Chefchaouen, Marocco, dicembre 2013.

Due giorni a Chefchaouen, la città blu del Marocco

Chefchaouen, Marocco, dicembre 2013.
27 luglio 2018 16:03

La stazione degli autobus di Chefchaouen è assolata e deserta, sono le tre di un pomeriggio d’estate e l’aria è così calda che si fatica a parlare. Siamo in due e veniamo da Fès per vedere la “perla blu del Marocco”, chiamata così per le case dai toni cobalto. Ci troviamo ai piedi delle vette del Rif, una zona montuosa nel nord del Marocco, abitata prevalentemente da berberi. In questa parte del paese i tassi di disoccupazione e povertà sono alti e tutta l’area ha una reputazione controversa legata alla produzione della cannabis. Ma Chefchaouen, anche grazie al turismo, è una località di montagna che sembra vivere in un mondo a parte.

Appena fuori della stazione si avvicinano alcuni tassisti irregolari, ma i prezzi sono più alti della media, perciò è meglio declinare l’offerta con “la shukran”, no grazie, e cercare un taxi regolare. Sono le prime parole che s’imparano in Marocco, per poi scoprire che qui di rado sono prese seriamente. Si può anche provare con “no thanks”, “non merci”, “no gracias”, ma senza risultato. Alla fine prendiamo un petit taxi, che in ogni città del paese hanno un colore diverso. Qui sono blu, come le case.

“Da dove venite?”, chiede il tassista. “Roma”. “Gli italiani sono brave persone”. “Grazie, lo sono anche i marocchini”.

Nella città vecchia
Tra gli stranieri che visitano il paese, francesi e spagnoli sono la maggioranza, ma a causa del passato coloniale non sono molto amati. Nel 2017 i turisti francesi sono stati 1,6 milioni, e gli spagnoli circa 700mila. Gli italiani non arrivano a 250mila.

“Sono stato a Roma a trovare un amico e ho visto un monumento grandissimo, ma non ricordo come si chiama…”, dice il tassista. “Il Colosseo?”. “Non so. Aspetta, ho una foto sul telefono”. Mi sporgo in avanti per guardare la foto – un autoscatto – sul piccolo schermo di un vecchio Nokia. E sì, alle sue spalle c’è il Colosseo.

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Nel frattempo l’auto gira intorno a tutta la città, più ci si avvicina al centro e più le case diventano azzurre. Prima una ogni dieci, poi una ogni cinque, poi una sì e una no, poi tutte. Il tassista si ferma vicino alle cascate di Ras el Maa, all’ingresso nordest della città vecchia. Ci sono tanti turisti, in gran parte sembrano marocchini e molti camminano a piedi nudi nell’acqua bassa del fiume con in mano grandi bicchieri di succo d’arancia, in cerca di frescura.

Attraversato un ponte, si arriva alla porta Bab el Ansar e si è subito dentro la medina, la parte antica della città. Il colpo d’occhio è notevole, per le strade si respira un’atmosfera allegra e rilassata. La città vecchia è un misto di influenze marocchine e andaluse, gli edifici azzurri hanno tetti di tegole rosse e le strade scendono tutte verso la piazza principale, Uta el Hammam. Qui ci sono la kasbah – la fortezza – e una moschea con una torre a base ottagonale. Come in quasi tutte le moschee del paese, possono entrare solo i musulmani.

In tutto il paese il consumo di droghe è vietato, ma nel Rif a quanto pare è piuttosto tollerato

Trovato il riad – così si chiamano le case tradizionali marocchine che si sviluppano intorno a un cortile interno centrale, spesso ormai trasformate in alberghi e ristoranti – cominciamo a girare per la città e a conoscerne la storia. L’architettura della medina deve la sua impronta tipicamente andalusa ai musulmani e agli ebrei scappati da Granada nel 1492, quando la caduta dell’ultimo sultanato in Spagna chiuse 750 anni di guerre cristiane contro l’islam. In quel periodo comincia l’espansione di Chefchaouen, che però rimane per secoli quasi completamente isolata. La chiusura è tale che quando gli spagnoli la occupano nel 1920, notano che alcuni ebrei parlano ancora una variante del castigliano medievale.

La medina è facile da visitare, le strade sono poco affollate e ogni angolo vale una foto. Nella piazza principale ci fermiamo per bere un tè alla menta. Per capire qual è il locale meno turistico basta guardarsi intorno: seduti ai tavoli di uno dei bar ci sono solo uomini, molti di loro stanno fumando il kif, la droga leggera a base di cannabis diffusa nella zona. In tutto il paese il consumo di droghe è vietato, ma nel Rif a quanto pare è piuttosto tollerato.

Turismo locale in ascesa
Nella piazza Uta el Hammam c’è un gran via vai, al centro svetta un grosso albero ricoperto di luci, che dona all’atmosfera un tocco vagamente natalizio. Ci sono soprattutto famiglie, moltissimi bambini. Gli europei sono pochi, sarà per la stagione calda, ma in giro si incontrano principalmente marocchini e qualche saudita.

Il turismo interno, infatti, negli ultimi anni è aumentato: dal 2000 i soggiorni in albergo dei marocchini sono passati da più di due milioni a sette milioni. E l’arrivo di turisti marocchini residenti all’estero è quasi triplicato.

Lo stesso non può dirsi per il turismo europeo che, a causa della crisi economica mondiale e delle rivolte popolari del 2011 che hanno interessato diversi paesi nordafricani e mediorientali, negli ultimi anni ha subìto una battuta d’arresto. Il settore è in ripresa e il ministro per il turismo Mohamed Sajid ha presentato un piano che punta a raddoppiarne le dimensioni entro il 2020. Oggi nel turismo lavorano circa 2,5 milioni di persone (su 35 milioni di abitanti), a fronte di una disoccupazione intorno al 9 per cento.

Ma Chefchaouen sembra un’oasi felice sempre pronta ad accogliere un crescente e costante afflusso di turisti, senza perdere il suo fascino antico. Non si è fatta scalfire nemmeno dal passaggio della moda: a distanza di breve tempo è stata scelta per girare gli spot pubblicitari di Giorgio Armani e Chanel.

Un’anziana incontrata lungo le vie della medina offre la sua spiegazione per il colore blu delle case: “Serve ad allontanare gli insetti. I moscerini e le zanzare hanno paura dell’acqua e il colore azzurro la ricorda”.

Una tesi diffusa tra gli abitanti del posto, anche se esistono altre versioni. Le case di Chefchaouen cominciano a esser dipinte di blu intorno alla metà del quindicesimo secolo, ma è solo negli anni trenta, con l’arrivo degli ebrei in fuga dal nazismo, che questo colore diventa predominante, quasi a voler simboleggiare il cielo e il proseguimento della vita spirituale. Anche se non esiste una versione ufficiale, quella scelta ha reso la città un importante centro turistico.

Verso il ponte di Dio
La mattina seguente, di buon’ora, prendiamo un grand taxi – i taxi collettivi che collegano le città del Marocco – per raggiungere Akchour, punto di partenza per una passeggiata nel parco nazionale di Talassemtane. Nell’auto ci sono una coppia e due ragazzi, sono tutti marocchini, e non sembrano avere molta voglia di parlare.

A pochi chilometri dalla città il paesaggio comincia ad aprirsi, curva dopo curva, vallata dopo vallata. In mezzo al verde dei campi si individuano facilmente piccole coltivazioni di canapa, il clima umido e soleggiato le fa crescere rigogliose. Nel Rif la produzione e il commercio della cannabis coinvolgono più di 750mila persone, costituendo la principale attività economica della regione. Il Marocco è il paese che produce la maggiore quantità di hashish al mondo, seguito dall’Afghanistan e dal Libano.

Akchour è affollatissima, le sponde del fiume sono piene di famiglie marocchine che mangiano e sorseggiano bevande con i piedi nell’acqua. Più avanti, invece, gruppi di ragazzi fanno il bagno in un lago formato da una diga; tra loro non ci sono ragazze.
Meta dell’escursione è il ponte di Dio, un arco naturale di pietra rossa a venticinque metri di altezza sul fiume Farda, che nel corso dei millenni ha scavato la roccia creando questa particolare formazione geologica.

Il sentiero è pianeggiante e passa continuamente da una riva all’altra del fiume, ma è la stagione secca, l’acqua è bassa e saltando sulle rocce non ci si bagna più di tanto. Lungo il percorso si apre una serie di piccole piscine naturali, circondate da ombrelloni e chioschetti in legno dove si vendono bibite e tajine, pietanze di carne e verdure cotte in umido nei tipici piatti di terracotta marocchini.

Un ragazzo seduto a uno dei tavoli si alza e si arrampica su una parete di roccia davanti agli ombrelloni, per tuffarsi in una piscina poco profonda. Arrivato in cima si accende una sigaretta, fa un paio di tiri e si lancia nel vuoto. Dopo qualche secondo il ragazzo riemerge dall’acqua con un taglio sulla fronte, vede il sangue, si preoccupa per qualche istante, ma poi risale la parete con altri amici, che cominciano a tuffarsi uno dopo l’altro. I tuffi diventano sempre più spericolati.

Ripreso il cammino, il sentiero si fa più selvaggio e si allontana di colpo dal corso d’acqua. Più si procede e meno persone s’incrociano, si può avere l’impressione di aver sbagliato strada. All’improvviso, dietro a una curva coperta dalla vegetazione, il fiume riappare stretto in un canyon e, in lontananza, si scorge il ponte di Dio, immobile e maestoso. L’enorme arco roccioso va da una parete all’altra della gola e ha il fascino tipico delle cose senza tempo. Per avvicinarsi bisogna camminare nell’acqua, ma è troppo gelida e bisogna accontentarsi di guardarlo da lontano.

Una stella cadente
L’ultima sera, sulla terrazza che si apre sul tetto del riad, sperando di vedere una stella cadente, incontriamo un signore alto, sulla sessantina, robusto e un po’ stempiato. Stringe tra le mani un libro e ha lo sguardo fisso sull’orizzonte: “È una vista mozzafiato”, dice. “Ho appena scoperto che il Marocco è stato il primo paese a riconoscere formalmente l’indipendenza degli Stati Uniti. È strano pensare che 250 anni fa, più o meno, non esistevano come nazione e ora è proprio il loro pazzo presidente a decidere le sorti di tutti”, aggiunge.

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Si chiama Jon, è nato in Turchia ma si è trasferito da bambino in Canada con i genitori. Viaggia solo, arriva dopo l’Algarve, in Portogallo, e il sud della Spagna, dove ha preso un treno per il Marocco.

Jon segue molto la politica e confessa di avere un debole per i social network. “Una volta su Facebook qualcuno mi ha scritto: stai zitto brutto porco turco musulmano”, dice. “Poco importa che io sia ateo e canadese, la gente salta subito alle conclusioni. Per i canadesi non sono abbastanza canadese – e nemmeno i miei figli nati in Canada lo saranno mai – e per i turchi non sono abbastanza turco. È il destino di chi nasce e cresce in due paesi diversi”.

Cala il silenzio, un vento leggero si alza sulla valle ricordandoci che è ora di andare a dormire. Con la luce della luna i colori della medina sono diventati più intensi e le case blu, immerse nella nebbia, sembrano spuntare dal nulla. All’improvviso, Jon indica il cielo: “Una stella cadente!”, ma perdiamo l’attimo, e guardiamo il dito.

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Claudia Grisanti