L’arte di Johanna Martzy (1924-1979) era stata forgiata nell’Europa centrale degli anni tra due guerre. Allieva del leggendario Jenő Hubay all’accademia Franz Liszt di Budapest, la violinista ungherese dimostrò subito un talento fuori dal comune. Ma il suo temperamento forte, la scelta di dare la precedenza alla vita familiare e la sua simpatia per il regime filonazista di Miklós Horthy negli anni trenta la allontanarono dalla scena e dagli studi di registrazione. I suoi pochi dischi erano stati un po’ dimenticati. Ora la pubblicazione di questo cofanetto, che ne raccoglie il materiale Emi degli anni cinquanta, testimonia la sua autorità imperiale e lo splendore della sonorità del suo violino Carlo Bergonzi del 1733. In particolare il concerto di Brahms, con la Philharmonia diretta da Paul Kletzky, è di livello assoluto. Le sonate e partite di Bach fanno mostra di fraseggio e semplicità superiori, in una lettura sobriamente romantica. L’integrale dell’opera per violino e piano di Schubert rivela un lirismo vibrante anche se sempre composto. Ottime le note di copertina, che ripercorrono tutte le ambiguità di una carriera folgorante.
Jérémie Bigoire, Diapason

Questo articolo è uscito sul numero 1463 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati