Alcune fotografie, senza che sappiamo il perché, resistono alle parole. Spesso succede con quelle che a un primo sguardo sembrano le più semplici, evidenti, dirette. È non è solo perché i commenti appaiono inefficaci, per lo più inutili o eccessivi: la realtà è che le parole non riescono a rendere conto, cogliere o spiegare il funzionamento di queste foto, in grado di rivelarsi di colpo interessanti o seducenti. Sono fotografie misteriose. Sulle quali abbiamo bisogno di tornare per cercare di capirle.

È il caso dei ritratti di Oleg Videnin. Questo fotografo, sebbene abbia provato a usare il colore e alcune sue fotografie di viaggio siano molto poetiche, ha sviluppato un corpus fotografico particolarmente toccante con i suoi ritratti quadrati in un sottile bianco e nero.

L’apparizione dell’immagine

Nato nel 1963 a Brjansk, una città di quattrocentomila abitanti a quattrocento chilometri da Mosca, non sembrava destinato alla fotografia. Dopo gli studi all’istituto di tecnologia della sua città natale, Videnin si è laureato in ingegneria e ha lavorato inizialmente come guardia forestale. In seguito è stato attore di teatro e poi giornalista, collaborando con quotidiani, radio e tv. Ma la fotografia lo ha accompagnato sempre. “Ho cominciato da piccolo, all’epoca per i bambini della città era un passatempo molto comune. Avevo circa sette anni quando i miei genitori mi hanno regalato la prima macchina fotografica: una semplice Smena-8 di fabbricazione sovietica. Un po’ di tempo dopo ho avuto una Lubitel a doppio obiettivo, una replica economica della Rolleiflex. Non ricordo più quello che fotografavo a quei tempi, nessuna stampa o pellicola di quel periodo è sopravvissuta. In ogni caso della fotografia mi piace tutto, la sensazione della macchina fotografica tra le mani, l’immagine nel mirino, il rumore dell’otturatore e ovviamente la magia misteriosa dell’apparizione dell’immagine. (…) Crescendo sono importanti le persone che si incontrano, quello che si legge, i film che si guardano, la musica che si ascolta, l’ambiente visivo. L’epoca sovietica aveva i suoi inconvenienti, ma ha avuto anche un vantaggio indiscutibile: eravamo protetti dalla letteratura, dal cinema e dalla musica di cattiva qualità. Ho letto, guardato e ascoltato solo classici e su di me questo ha avuto un effetto molto importante. Ancora oggi attingo dall’universo della mia infanzia e adolescenza. È qualcosa che è dentro di me”.

Fotografo dilettante nel miglior senso del termine, Videnin si è iscritto subito su Runet, un sito che gli ha permesso di far conoscere le sue fotografie. Così è stato notato dai professionisti e dalle gallerie che gli hanno offerto di esporre le sue stampe. E ancora oggi continua a vendere le sue opere attraverso il sito, proponendo edizioni a tiratura limitata o libri in piccolo formato a prezzi ridotti. I suoi ritratti sembrano fuori dal tempo, senza effetti speciali. Sono sempre delicati e rivelano un uso sapiente della profondità di campo. Frontali, non forniscono alcun pretesto psicologico o analitico. Sono degli incontri. C’è il bambino che si è fermato giusto il tempo dello scatto; la bambina con il vestito bianco in un campo, che per un momento guarda l’obiettivo; due ragazzini che hanno smesso di pescare per permettere al fotografo di scattare; il maggiolino giocattolo quasi in posa sul petto di un bambino; il bambino in mezzo alla strada, ben saldo sulle sue gambe, mentre abbassa l’ombrello, con una prospettiva che diventa una scenografia brumosa. Piccoli momenti, piccoli istanti di gesti sospesi, di sfondi sfumati e di sguardi che compongono un universo tranquillo. Il fotografo dice di sentirsi a suo agio solo se fotografa a Brjansk. “È un luogo tipicamente russo. In origine era solo una cittadina della provincia di Orël. All’inizio del novecento ci vivevano diecimila persone. Ma durante la mia infanzia la popolazione è cresciuta fino a quasi mezzo milione e ora la città è diventata un centro regionale. Ma visto che la sua espansione è recente, lo spirito continua a essere più o meno lo stesso. Per me è qualcosa di difficile da spiegare, ma riesco a scattare le foto solo in città e nei villaggi circostanti. Anche nelle regioni vicine trovo raramente delle persone che mi interessano dal punto di vista fotografico. Sembrano esattamente uguali a quelle di Brjansk, ma la maggior parte del tempo la mia macchina rimane chiusa nella sua custodia”. È probabile che la limpidezza che si osserva in questo insieme di ritratti derivi dal fatto che il fotografo non vuole sviluppare un vero progetto, che non cerca di fare un inventario come August Sander, né di seguire e catalogare una popolazione come aveva fatto Richard Avedon nell’ovest degli Stati Uniti. Videnin fotografa in modo istintivo e per necessità, smussando le difficoltà, rifiutando di interrogarsi sull’identità di chi ha scelto di ritrarre, senza obiettivi.

A quanto pare gli piace l’incontro, la sorpresa, una forma di poesia leggermente venata di nostalgia che finisce per riunire i suoi personaggi in un universo unico, quello che privilegia una forma di bellezza fragile, in cui i bambini occupano un posto privilegiato.

Per fare questo non ricorre ad alcun mezzo o sistema particolare, ma preferisce essere semplicemente disponibile all’incontro. E scattare rapidamente per non rischiare che la magia dell’incontro svanisca o scompaia: “Da molto tempo ho capito che per me parlare con un soggetto che voglio fotografare non lo spinge ad aprirsi. Al contrario le persone tendono a chiudersi, cominciano a “esibirsi” invece di essere naturali. Mi ci vogliono tre minuti per fare uno scatto, talvolta molto meno. La gente alle prese con le sue occupazioni non ha il tempo di riflettere sulla propria immagine e io non cerco di rivelare il loro mondo interiore. Sono un fotografo, tutto qua. Ho solo bisogno del tempo più breve possibile per creare un’immagine in grado di soddisfarmi. Guido il soggetto con la mia mimica facciale e qualche parola (che dimentico subito per concentrarmi sulla creazione dell’immagine).

Una volta scattata la foto, dico grazie e continuo per la mia strada”. ◆ adr

Da sapere
I libri

◆ Oleg Videnin è un fotografo nato nel 1963 a Brjansk, nella Russia europea. È autore di diversi libri, tra cui The return route (2009) e Girls from the outskirts (2021), e del film The russians (2011), disponibili sul suo sito.


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Questo articolo è uscito sul numero 1470 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati