Così come Alan Partridge ha detto che il suo album preferito dei Beatles è The best of Beatles, così Baz Luhrman ci ha regalato un film costruito su quello che immagina essere il meglio di Elvis Presley. Più che un film sembra quasi un trailer di 159 minuti di un film intitolato Elvis. Montaggio implacabile, freneticamente appariscente, epico e al tempo stesso trascurabile, senza variazioni di ritmo. Forse Elvis spreca la sua unica potenziale carta vincente, ovvero l’interpretazione di Tom Hanks nei panni dell’inquietante manager di Elvis, il colonnello Tom Parker. Ma Luhrmann è chiaramente riluttante a esplorare questa relazione malata, probabilmente anche per non appesantire il film con un’atmosfera cupa o triste. Le basi della biografia di Elvis ci sono tutte, dall’infanzia agli ultimi giorni di Las Vegas. C’è anche qualche tocco imprevedibile, come l’accenno al fatto che Elvis abbia infiammato l’anima dei giovani gay statunitensi, tanto quanto quella delle giovani eterosessuali. Ma, per esempio, Elvis rimane ragionevolmente snello fino all’ultimo. Luhrmann si preoccupa di salvare il suo eroe dall’ironia, dal fallimento e dalla sofferenza. Cancellati l’incontro con Nixon e la relazione nascosta con Ann Margret. Forse allora avrebbe potuto avere più senso un film sul colonnello Parker, con Elvis sullo sfondo. Tom Hanks sarebbe senz’altro stato all’altezza.
Peter Bradshaw, The Guardian

Questo articolo è uscito sul numero 1466 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati