Il palco dell’Ypsigrock, il 10 agosto 2019. (Elisabetta Brian)

L’Ypsigrock è un festival a misura d’uomo

Il palco dell’Ypsigrock, il 10 agosto 2019. (Elisabetta Brian)
14 agosto 2019 14:46

Per capire davvero cos’è l’Ypsigrock, il festival siciliano che si svolge da 23 anni a Castelbuono, a un’ora da Palermo, non bisogna concentrarsi solo su quello che succede sul palco, ma su tutto il resto. Può sembrare un paradosso per un evento musicale, ma non è così. Più che seguire i concerti, a volte viene spontaneo osservare il pubblico, per esempio: in Italia è veramente difficile trovare spettatori così attenti e coinvolti.

E non succede spesso di ascoltare musica in uno spazio come quello di piazza Castello, che ospita il palco principale nel cuore di questo borgo medievale e ha una capienza di circa 2.200 posti. La qualità dell’impianto e delle luci è ottima, i volumi sono alti al punto giusto. Non è così facile andare a un festival e trovare un’atmosfera così rilassata, che quasi impone a tutti di vivere le giornate con lentezza, unico modo possibile per affrontare il caldo afoso di questi giorni, magari mentre si beve una granita in un bar o si osserva stupiti la raccolta porta a porta della spazzatura, che qui si fa con l’aiuto degli asini che la mattina trasportano i rifiuti sulle strade in salita di Castelbuono.

Per questo l’Ypsigrock, che si è tenuto dall’8 all’11 agosto e ha fatto registrare circa diecimila presenze, è quello che in gergo si definisce un “boutique festival”, un evento a “misura d’uomo”. E non è apprezzato solo in Italia: il Guardian l’ha inserito tra i venti boutique festival europei da non perdere. Non a caso le presenze straniere quest’anno sono salite a più del 15 per cento del totale.

Ai fan non sembrava vero di poter incontrare gruppi come gli Spiritualized o i National nelle strade strette del paese e capitava d’imbattersi anche in artisti come Colapesce, venuto a Castelbuono semplicemente per ascoltare i concerti e salutare qualche vecchio amico. Perfino gli organizzatori dell’evento e i volontari, che sono quasi tutti del posto, non sembravano per niente stressati.

Un giorno felice
Poi, certo, non si può non parlare della musica. E per farlo bisogna cominciare dalla fine, dal concerto degli Spiritualized di Jason Pierce nella notte dell’11 agosto, forse il momento migliore dell’intero festival, due ore di catarsi rock a metà tra il gospel e la psichedelia. La band britannica ha suonato brani del passato (Come together, Soul on fire) ma anche pezzi più recenti come il singolo I’m your man, estratto dall’ultimo album And nothing hurt. Pierce, di ottimo umore per i suoi standard solitamente lugubri, non era in condizioni fisiche smaglianti e ha suonato da seduto per l’intero concerto, ma dal punto di vista musicale non si è risparmiato. Ha dato grande spazio alle tre coriste nere e alla chitarra e all’armonica di Tony “Doggen” Foster e ha chiuso lo show con una versione ipnotica dell’inno gospel Oh happy day, reso famoso negli anni sessanta dagli Edwin Hawkins Singers. È stata una scelta strana, anche se frequente negli ultimi live degli Spiritualized, e molto d’impatto.

Subito prima di Pierce e compagni erano saliti sul palco gli irlandesi Fontaines D.C.. Il gruppo di Dublino non ha deluso, portando in scena la sua attitudine proletaria e regalando un concerto oscuro e teso, con numeri punk come Sha sha sha e momenti di poesia new wave come Television screens. A tratti i Fontaines D.C. non hanno spinto sull’acceleratore come avrebbero potuto, ma hanno confermato di essere una dei gruppi irlandesi da seguire con attenzione nei prossimi anni. Il frontman Grian Chatten inoltre ha una presenza scenica particolare: quando non cantava camminava nevroticamente per il palco e si dava schiaffetti sulla faccia, un Ian Curtis da pub.


“Sarebbe bello restare qui e suonare tutte le sere. Come faceva Frank Sinatra a Las Vegas”, ha detto la sera del 9 agosto Matt Berninger, il cantante dei National, osservando il pubblico di piazza Castello. La band era quasi a fine concerto e lui si era già bevuto qualche bicchiere di vino bianco tra un pezzo e l’altro. La sua dichiarazione d’amore all’Ypsigrock però non deve stupire: è un festival che piace molto ai musicisti. I Mogwai, ospiti dell’evento nel 2011, l’hanno definito “il migliore del mondo”.

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Quella dei National era l’esibizione più attesa di quest’anno (non a caso i biglietti per il 9 sono andati esauriti). Aver portato a casa un gruppo così importante (due anni fa i National sono stati headliner del Primavera sound) è stato un bel colpo per gli organizzatori. Il concerto della band è stato di buon livello ma un po’ sotto le aspettative. Colpa di una scaletta troppo sbilanciata sull’ultimo album I am easy to find (dieci pezzi estratti dal disco sono sembrati esagerati) e di una performance vocale non indimenticabile di Berninger (da qualche anno non è più quello di una volta). Non sono mancati passaggi emozionanti, come l’esecuzione di Brainy, uno dei pezzi del loro album migliore, Boxer, la sempre coinvolgente Terrible love e il bis acustico di Vanderlyle crybaby geeks, nel quale il gruppo ha lasciato cantare il pubblico creando un momento di grande trasporto emotivo. Ma nel complesso ci si poteva aspettare di più.

Solo una volta
Una delle cose che rendono l’Ypsigrock speciale è la regola “Ypsi once”: chiunque suoni al festival non potrà farlo una seconda volta, a meno che non si presenti con un progetto diverso. E capita di sentire i musicisti lamentarsi ironicamente di questa cosa, come Rodrigo D’Erasmo e Roberto Angelini, autori il 10 agosto di un toccante omaggio a Nick Drake al Cuzzocrea stage, il palco che si trovava al campeggio del festival, in mezzo a una pineta. Alla fine del live hanno proposto di camuffare i propri nomi per tornare a Castelbuono. A parte D’Erasmo e Angelini, non c’erano molti altri musicisti italiani nel programma, un altro dato in controtendenza rispetto a quello che succede nel nostro paese. Tra le esibizioni migliori c’è stata anche quella della Rappresentante di Lista, band siciliana che è esibita il 10 agosto al Chiostro dell’ex convento di San Francesco. Alberto Fortis, veterano e outsider del cantautorato italiano, vestito al solito come un dandy, invece ha fatto un concerto per pianoforte e voce nell’ex Chiesa del Crocifisso.

A dominare il festival anche quest’anno è stato il cosiddetto indie rock (ha ancora senso usare questa etichetta?), ma deve far riflettere il fatto che alcuni dei concerti più interessanti siano stati quelli di artisti neri come Dope Saint Jude, drag king (come ama definirsi lei) del rap sudafricano, o di Baloji, belga di origini congolesi che è passato da Castelnuovo prima di fare tappa al Jova Beach Party di Policoro, trascinando il pubblico con il suo pop influenzato dalla tradizione africana.

Di una cosa siamo sicuri: questi artisti non torneranno. Ma anche di un’altra: l’Ypsigrock è un’eccellenza non solo italiana. Dopo averlo vissuto da vicino, si capisce perché questa piccola comunità di addetti ai lavori e appassionati sia rimasta così fedele e compatta negli anni.

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