La sera del 9 agosto 1956 centinaia di persone si accalcarono in una sala del sindacato studentesco per un concerto all’università dell’Illinois di Urbana-Champaign, a circa duecento chilometri da Chicago. Esibizioni simili di solito non attiravano tante persone, ma questo era un caso eccezionale. Era il debutto della composizione Illiac ­suite. String quartet no 4. Usando l’unico computer dell’ateneo, l’Illiac I, l’aveva creata uno studente della facoltà di chimica, Lejaren Hiller jr, decenni prima delle pop star di oggi, di AutoTune e della musica deepfake. Nel 1994 il New York Times lo ha descritto come “il primo brano musicale composto al computer”. O per meglio dire il primo generato da un computer, visto che le composizioni erano nate da algoritmi inseriti nel calcolatore da Hiller, sfruttando quindi l’intelligenza artificiale. Fino a quel momento nessuno aveva mai scritto musica in quel modo. Uno dei quattro musicisti che eseguirono il pezzo quella sera era George Andrix, un violista. Andrix, che oggi ha 89 anni, ricorda un auditorium pieno di persone “che si erano presentate per vedere cosa poteva fare quel mostro di un computer”. Hiller finì su riviste come Time e Newsweek. Il giorno dopo un articolo pubblicato dalla United Press descrisse lo spettacolo, durato quindici minuti, in modo meno entusiasta. Uno spettatore temeva che il computer avrebbe “eliminato la necessità di compositori umani”.
Jeff Gage, The Guardian

Lejaren Hiller, 1960  (University of Illinois)

Questo articolo è uscito sul numero 1439 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati