“Ogni volta che decido di scrivere una canzone d’amore”, dice Majid Soula, parlando attraverso un traduttore durante una chiamata su Zoom, “sfortunatamente si trasforma subito in un pezzo sulla giustizia”. Per Soula, cantautore e chitarrista algerino che ha passato la maggior parte della vita in una specie di esilio, romanticismo e resistenza vanno di pari passo. Se lo si giudica a partire dalla sua musica (o dal titolo del suo album del 2001 Kabylie mon amour), si ha l’impressione che l’amore della vita di Soula non sia stato una persona, ma la regione della Cabilia, un centinaio di chilometri a est di Algeri. Da quando ha pubblicato il singolo di debutto nel 1972, con la sua musica Soula ha espresso sentimenti di nostalgia e alienazione. Alla fine degli anni settanta, tra i disordini politici diffusi e la repressione contro gli artisti berberi, Soula sentì che la vita nel suo paese era insostenibile, così si trasferì a Parigi, dove abita ancora. La sua produzione dell’epoca è presente in Chant amazigh, una compilation dell’etichetta Habibi Funk che contiene brani pubblicati da Soula negli anni ottanta. Chant amazigh è aperto a tante influenze. “Si possono integrare generi da qualsiasi luogo: India, Giappone, Germania”, dice Soula, “voglio sviluppare nuovi suoni all’interno della tradizione e il mio pubblico mi segue. Modernizzare la musica berbera è un modo per aiutarla a soprav­vivere”.
Saby Reyes-Kulkarni, Bandcamp Daily

Majid Soula (dr)

Questo articolo è uscito sul numero 1442 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati