Il nuovo romanzo di Mary Lawson comincia con una crisi: a Solace, una piccola città dell’Ontario settentrionale, all’inizio degli anni settanta, la sedicenne ribelle Rose, dopo l’ennesima lite furibonda con la madre, ha finalmente messo in pratica la sua minaccia di scappare di casa. Quando, dopo un paio di settimane, la polizia di Toronto non ha ancora nessuna pista, s’ipotizzano i peggiori scenari possibili. La scomparsa di Rose, però, è solo il punto di partenza. Ciò che Lawson intende esplorare è la famiglia, in particolare le madri, e i modi in cui possono incasinare la vita dei figli. Il perno di tutto questo è Liam Kane, un trentenne di Toronto che arriva a Solace dopo aver saputo di essere l’unico erede della casa e del patrimonio di Elizabeth Orchard, un’anziana vedova. Il momento è propizio: Liam è nel mezzo di una crisi personale e il suo recente divorzio gli ha fatto capire che odiava anche il suo lavoro di contabile. Ha solo un vago ricordo della sua benefattrice, che è stata per breve tempo sua vicina di casa da bambino. Anche se da adulti lui e Elizabeth si sono scambiati qualche lettera, non è riuscito a dedurre dalla corrispondenza il ruolo di primo piano che evidentemente ha avuto nella vita della donna. Il romanzo ruota i punti di vista dei personaggi, adottando una sorta di cucitura narrativa a ritroso, in cui ogni cambio di voce ci riporta leggermente indietro nel tempo. Un romanzo ricco di sfumature, che s’interroga su cosa significa essere una famiglia.
Emily Donaldson, The Globe and Mail

Questo articolo è uscito sul numero 1465 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati