Fin dall’inizio della sua carriera Zoltán Kocsis (1952-2016) era speciale: con la sua aria da ragazzino ribelle faceva scoppiare il pianoforte con ritmi e colori, divorando con irriverenza mozartiana tutto quel che suonava. La perfezione come pianista ne rendeva però evidente il genio e l’immaginazione inesauribile. Le registrazioni della Philips colgono Kocsis nel suo momento d’oro e il suono colpisce sempre forte al cuore senza far male. Nei 26 cd di questa raccolta non c’è niente che non sia indispensabile: l’Arte della fuga è indiscutibile nella sua polifonia classica; in Grieg si scoprono tracce anticipatrici di Debussy; l’integrale di Bartók, solo e con l’orchestra, è un modello assoluto; la musica per piano e orchestra di Rachmaninov è asciutta come quella dell’autore; Debussy è quasi sinfonico; maestro anche della trascrizione, nell’ouverture dei Maestri cantori di Norimberga il pianista ungherese rie­sce a far entrare tutte le note dell’orchestra nel pianoforte e non sfigura di fianco a Liszt; affettuosi e divertiti, i tre concerti di Mozart sembrano piovuti dal cielo e ci fanno scoprire affinità elettive illuminanti con quelli di Ravel (la cadenza di quello per la mano sinistra è incredibile). Alla fine ci si può perdere con Kocsis nelle ombre della villa d’Este lisztiana per poi inebriarsi con i valzer di Chopin, scatenati e impertitenti. Proprio come lui.
Jérémie Bigoire, Diapason

Questo articolo è uscito sul numero 1461 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati