Henning Kaiser, dpa/Ap/Lapresse

I rondoni parla della vita, delle stranezze e delle peregrinazioni di alcune persone di Madrid legate tra di loro – genitori, fratelli, coniugi, figli e amici – di cui Toni, il protagonista, scrive nel corso di un anno alla fine del quale ha deciso di togliersi la vita. E nessuno riesce a spiccare, nemmeno il narratore, in questo fiume vorticoso di frustrazioni quotidiane e di giornate noiose, di ricordi brutti o passabili che Toni vorrebbe lasciarsi alle spalle con la stessa testardaggine con cui a poco a poco si libera dei libri della sua biblioteca. È un insegnante di filosofia in una scuola secondaria e pensa: “A che scopo ho letto così tanto? Da cosa mi hanno salvato i libri? Morirò il 31 luglio 2019, convinto che non è possibile conoscere veramente nessuno”. Toni si sbaglia, dopotutto, perché è meno egoista e più perspicace di quanto pensa. I personaggi più vicini all’intimità del protagonista sono un cane, Pepa, di cui una volta ha tentato di liberarsi colpevolmente, un primo amore che ancora lo ama, l’accattivante, goffa e trasandata Águeda, e un amico e confidente di vecchia data che ha perso un piede negli attacchi jihadisti del marzo 2004 e che da allora Toni ha segretamente battezzato Patachula. Sono le figure più intense di questo romanzo scritto nel primo anno della pandemia. Tempi incerti in cui non è stato facile trovare un punto d’appoggio. Forse per fame di certezze, Toni guarda spesso i rondoni, li osserva volare con un irrefrenabile senso di invidia: “Amo i rondoni. Volano senza sosta, liberi e intenti. Se niente va storto e la mia vita continua come previsto, sarò qui la prossima primavera quando torneranno”. I rondoni vivono in volo per la maggior parte dell’anno, tranne i due mesi in cui nidificano; quello che Toni, il loro ammiratore, non ci dice è che non possono posarsi a terra perché i loro magri artigli glielo impediscono. Non sono forse una metafora dell’esperienza collettiva di questi anni? Aramburu racconta episodi sentimentali e familiari attraverso un uomo disorientato che sviscera ogni momento della propria intimità. Un racconto delle sue rovine che diventa un’indimenticabile lezione di vita.

José-Carlos Mainer, El País

Questo articolo è uscito sul numero 1433 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati