In due mesi di guerra la Russia ha quasi raddoppiato le entrate assicurate dalla vendita di petrolio, gas e carbone all’Unione europea. Il Cremlino ha beneficiato dell’aumento dei prezzi, che ha compensato la riduzione delle quantità di combustibile venduta, scrive il Guardian. Secondo il Centre for research on energy and clean air, dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina Mosca ha incassato in totale 62 miliardi di euro. Dall’Unione europea ha ricevuto 44 miliardi in due mesi, quasi il doppio di quelli incassati nel 2021 per un periodo simile. Il maggior importatore è la Germania, che ha speso nove miliardi di euro, seguita dall’Italia (6,8 miliardi) e dai Paesi Bassi (5,6 miliardi). Ma dal momento che in questi paesi ci sono grandi aziende chimiche e porti dove passa non solo il greggio domestico ma anche quello destinato agli impianti per la raffinazione, precisa il quotidiano britannico, è probabile che la meta finale di buona parte di queste importazioni fosse diretta altrove.

Il 4 maggio l’Unione europea, scrive il Financial Times, ha annunciato l’embargo del petrolio, la materia prima che garantisce più entrate al Cremlino. La svolta è arrivata dopo che il 1 maggio la Germania ha dichiarato di essere favorevole a uno stop degli acquisti. L’embargo di Brux­elles sarà completato entro la fine dell’anno e comprenderà anche il divieto di assicurare le navi che trasportano petrolio russo. Se vogliono aumentare l’efficacia delle loro sanzioni, osserva il quotidiano finanziario britannico, i paesi occidentali devono guardare alle assicurazioni. Questo settore finora ha attirato meno attenzione delle banche, soprattutto perché la maggior parte dei politici ha una scarsa conoscenza del ruolo svolto dalle assicurazioni nella finanza e nel commercio. Imponendo alle aziende assicurative di non coprire più le petroliere, l’occidente potrebbe infliggere un duro colpo alle finanze di Mosca. Attualmente circa tre quarti del greggio esportato dalla Russia viaggia per mare: più della metà su navi che appartengono ad aziende con sede in Grecia; il resto su imbarcazioni russe, cinesi, scandinave e di Singapore. Questo significa che un modo per ridurre il traffico di greggio sarebbe impedire a gruppi come la britannica Lloyds Marine and Aviation di assicurare le petroliere. Ovviamente il traffico di greggio russo non si bloccherebbe del tutto, ma molti paesi rifiuterebbero di avere a che fare con navi non assicurate. E non sarebbe facile trovare alternative, visto che gran parte dei contratti è gestita da operatori di Londra.

Un altro aspetto importante nel commercio di greggio russo è il ruolo svolto dagli intermediari internazionali, aziende discrete e poco conosciute che di fatto organizzano la vendita del petrolio, operatori di cui Mosca non può fare a meno. Ora, scrive il Wall Street Journal, i più importanti hanno cominciato a escludere i russi dai loro servizi, anche in seguito alle forti pressioni ricevute dai governi e dalle banche occidentali. Con una mossa che va ben al di là delle sanzioni, la svizzera Trafigura ha annunciato che ridimensionerà i rapporti con l’azienda petrolifera russa di stato Rosneft, a cui assicurerà solo la vendita di prodotti raffinati, come il carburante diesel. La Trafigura e altre aziende del settore erano già pronte a rinunciare a parte dei loro affari con i russi, perché dal 15 maggio entreranno in vigore delle sanzioni che vieteranno la vendita di petrolio della Rosneft fuori dall’Unione europea e dalla Svizzera. Anche la Vitol, la principale concorrente della Trafigura, prevede di ritirarsi dal mercato russo. La Glencore, grande gruppo svizzero da anni in affari con la Russia, già a marzo ha sospeso i suoi contratti d’esportazione del greggio con la Ros­neft. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1459 di Internazionale, a pagina 106. Compra questo numero | Abbonati