Ambientato nel primo decennio di questo secolo, L’hotel di cristallo si muove tra un gruppo di personaggi interconnessi, ma geograficamente e a volte cronologicamente disparati. Il loro punto di connessione è Jonathan Alkaitis, un finanziere simile a Bernie Madoff, che finisce in prigione dopo che il suo schema truffaldino multimiliardario viene scoperto, ma non prima di aver rovinato delle vite. Una di queste vite appartiene a Vincent, la giovane moglie-trofeo canadese di Alkaitis. Ai tempi d’oro, Vincent si muoveva tra le vetrine opulente, una grande villa nella periferia del Connecticut e un pied-à-terre a Manhattan. Che questa esistenza dorata non fosse destinata a durare è accennato nelle pagine iniziali del romanzo, ambientate dieci anni dopo, che descrivono Vincent mentre scivola lungo la fiancata di una nave container prima di precipitare, come Icaro, nel mare in tempesta. Una spiegazione adeguata deve ancora arrivare, ma quando veniamo a sapere che la madre di Vincent è annegata quando lei aveva tredici anni avvertiamo una certa circolarità. Finché non ha incontrato Alkaitis lavorando come barista in un hotel di vetro e travi di legno di quercia dell’isola di Vancouver, Vincent era metaforicamente alla deriva. I molteplici, a volte complessi, cambiamenti di luogo, di prospettiva e di tempo del romanzo sono segnalati e resi fluidi da corrispondenti spostamenti stilistici. Altre volte, L’hotel di cristallo si presenta come un romanzo giallo vecchio stile. I fili della trama sono continuamente lasciati cadere e poi raccolti, con una spolverata di elementi fantastici.

Emily Donaldson, The Globe and Mail

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Questo articolo è uscito sul numero 1438 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati