24 luglio 2014 13:55

Il regista Tom Berninger, a sinistra, e il cantante dei National Matt Berninger, a destra. (Amanda Schwab, Starpix/Ap/Lapresse)

Matt Berninger, il cantante dei National, è l’antirockstar. Elegante, educato, più che il leader di un gruppo rock sembra uno scrittore newyorchese che pubblica sul New Yorker. Perlomeno lo sembra quando non è sul palco, quando non cerca di buttarsi in mezzo al pubblico trascinandosi dietro il cavo del microfono o non tracanna intere bottiglie di vino bianco. Seduto vicino a lui c’è suo fratello Tom, l’altra faccia della medaglia. Regista, più giovane di lui di nove anni, divertente e sregolato.

I due fratelli sono a Roma per promuovere il film Mistaken for strangers, che esce [nelle sale italiane il 24 luglio][1], e per esibirsi all’Auditorium parco della musica, seconda tappa [del loro tour italiano][2]. Diretto e interpretato da Tom e girato durante il tour mondiale dei National del 2010, Mistaken for strangers è un documentario atipico e per questo appassionante. Più che celebrare la musica della band, esplora il complicato rapporto tra Matt e Tom. Il musicista di successo da una parte, il talento incompiuto dall’altra. È un film fatto con poca retorica e tanta autoironia. E questa è la sua forza.


Mistaken for strangers non è il classico documentario su un gruppo rock, anzi. Com’è nato?

Tom Ho girato tutto io, con una sola telecamera. Pensavo che se non avessi ripreso tutto quello che vedevo prima e dopo i concerti della band avrei perso qualcosa di importante. Per questo sono stato così invadente e ho tirato fuori scene un po’ imbarazzanti. Tutta la band, non solo mio fratello, ha collaborato molto e non gli è dispiaciuto mettersi a nudo. Il risultato non è il solito scontato documentario su quanto sono fighe le rockstar.

Il documentario racconta soprattutto la vostra rivalità e il modo in cui la fama di Matt ha cambiato le vostre vite. Qual è il rapporto dei National con la notorietà?

Matt Non penso che mi abbia cambiato la vita così tanto, se non in meglio. Mi sento fortunato a sapere che ci sono persone che hanno a cuore la mia band. È figo, è strano, mi piace firmare autografi ma il mio cervello ragiona ancora allo stesso modo di sempre.

Tom Il film è stata un’occasione per capire il successo di mio fratello. Prima lui era quello che faceva sempre le scelte giuste nella vita. Io quelle sbagliate. Ma ora spero di avere anch’io l’opportunità per costruirmi una carriera.

Tom, quali sono i tuoi registi di riferimento?

Tom Mi piace Michael Moore, perché riesce a raccontare temi seri con grande senso dell’umorismo. Werner Herzog è un altro grande documentarista. Ma non avevo in mente particolari modelli per realizzare Mistaken for strangers. Ho cercato solo di non mandare tutto a puttane.

Apriamo una parentesi sulla musica. Matt, i tuoi testi sono molto belli, perché mescolano situazioni quotidiane a immagini più surreali. Come li componi di solito?

Matt Non suono nessuno strumento. E per scrivere ho bisogno di partire da una musica, altrimenti non ci riesco. La cosa funziona così: gli altri mi mandano su Garage band le cose che hanno registrato, io le ascolto a ripetizione e comincio a cantarci sopra. È un processo lento. Le melodie vengono fuori piano piano.


Nei tuoi testi ci sono spesso immagini di vita newyorchese. Quanto sono autobiografiche le tue canzoni?

Matt I dettagli non sono autobiografici, non è come se scrivessi un diario. Ma le idee e i temi di fondo sono personali, quasi sempre.

È vero che tra pochi mesi comincerete a registrare un nuovo disco?

Matt Il piano è di ritrovarsi a ottobre, per parlare e scambiarsi delle idee. Ma non andremo subito in studio, sarà un processo più lungo. Non abbiamo ancora delle canzoni pronte, e nemmeno dei demo, al momento.


La fama dei National si è rafforzata anche grazie alle vostre esibizioni dal vivo, che sono sempre molto intense. Tu ti lanci spesso in mezzo al pubblico, a fine concerto. Come gestisci il tuo modo di stare sul palco?

Matt Mi focalizzo sulle canzoni, cercando di isolarmi da tutto. Per questo alla fine dello spettacolo sento il bisogno di buttarmi in mezzo al pubblico, è il mio modo di connettermi a loro in qualche modo. Non sono un performer compiaciuto e sicuro di sé. Non sono Tony Bennett.

Tom, durante il documentario hai incontrato qualche fan dei National?

Tom Vuoi sapere se ci ho fatto sesso?

No no. Li hai incontrati? Che impressione hai dei fan del gruppo?

Tom Sono strani, possono essere dei dodicenni o dei professori di cinquant’anni. Alcuni sono degli hipster, altri dei classici tifosi di football americano. Ai concerti dei National capita di vedere scene assurde, come tifosi dei Chicago Bears ubriachi che si vomitano addosso vicino a professori di Harvard di cinquant’anni che stanno vicino a ragazze hipster che vomitano.

Matt Ai nostri concerti vomitano tutti, a quanto pare.

Avete dei progetti insieme per il futuro?

Tom Faremo uno show per la tv. Non è un documentario ma uno spettacolo basato su fatti reali, dove interpretiamo noi stessi.

Matt, su internet circola una storia. All’inizio della vostra carriera avete fatto un concerto con un solo spettatore: Patrick Carney, il batterista dei Black Keys. È vero?

Matt È vero. Abbiamo fatto un concerto a Akron, Ohio, all’inizio degli anni duemila. I Black Keys vivevano ancora lì e non erano molto famosi. Io li conoscevo perché avevo visto le loro foto su un sito di musica indie. Patrick era l’unico nella stanza ed è stato tutto il tempo di fronte a noi bevendosi una birra. A quei tempi capitava di fare concerti di fronte a una o due persone. In realtà anche senza spettatori. Questo è uno dei motivi che ci hanno tenuto uniti e ci ricordano ogni giorno che il successo non va dato per scontato. Mai.

Giovanni Ansaldo lavora a Internazionale. Si occupa di tecnologia, musica, social media. Su Twitter: @giovakarma