Il lamento per Art ó Laoghaire di Eibhlín Dubh Ní Chonaill, poesia irlandese del settecento, parla di una donna in lutto per il marito e furiosa per il suo omicidio. Doireann Ní Ghríofa l’ha letta per la prima volta quando era una studente. Quando ci si è imbattuta di nuovo era già sposata e a metà di un decennio in cui era sempre incinta, allattava o entrambe le cose, e le sue giornate erano piene del lavoro faticoso di crescere quattro bambini. Nei momenti di solitudine, invariabilmente accompagnati da un tiralatte, studiava la fotocopia logora della poesia, “invitando la voce di un’altra donna ad abitare la mia gola per un po’”. Questo libro è molte cose insieme: una reimmaginazione di una vita del settecento che combina l’erudizione con la verve immaginativa; il resoconto di un’ossessione e una meditazione sui limiti della biografia; un memoir post-femminista sulla maternità. Non è un libro semplice. Magari è stato scritto in ritagli di tempo tra la cena e il letto, ma l’autrice non ha peli sulla lingua riguardo alla soddisfazione che trova nel lavoro casalingo e nelle faccende domestiche. Il libro comincia con le parole che diventeranno il suo ritornello: “Questo è un testo femminile”. Intrecciando la propria esistenza con la storia di una poesia antica e della sua autrice trascurata, Ní Ghríofa estende l’idea di testo femminile per includere non solo l’abnegazione e le cicatrici, ma anche l’allegria, il desiderio e la feroce e costante curiosità.
HephzibahAnderson, The Guardian

Questo articolo è uscito sul numero 1466 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati