Gulbahar Haitiwaji (Emmanuelle Marchadour, Divergence)

Molto tempo dopo il suo rilascio, Gulbahar si svegliava ogni mattina con incubi dove i poliziotti urlavano e i prigionieri imploravano. Con il volto congelato dal terrore, si sedeva sul bordo del letto nella sua stanza a Boulogne, alla periferia di Parigi, e contemplava le sue caviglie, che portavano i segni neri delle catene. Le stigmate del suo calvario. Gulbahar è sopravvissuta all’inferno del gulag. È appena tornata da un campo di rieducazione nello Xinjiang, in Cina. È la prima uigura a essere liberata e rimpatriata in Francia, la prima a far sentire la sua voce in un libro. Per tre anni ha sopportato la violenza della polizia, le torture, il freddo, la fame, la luce bianca accecante dei neon delle celle gelate o soffocanti, a seconda della stagione. Dopo essersi impadronita dei loro nomi (Gulbahar è diventata “la numero 9”), dei loro vestiti e dei loro capelli, la rieducazione s’impossessa della memoria dei prigionieri. Anche nei brevi periodi di riposo, li martella con la propaganda patriottica, senza che possano opporsi. Così, nei campi, Gulbahar ha perso la cognizione delle ore e poi dei giorni. Man mano che il sistema penetrava nella sua mente, la voglia di vivere se ne andava. Gulbahar è risucchiata nell’epicentro della repressione. La spediscono in un istituto carcerario senz’anima, senza finestre, pervaso da un “potente odore di vernice fresca” che le assale le narici ovunque. Lì, tagliata fuori dal resto del mondo, Gulbahar è “rieducata”. Non ha idea delle dimensioni del sistema, ma percepisce la sua natura tentacolare. “Il campo si stava riempiendo velocemente. Ogni giorno vedevo facce nuove, ragazze adolescenti e donne anziane. Eravamo centinaia”. In più di un anno Gulbahar non ha visto un avvocato o un giudice. Il suo caso segue le procedure segrete di un sistema giudiziario parallelo e illegale. La prova che la Cina, lungi dall’essersi liberata dei suoi campi di lavoro dell’era Mao, continua a usarli. La madre e le sorelle, rimaste nello Xinjiang, potrebbero subire le conseguenze di questo libro. Gulbahar ne ha paura. Ma, dice, “è mio dovere come uigura raccontare”. In nome di tutti coloro che non sono potuti fuggire.

Rozenn Morgat, Le Figaro

Questo articolo è uscito sul numero 1432 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati