L’oracolo dell’hip hop è tornato con una corona di spine per la sua ultima profezia: una sorprendente riflessione sulla paternità, la famiglia e l’amicizia. I dischi di Kendrick Lamar sono sempre stati introspettivi, ma – con ospiti come Florence Welch, Beth Gibbons dei Portis­head e Sampha – ha una delicatezza senza precedenti per il rapper di Compton. Per questo ricorda di più il secondo album di Lamar, good kid, m.A.A.d city, che rimane uno dei suoi lavori più personali. Il biglietto da visita del rapper è l’hip hop conscious: introspettivo, politicamente impegnato, con giochi di parole intelligenti e ricco di influenze jazz. Il tema della paternità è centrale nel brano Worldwide steppers, una delle canzoni più interessanti e inquietanti: Lamar si descrive mentre sta “giocando a Baby Shark con mia figlia e osservando gli squali fuori. Sono un padre protettivo: ucciderei per lei”. In Crown, il vero fulcro dell’album, Lamar rappa: “Non posso accontentare tutti” sulla melodia di Through the night del pianista londinese Duval Timothy. Mother I sober è un’altra canzone guidata dal pianoforte, con una melodia da brividi cantata da Beth Gibbons. è una raccolta di canzoni che approfondiscono il conflitto e la riconciliazione. È ancorato alla vita di Lamar, con una copertina che mostra il suo secondo figlio, Enoch. Lamar si è meritato questo momento di riflessione.
Ben Bryant, Independent

Questo articolo è uscito sul numero 1461 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati