No, non dovremmo considerarla una sorpresa per il compleanno del presidente russo Vladimir Putin. Dopotutto il premio Nobel per la pace non vuole essere un modo per fare i conti con il male, ma un omaggio al bene che le persone fanno per migliorare l’esistenza degli altri. Per questo è perfettamente apprezzabile la scelta di premiare l’attivista per i diritti umani bielorusso Ales Bjaljatski, l’ong russa Memorial, ormai messa al bando nel paese, e il Centro ucraino per le libertà civili.

Scegliendo figure di tre stati ex sovietici che soffrono per la repressione e l’autoritarismo di Putin e del suo alleato, il leader bielorusso Aleksandr Lukašenko, il comitato che assegna il Nobel riconosce il coraggio e la perseveranza di chi si oppone a questi dittatori. Tutti e tre i vincitori attualmente sono coinvolti in questa lotta, e il prestigio morale che deriva dal riconoscimento potrà senz’altro aiutarli.

Anche la scelta di premiare organizzazioni della società civile è molto importante. Rispetto a figure politiche o istituzionali, come il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj, e i leader dell’opposizione russa e bielorussa Aleksej Navalnyj e Svetlana Tichanovskaja, hanno un ruolo forse meno visibile, ma svolgono un lavoro cruciale e molto rischioso. Non solo denunciano gli abusi, ma li documentano anche. Perché magari, in futuro, Putin, Lukašenko e i loro complici potrebbero anche finire davanti ai giudici. E perché è necessario tenere viva la memoria dei tempi bui. Non a caso il presidente francese Emmanuel Macron ha chiamato i vincitori del Nobel “artigiani della pace”.

Bjaljatski è attivo nel movimento che si batte per la democrazia in Bielorussia fin dagli anni ottanta e nel 1996 ha fondato l’organizzazione Viasna per aiutare i prigionieri politici e le loro famiglie. Nel 2021 è finito in carcere, come altri 1.350 cittadini bielorussi. È ancora detenuto, senza mai essere stato processato.

Il giorno in cui il Nobel per la pace è stato assegnato e Putin ha festeggiato il suo settantesimo compleanno, i dipendenti di Memorial erano in un tribunale di Mosca. L’anno scorso la loro organizzazione è stata messa fuorilegge, e ora le autorità ne hanno requisito gli uffici. Da decenni Memorial documenta i crimini del regime sovietico e aiuta i russi vittime di persecuzioni politiche.

Il Centro per le libertà civili è stato istituito a Kiev nel 2007 per difendere la democrazia e lo stato di diritto. Da febbraio ha un nuovo compito: documentare i crimini di guerra russi.

Dubbi e riserve

A Kiev la decisione di dividere il premio fra tre organizzazioni è stata accolta con qualche riserva. Un consigliere del presidente Zelenskyj ha fatto notare che il riconoscimento è andato a “organizzazioni rappresentanti due nazioni che hanno attaccato un paese terzo”. È senz’altro vero che oggi l’Ucraina soffre più della Russia e della Bielorussia, ma Bjaljatski e Memorial non sono stati scelti in quanto rappresentanti dei loro paesi. Come ha fatto notare Oleksandra Matvijčuk, direttrice del Centro per le libertà civili, i tre premiati stanno combattendo una battaglia contro un “nemico comune”.

Probabilmente è sbagliato pensare che questo premio possa cambiare qualcosa sul terreno. Lo stesso comitato che assegna il Nobel ha riconosciuto che ci vuole ben altro per colpire Putin e Lukašenko. Ma tutto questo non deve farci dimenticare il significato di questa decisione. Che è soprattutto un simbolo globale di speranza oggi più che mai necessario. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1482 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati