982 ad Hama, che avrebbe causato tra la diecimila e le trentamila vittime e la distruzione della città; e si è dovuto aspettare il 2015 perché la mostra Nome in codice Caesar fosse esposta al grande pubblico con quasi 55mila foto che documentano con precisione la morte e le torture subite dai detenuti nelle carceri di Bashar al Assad.

Per i cittadini siriani si è così trattato di riappropriarsi dell’immagine del paese proprio mentre, contestualmente, si cominciava a scendere nelle strade e nelle piazze pubbliche. Molti attivisti si sono scoperti citizen journalist, volendo finalmente dar voce alla società civile. Il loro lavoro si è fatto sempre più cruciale a mano a mano che il conflitto siriano sprofondava nella violenza e diventava ogni giorno più pericoloso per gli inviati stranieri: la Siria ha registrato in questi anni di guerra il triste record di numero di giornalisti internazionali uccisi o rapiti.

Shooting a revolution
In questi tempi di “tecno ottimismo”, gli attivisti siriani hanno creduto che mostrando al mondo le atrocità del regime e della guerra, la comunità internazionale avrebbe reagito e sarebbe corsa in loro aiuto. Questo non è successo. Che cosa è andato storto in questa guerra delle immagini?

Shooting a revolution – gioco di parole in inglese sull’ambiguità del termine shoot, che significa allo stesso tempo sparare e filmare – dà informazioni preziose per comprendere il circolo vizioso della messa in scena della violenza. Se gli attivisti siriani hanno potuto effettivamente documentare e condividere le immagini della loro rivoluzione, ben presto nel conflitto le immagini dei jihadisti o quelle del regime siriano hanno preso il sopravvento, e il fascino della violenza ai tempi dei social network ha fatto il resto.

Questa riflessione sul peso delle immagini nel denunciare la violenza è anche al centro di molti film siriani degli ultimi anni: in Still recording, i filmaker siriani si interrogano sul loro stesso lavoro; Silvered waters: Syria’s self portrait (2014) di Osama Mohamed e Wiam Simav Bedirxan, rende omaggio a queste migliaia di filmati amatoriali siriani caricati su YouTube.

Nella Siria contemporanea i produttori di immagini hanno perso il controllo e il possesso delle loro creazioni

Donatella Della Ratta è anche responsabile delle campagne per il Medio Oriente di Creative Commons. L’associazione, creata dal professore di Stanford Lawrence Lessig, sostiene dal 2001 “la condivisione della conoscenza e della creatività per costruire un mondo più uguale, accessibile, e innovativo”, ed è stata all’avanguardia del tecno ottimismo degli anni duemila. Insieme ai suoi interlocutori e amici siriani attivi online, Della Ratta è stata presa da questo ottimismo che vedeva nelle nuove tecnologie potenti strumenti di emancipazione, anche sul piano politico. Oggi – ed è una delle parti più importanti della sua riflessione – ritorna sul tema con amarezza e lucidità e spiega le ragioni politiche di questa disillusione.

Innanzitutto, dopo l’entusiasmo della condivisione, molti attivisti sono stati anche derubati delle loro immagini: “Nella Siria contemporanea i produttori di immagini hanno perso il controllo e il possesso delle loro creazioni (…) e si conferma, nel silenzio generale, la disgiunzione tra i processi di produzione e quelli di distribuzione”, spiega Della Ratta, e questo in nome dell’ideologia neoliberista della Silicon Valley. Secondo la ricercatrice, le “piattaforme californiane capitaliste” non sembrano avere il possesso delle immagini ma sono loro che, in fin dei conti, ne possono determinare il destino.

Senza voce
Infine, una delle parti più commoventi di questa riflessione è l’autoanalisi del rapporto con Bassel Safadi. Bassel era uno dei primi blogger siriani, collaborava con Creative Commons e credeva nel suo progetto di condivisione senza barriere. È sparito nella prigione siriana di Adra nel 2014. Nessuno dei princìpi di condivisione e libertà lo ha così “salvato dall’essere ucciso nel modo più orribile, più ‘tradizionale’ e meno 2.0”, scrive Della Ratta. “Bassel è stato brutalmente ucciso, privato di qualsiasi diritto, nemmeno quello di fare una chiamata ai suoi”. Sua moglie Noura Ghazi ha appena fondato un’associazione, No Photo Zone, che offre assistenza legale ai carcerati e ai numerosi scomparsi siriani.

Se Della Ratta continua il suo impegno online con Syria untold, un bel sito creato insieme al ricercatore italiano Enrico De Angelis che dà voce ai siriani, il suo resoconto più forte è quello della delusione nei confronti di questo potere liberatorio della condivisione su internet.

I mezzi tecnologici hanno permesso di dare un altro volto alla rivoluzione, conclude Della Ratta, ma il regime di Bashar ne ha fatto un uso altrettanto efficiente, come prova l’esempio dei Caschi bianchi, gli operatori umanitari candidati al premio Nobel ma sistematicamente accusati di diffondere false informazioni dal regime di Damasco e dalla Russia. E come spiega ancora il ricercatore Quijano-Gonzalez, gli attivisti siriani non sono così riusciti a ristabilire un regime di verità nemmeno online: “Forse tra le prime vittime di questa guerra sanguinosa – come suggerisce il misterioso video virale di Banksy del 2013 – ci sono la verità e l’innocenza, o la capacità di fidarsi e di credere”, chiosa Della Ratta.


La conclusione del libro Shooting a revolution è amara, ma purtroppo molto lucida. Otto anni dopo, la battaglia delle immagini sembra in molte occasioni persa quanto quella portata avanti con le armi.

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