La fotografia umanista, dedicata al racconto dei contesti e delle classi sociali più svantaggiate, si è affermata nel corso della storia grazie a un’estetica immediatamente riconoscibile, ma a volte ingannevole. Conosciuta anche come concerned photography, a caratterizzarla sono stati a lungo l’uso del bianco e nero, la precisione nella composizione, l’oggettività (apparente) dello sguardo del fotografo rispetto ai soggetti e l’alternanza tra ritratti posati e scene di vita quotidiana.

A prima vista tutti questi elementi si ritrovano nel lavoro di Louise Honée, in particolare nella serie _We love where we live _(Amiamo il posto in cui viviamo). Realizzata tra la primavera del 2017 e l’autunno del 2019 nella contea di McDowell, in West Virginia, ritrae in modo molto originale una piccola realtà negli Stati Uniti. Non si tratta di una documentazione architettonica né di un’indagine sociale o con finalità sociologiche. Non si avvicina a nessuno dei lavori emblematici della tradizione della fotografia umanista, anche se ne condivide lo stile documentario.

Ritrae i bambini in strada mentre giocano all’aperto o li fa dialogare con spazi desolati a cui riescono a dare un po’ di vita

In questa regione, coperta in parte dalle boscose montagne degli Appalachi e in passato una delle zone più ricche degli Stati Uniti grazie allo sfruttamento del carbone, la crisi economica è stata brutale. La situazione ha cominciato a peggiorare con la progressiva chiusura delle miniere. Molte persone rimaste disoccupate sono andate a lavorare altrove, lasciando spesso i figli con i nonni. Altre sono state aiutate da associazioni umanitarie, spesso religiose. I problemi legati alla criminalità e all’uso di droga sono in aumento; negozi, bar e parrucchieri hanno lasciato il posto a fast ­food come McDonald’s, Wendy’s e a discount come Family dollar. I giovani, spesso con problemi di salute, a cominciare dall’obesità, devono affrontare un futuro senza prospettive. La contea, i cui abitanti avevano creduto alla promessa di Donald Trump di riaprire le miniere, è diventata un luogo fantasma, dove la natura si è ripresa i suoi diritti, invadendo i quartieri abbandonati.

Dobby il pitone, 2018 (tutte le foto © Louise Honée)

Una scelta diversa

Ci sono altri lavori fotografici che hanno raccontato storie simili in piccole città degli Stati Uniti, spesso cercando di suscitare empatia verso situazioni che sembrano senza speranza, ma Louise Honée ha fatto un’altra scelta. “Mi sono chiesta quali sono le prospettive offerte a questi ragazzi, che spesso vivono con altri familiari invece che con i genitori. Su una strada ho trovato un cartello con la scritta: ‘We love where we live’. Sono rimasta affascinata da questa apparente contraddizione tra i problemi evidenti della zona e la forte solidarietà che esiste tra i suoi abitanti. In questo lavoro ho cercato di mostrare la loro vulnerabilità e la loro determinazione e ho provato, con uno stile cinematografico, a cogliere la bellezza nascosta nella povertà e nella precarietà. La serie parla della costruzione di una propria identità. Nelle immagini ho scelto di trasmettere una certa dolcezza, quasi confortante, per ammorbidire le asperità di un contesto difficile”.

Chase, 2018

La vera umanità

La fotografa olandese, nata nel 1974 a Nimega, ha scoperto la passione per la fotografia dopo essersi laureata in storia dell’arte e ha studiato all’Accademia di fotografia di Amsterdam. Lavora come ritrattista e si dedica alla fotografia documentaria. La speranza che anima i giovani è il tema centrale delle sue immagini, in cui riflette sul legame tra la costruzione dell’identità e l’ambiente in cui si vive.

Malacha, 2017

Dopo aver letto su un giornale un articolo sulla contea di McDowell, Louise Honée ha deciso di andarci. Si è trasferita nell’unico albergo della città e ha fatto amicizia con il proprietario, un uomo anziano che l’ha accolta con simpatia e le ha permesso di mettersi in contatto con diversi abitanti. Honée è molto riconoscente per il modo in cui è stata accolta: come una straniera che porta la promessa di un nuovo giorno.

Beauty rest motel, 2017

All’inizio si è presa il tempo per osservare e capire quello che succedeva. Ha scoperto che nella zona la speranza di vita era tra le più basse del paese, c’erano gravi problemi sanitari e mancavano punti di riferimento per una gioventù completamente sacrificata. I bambini e le bambine sono spesso al centro dei suoi scatti. Li ritrae in strada mentre giocano all’aperto o li fa dialogare con spazi desolati a cui riescono a dare un po’ di vita.

Cigno piangente, 2017

La serie è costruita come una raccolta di appunti, in cui la fotografa non dà troppa importanza alla forma. Non c’è tensione tra quello che mostra e la poesia nata dal desiderio di non chiudere questo mondo in una visione riduttiva. Tutto questo le ha permesso di cogliere l’insolita bellezza di un cigno di cemento dalle piume annerite, l’eleganza di una mano che solleva un serpente, lo sguardo di un bambino dai capelli lunghi, la nebbia nel bosco, il riflesso di una finestra sullo schermo di un televisore e la complicità di due bambine arrampicate su un albero.

Nicia, 2017

Anche se non ha potuto fare a meno di pensare ai propri figli, che a migliaia di chilometri di distanza vivevano nella sicurezza e nella comodità di una vita per loro normale, Honée non ha mai cercato l’emozione facile. Nel corso del suo lavoro si è resa conto della difficoltà di far dire ai bambini quali sono i loro sogni e come immaginano il futuro.

Le immagini di Louise Honée emozionano con uno stile semplice, luminoso, non giudicante. Fanno commuovere per gli aspetti profondamente umani colti nelle situazioni più difficili. Forse è proprio questa la vera umanità, un’umanità fondata sulla speranza. ◆ _ adr_

Su due piani, 2017
Abbandonato a Wall street II, 2017
Willow e Nevi, 2018
Willow, 2019
We love where we live, 2017
Jalen I, 2017
Da sapere
Il libro e la mostra

◆ Con il progetto We love where we live, Louise Honée ha vinto il premio Hsbc 2020 per la fotografia. La serie diventerà un libro, pubblicato dalla casa editrice Xavier Barral e sarà in mostra alla galleria Esther Woerdehoff di Parigi dal 24 agosto al 23 settembre 2020.


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Questo articolo è uscito sul numero 1361 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati